Morto Staglieno: lavorò con Montanelli, fu legato a Miglio

di REDAZIONE

È morto oggi a Milano all’età di 75 anni il giornalista e scrittore Marcello Staglieno.

Aveva lavoratocon Indro Montanelli a Il Giornale. Nel 1992 e nel 1994 è eletto al Senato con la Lega Nord, con la quale era entrato in contatto tramite la vecchia collaborazione con Gianfranco Miglio. Con il professore aveva redatto nel 1990  il libro Una costituzione per i prossimi trent’anni.

Con Miglio aveva abbandonato la Lega dopo il ribaltone del 1994 dedicandosi all’attività di scrittore e di giornalista: nel biennio 1998-2000 è stato condirettore responsabile del quotidiano di Alleanza Nazionale Secolo d’Italia.

É stato il biografo di Leo Longanesi. Giovanni Ansaldo, Indro MontanelliNino Bixio e  Pier Giorgio Frassati,  ha pubblicato numerosissimi saggi storici ed è stato per decenni voce autorevole della cultura liberal-conservatrice di destra.

Si era avvicinato al federalismo grazie alla collaborazione con Gianfranco Miglio. I funerali si terranno domani alle 14,45 nella Basilica di San Babila a Milano.

 

Riproponiamo di seguito un intervento scritto nel 2001 per lo speciale del Quaderni Padani dedicato proprio a Miglio.

 

È  Gianfranco Miglio il vero ”precursore“ della seconda repubblica

di     Marcello Staglieno

 

Soprattutto chi intenda storicizzare il decennio 1991-2001 dovrà rilevare quanto oggi i governanti del Centrodestra, nell’apprestarsi a dare un nuovo assetto alla Carta costituzionale del 1948, di certo hanno difficoltà a riconoscere. E cioè il fatto che soprattutto le riforme che stanno per investire la ”forma di Stato“ – ma indissolubilmente correlate alla ”forma di governo“ e a una nuova legge elettorale – non sono uscite dalle menti, quanto meno non del tutto, del nuovo esecutivo. All’alba degli anni Novanta, quando i suoi attuali componenti erano bene o male inseriti nel sistema della Prima Repubblica traendone magari anche importanti vantaggi economici, soltanto Gianfranco Miglio – coordinatore del ”Gruppo di Milano“ – già da quasi un decennio aveva infatti elaborato, con assoluto rigore di ”tecnico delle istituzioni“, le modifiche alla Costituzione che finalmente,ci si augura, stanno per essere varate.

Lo stesso Umberto Bossi,oggi ministro per la devolution, anche quando alla fine degli anni Ottanta pervenne al Senato come rappresentante della Lega Lombarda poi diventata Lega Nord nel 1992, esprimeva soltanto confuse aspirazioni autonomistiche che poi, grazie soltanto a Gianfranco Miglio, si articolarono in un compiuto ”progetto federale“.Ne sono diretto testimone,sia per avere raccolto proprio da Miglio quell’”Intervista sulla Terza Repubblica“ (a suo avviso sin dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 noi viviamo infatti nella Seconda all’insegna di un’incruenta,per fortuna,”rivoluzione all’italiana“) pubblicata nel 1991 presso Laterza con il titolo ”Una Costituzione per i prossimi trent’anni“.Sia perché, in quanto senatore nel 1992, grazie a lui e accanto a lui entrai a fare parte dell’Ufficio di Presidenza di quella ”Commissione per le Riforme istituzionali“, guidata prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, che fu sorda alle proposte di Miglio, e non sortì risultato alcuno al pari della successiva che, nel 1996, venne presieduta da Massimo D’Alema.

Al binomio federalismo-presidenzialismo che cambierà quanto prima l’assetto dello Stato,Miglio ha dato contributi sostanziali. Tanto che avrebbe ben meritato il laticlavio a vita.I suoi contributi alle riforme investono sia il piano teorico-normativo sia quello d’ogni loro pratica attuazione: vi pervenne attraverso gl’imponenti lavori del ”Gruppo di Milano” (specie accanto a Massimo Severo Giannini e Serio Galeotti, nei due volumi ”Verso una nuova Costituzione“, Giuffrè 1983)ma soprattutto attraverso elaborazioni successive.

Al pari del suo maestro-amico Carl Schmitt (del quale,con difficoltà e dopo molte insistenze presso Giovanni Evangelisti e Nicola Matteucci, pervenne a pubblicare la sinossi ”Le categorie del ‘politico’“, Il Mulino 1972) ad animare Miglio c’è soprattutto la convinzione che ”il concetto di Stato presuppone il concetto di ’politico‘ “. Non voglio qui inoltrarmi negli aspetti teorici in cui – genialmente muovendosi tra storia delle istituzioni,scienza della politica, antropologia,diritto,economia,teoria e storia delle amministrazioni e storia tout-court – da decenni lui signoreggia in modo incontrastato: tanto che Carl Schmitt,da me incontrato (grazie al mio grande amico Ernst Jünger) a Plattenberg il 2 gennaio 1984,pregandomi di portargli i suoi saluti definì Miglio ”il maggior tecnico delle istituzioni e l’uomo più colto d’Europa“.

Mi limito comunque a rilevare che,nell’àmbito della sua enorme dottrina,domina la consapevolezza della ”regolarità della politica“,in un consequenziale legame tra cause ed effetti (pur scompigliato a volte dal sopraggiungere dell’imprevisto,che Machiavelli definiva ”Fortuna“),con illustri antecedenti sul piano storico-filosofico. Per l’esattezza li ha in Tucidide,per il quale la storia è ”ktéma es aeì“, cioè ”un bene perenne“ proprio per quella ”regolarità” che è insita nella  stessa natura umana:tanto che,in una sorta di nietzcheano ”Eterno Ritorno“,ad essa obbedisce soprattutto la politica come del resto erano convinti lo stesso Machiavelli, Hobbes,Vico e,nell’Otto-Novecento,Vilfredo Pareto (la stabile permanenza dei ”residui“ sulla caducità delle ”derivazioni“),Gaetano Mosca (l’ineludibile persistenza della ”classe politica“) e lo stesso Carl Schmitt.

Da lui Miglio ha mediato sia la contrapposizione amicus-inimicushostis ,ovvero tra alleato-nemico interno-nemico esterno. Sia,in contrasto con Hans Kelsen (e  con la maggioranza dei costituzionalisti d’oggi, a partire da Giovanni Sartori) il primato del ”decisionismo“ sulla ”norma“. Ed è stato buon profeta. Ben sapendo che ogni nuova Costituzione,come suggeriva Charles de Gaulle, nasce ”sul filo della spada“, Miglio è sempre stato perfettamente consapevole – per guardare al secondo dopoguerra – che anche quella nostra del 1948 scaturì (attraverso compromessi tra la Democrazia cristiana e il Pci) da una guerra perduta, così come a determinare nel 1958 la Costituzione della Quinta Repubblica furono sì il decisionismo di de Gaulle accanto alla dottrina di Michel Debré e René Capitant, ma soprattutto con quel fattore determinante costituito dalla crisi profonda apportata dalla guerra d’Algeria.

Già subito dopo il 2 giugno 1946 – nelle sue lezioni all’Università Cattolica di Milano, attraverso un prestigioso cursus honorum e la pubblicazione di testi che hanno via via portato a livello europeo la sua notorietà e il suo prestigio – Miglio era fortemente critico nei confronti della Prima Repubblica. Accentuò questa sua posizione specie quando, senza un referendum popolare, entrò in vigore,il 1° gennaio 1948,la Costituzione precedentemente elaborata dalla ”Commissione dei settantacinque“ presieduta da Umberto Terracini. Si rendeva ben conto, Miglio, come la Carta del 1948 – specie per la mancanza del referendum propositivo – annullasse di fatto la ”sovranità popolare“: sino a sancìre di fatto, anche qui in Italia, quell’”assolutisnmo parlamentare“ ovunque subentrato, dopo il 1789, all’”assolutismo regio“. Tutti i poteri del Re venivano sostanzialmente conferiti al Parlamento, per di più attraverso leggi che oggi continuano da una parte a rendere debole l’esecutivo e, dall’altra, a garantire la propria immutabile ”perpetuità“ con i complessi meccanismi dell’articolo 138 della Carta.

Per uscire da tale immobilismo – perpetuatosi anche dopo la caduta del Muro di Berlino, anche dopo il crollo della Dc e del Psi determinato più dall’avvento della Lega Nord in Parlamento (c’ero anch’io, e me ne tengo) che non dai processi di ”Mani Pulite“ che inspiegabilmente neppure sfiorarono il Pci – Miglio presagì che sarebbe stato necessario,sono parole sue, ”fare uno sbrego alla Costituzione“. Pensava che sarebbe stato possibile sulla spinta di una crisi (che avrebbe potuto essere economica, se l’Europa tutta non ci avesse trascinato dentro l’Ue chiudendo gli occhi sulle inosservanze nostre ai tre parametri di Maastricht) oppure, com’è appena accaduto il 13 maggio di questo 2001 e nelle settimane successive, proprio con il prevalere del ”decisionismo“ sulla ”norma“.

Di ”sbreghi alla Costituzione“ ce ne sono stati,infatti,almeno tre. Anche se Francesco Cossiga ha voluto sottolineare che il 13 maggio sulle schede elettorali c’era soltanto l’”indicazione“ del premier, non siamo forse stati chiamati invece a scegliere tra Berlusconi e Rutelli? Non abbiamo cioè operato una sostanziale ”elezione diretta“ del capo dell’esecutivo, in palese contrasto con quanto recita il secondo comma dell’articolo 92 della Costituzione: ”Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri“? E non è diventata sostanzialmente nulla, riducendosi a un vuoto rituale al pari dello stesso art.92 che la prevede, proprio quest’”investitura“ del premier da parte del capo dello Stato? Infine – e siamo al terzo ”sbrego“ – chi può negare che la devolution già non esista nella sostanza, prim’ancòra di diventare legge costituzionale dello Stato? Roberto Formigoni si comporta infatti come se ci fosse. Nonostante l’annullamento del referendum consultivo a favore dell’autonomia nella sanità, nella scuola e nella polizia locale, il presidente della Regione Lombardia con una recente decisione sembra addirittura aver travalicato questi poteri, che ancòra non ha. Quest’estate si è recato infatti a Washington, in una ”visita ufficiale“ a George W.Bush che quasi sanziona, nella sostanza, un’autonoma politica estera regionale non certo sancita dalla Costituzione (perciò se la vide respingere sei mesi fa dal premier Amato il presidente del Veneto, Giancarlo Galan).

Tutto questo significa che la ”realtà effettuale delle cose“ ha finito per imporsi, aggirando l’immobilismo garantito alla Costituzione dal suddetto articolo 138. Per di più lasciando facilmente presagire come verranno articolate le principali riforme. Radicate, tutte, in quelle già articolate da Miglio.

Prima di tutto l’elezione diretta del premier, da lui mediata dal cosiddetto ”sistema del primo ministro“ elaborato nel 1934 dal costituzionalista francese Raymond Carré de Malberg, basata sul principio della ”simultaneità nella durata“: eletti in una medesima domenica, su due schede diverse, il premier e i membri dell’Assemblea legislativa restano al loro posto in base all’”aut simul stabunt aut simul cadent“, ”cosi come sono stati eletti assieme, così assieme cadranno”.

Qualora cioè si pervenga a una crisi insanabile (magari attraverso i meccanismi della cosiddetta ”sfiducia costruttiva“ che qui non è il caso d’approfondire), tale principio impone lo scioglimento delle Camere (se mai ancòra ce ne saranno specularmente due, dato che Miglio ha altresì previsto la trasformazione dell’attuale Camera Alta in un ”Senato delle Regioni”) e il ricorso alle urne. In questo modo si restituisce alla ”sovranità popolare” quel potere decisionale che a tutt’oggi l’”assolutismo parlamentare“ continua a sottrarle. E scoraggia, col ricorso alle urne, i ”franchi tiratori“ (Miglio li definisce ”patiti del governo debole“). Rendendo soprattutto inutile ogni ”ribaltone“, senza neppure la necessità di toccare l’articolo 67  della Costituzione che, paradossalmente, lo consente nello svincolare ogni parlamentare da ogni ”vincolo di mandato“.

Per conferire un’ancora maggiore stabilità all’esecutivo, Miglio non ha escluso –né lo esclude oggi Berlusconi – di fondere assieme il ”sistema del premier“ con alcuni meccanismi del ”cancellierato” vigenti in Germania. Correlabili,sempre attraverso l’elezione diretta,all’abolizione del vigente ”Mattarellum“, facendo subentrare non tanto l’”uninominale secca“,cioè un sistema elettorale totalmente maggioritario. Ma imponendo piuttosto un ritorno al proporzionale – peraltro richiesto a gran voce dai partiti minori dei due schieramenti – proprio ”alla tedesca“,con premio di maggioranza alla coalizione vincente e con una soglia di sbarramento al 5 per cento, sempre per rafforzare la stabilità del governo nell’attuale ”bipolarismo imperfetto“.

Tutto questo non esclude – anche se Miglio intende mantenere la distinzione tra capo dello Stato (”custode della Costituzione“) e capo del Governo – l’identità di queste due funzioni come nel ”presidenzialismo“ statunitense e non invece nel ”semipresidenzialismo“ francese. Il ”presidenzialismo” resta comunque un cardine ineludibile per Miglio, e lo sarà nell’imminente riforma federale dello Stato soprattutto perché lo vuole il vicepremier Fini, quale garanzia per l’unità nazionale. La devolution ha certamente in sé spinte centrifughe, accentuate da frange della Lega e da non pochi ”neoguelfi”, con risentimenti verso lo Stato unitario e risorgimentale ancora prima di Porta Pia: solo un saldo presidenzialismo può contrastarle, anche attraverso una riforma amministrativa tale che la nuova burocrazia, al contrario di quanto accadde con le Regioni, sia ”sostitutiva “ e non ”aggiuntiva“ rispetto a quella esistente.

Accanto a tali imminenti variazioni alla seconda parte della Costituzione (anche eludendo in qualche modo il referendum popolare sul federalismo, in quanto approvato dalla maggioranza semplice e non dei due terzi dei parlamentari nella precedente Legislatura), non è da escludere che Berlusconi voglia per il futuro altre riforme,sempre ispirate da Miglio. Per l’esattezza,queste:

1)la trasformazione del Senato in ”Senato delle Regioni“;

2) la ”divisione non sostitutiva delle funzioni“, tale che chi è     parlamentare non possa (come a tutt’oggi invece accade) essere  anche ministro;

3) un ”Consiglio dell’economia produttiva“ che si sostituisca  all’ormai inefficiente ”Consiglio dell’economia e del lavoro“( Cnel)

4) l’introduzione, tra quelli costituzionali,di un ”titolo” dalle  rigorose valenze economiche, tali che:

a) L’incremento del reddito e della ricchezza degli Italiani, pur nell’ambito del solidarismo      regionale imposto dalla  devolution, dev’essere stabilito nella Carta come primario interesse della     comunità nazionale.

b) I poteri pubblici devono promuovere e tutelare, sempre in quanto interesse primario della     comunità nazionale, la  produttività del sistema delle imprese,magari aggiungendo alla

defiscalizzazione degli investimenti prevista dalla legge  Tremonti anche una parziale     defiscalizzazione degli oneri  sociali.

c) Nessuna impresa a tutt’oggi pubblica, o sotto controllo  pubblico anche parziale, quando operi     in regime di  concorrenza con imprese private, potrà godere di qualsivoglia  trattamento     preferenziale.

d) Il volume delle spese del settore pubblico allargato non dovrà complessivamente eccedere la     metà del reddito  nazionale annuo (contro il 55 per cento di oggi). La  fissazione di tale limite del     50 per cento è  soltanto  indicativa, calcolata per eccesso e può essere meglio   determinata     attraverso un accurato studio statistico delle più  floride economie occidentali, specie in     riferimento ai modelli  spagnolo e irlandese.

Naturalmente quest’elenco è riduttivo,rispetto al’articolato rigore che Gianfranco Miglio ha apposto al suo ampio e complesso, quanto chiaro e coerente, sistema di riforme. Purtroppo il suo stato di salute lo sottrasse al Senato e, forse, al Governo. Anche per questo , lo risottolineo, avrebbe meritato il laticlavio a vita.

 

Didascalia dell’immagine del comizio:

Marcello Staglieno, Gianfranco Miglio, Elio Veltri, Massimo Colombo, Franco Castellazzi, Gianni Verga e Franco Cardini a un dibattito a Bruzzano, organizzato nel 1991 da una Lega davvero d’altri tempi.

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6 Comments

  1. Gigi says:

    La prima volta che partecipai ad un convegno della Lega era la fine estate del 1990, in via Corridoni a Milano. Avevo meno di 14 anni ed iniziavo ad interessarmi di politica. Ricordo anche questo dibattito a Cassina Anna, a Bruzzano. Sembrano trascorsi 100 anni.

  2. Sono molto addolorato, era un’ottima persona e un bravissimo scrittore. Credo che proprio L’indipendenza dovrebbe organizzare per l’anno prossimo un giorno di studi su Staglieno, un genovese vero, che come tanti genovesi illustri, Montale ad esempio, ma anche De André, aveva subito l’inevitabile forza di attrazione di Milano.

  3. arcadico says:

    Ho un ricordo ancora nitido di quando quattro persone salivano all’ultimo piano di via Arbe per parlare.

    Bossi, Feltri, Miglio, Staglieno!

    Senza nessuna punta di sarcasmo… i migliori ci hanno lasciati soli!

    Una prece!

  4. Gigi says:

    Quello dietro, con le mani in tasca, nella foto, è Prosperini?

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