C’è bisogno di movimenti localisti ed antiglobalisti

di GIORGIO BARGNA

Quando leggo la parola globalizzazione la prima sequenza che mi viene alla mente è la frutta che troverei in Italia e che viene invece importata, magari dal Paraguay, che resiste giusto il tempo di entrare nel mio frigo, che nel trasporto e nella logistica giustifica l’80% del proprio prezzo. Quando leggo la parola globalizzazione il primo danno che mi viene alla mente è il debito. Se tu sposti la produzione, che so, in Oceania, produci sempre di meno; logica conseguenza, non producendo, dovresti anche consumare di meno. Ma sei indottrinato a consumare e, per mantenere lo standard, ti indebiti. Conseguenza ovvia: tutti i paesi occidentali sono sempre più indebitati, perchè importano sempre di più invece di prodursi da soli quello che gli occorre. Se per il consumatore si tratta di autolesionismo acquisito, per il produttore è manna dal cielo. Da sempre esso cerca la maggior produzione a minor prezzo. Per qualche tempo, chi produce, si è accontentato dei progressi di scienza e tecnologia poi, causa l’ingordigia, è tornato a caccia dello schiavo, portandoselo in casa o andando a casa sua.

I padroni del vapore hanno deciso di far invadere l’occidente da milioni di poveri, dal costo irrisorio, e nello stesso tempo di spostare la produzione nel terzo mondo, laddove costa molto, molto, molto meno. In pochi beneficiano di queste circostanze, la maggioranza viene progressivamente rovinata. Lo sviluppo di movimenti localisti ed antiglobalisti sarebbe la grande speranza di libertà  (quante volte l’ho detto e scritto?), ma l’azione risulta difficile: la propaganda ci “spiega” che non esistono più popoli e nazioni, ma solo degli individui senza radici e senza identità, consumo-dipendenti  che hanno in comune tra loro il difetto di fare tutti shopping nei centri commerciali.

Perché si è creata l’Unione Europea, perché si è voluta questa Unione Europea? Perché l’Europa era un continente che aveva fondato la propria storia, le proprie tradizioni, la propria economia su numerosi regni e repubbliche e città indipendenti; attraverso l’imposizione dell’Unione Europea la si sta omogeneizzando e centralizzando. La si rende  modellabile alla globalizzazione, come altri continenti, in servizio ad un’élite globale senza radici, serbatoio di miliardi di servi intercambiabili.

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4 Comments

  1. Miki says:

    Meglio un sano nazionalismo che l’ipocrisia del glocalism..

  2. lorenzo s. says:

    L’apertura dei mercati è una benedizione, consente a milioni di persone di lavorare e migliorare le proprie condizioni di vita.
    Ed è a questo che dovrebbe limitarsi la globalizzazione.

  3. Druido Lombardo says:

    Complimenti al redattore dell’articolo, condivido tutto in pieno!

  4. Miki says:

    Il localismo è la leggimazione del globalismo. Un po’ come dire c’è bisogno del km0 nel merdonald..
    C’è bisogno di non legittimare gli invasori globalisti piuttosto (come la tristemente famosa Kyenge).
    Più Borghezio e meno beating around the bush.

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