MONOPOLI DI STATO E LA TORTA DEI GIOCHI

di MATTEO CORSINI

“In questi anni Aams avrà anche fatto degli errori, ma sempre partendo dal principio del bene statale, del gioco sicuro, della tutela delle fasce più deboli, mai per visioni di mercato distorte. E poi ci sarebbe da chiedersi che mercato sarebbe senza l’Aams. Vorrei chiedere a chi ci critica cosa succederebbe senza nessuno che vigili in maniera costante e continuativa sulle attività di gioco. In questi nove anni di gestione del mercato abbiamo reso difficile e contrastato il gioco illegale arginando le attività criminali che avevano messo piedi e mani nel settore, togliendo loro risorse importanti, come nel caso della messa fuori legge dei videopoker. Risorse che sono confluite nelle casse erariali e quindi a vantaggio del bene pubblico. Abbiamo permesso a un settore di arrivare a quasi 80 miliardi di raccolta, divenendo competitivo con tutte le altre realtà mondiali e quindi dando la possibilità di giocare nel proprio paese in modo legale, sicuro e trasparente. E attenzione anche a leggere bene i dati di raccolta. Perché dei suddetti 80 miliardi, circa il 77% è tornato nelle tasche dei giocatori sotto forma di vincite, quindi la spesa reale non arriva a 20 miliardi. E ci sono anche 9 miliardi versati all’Erario. Senza giochi queste risorse da dove sarebbero arrivate? Questa è una domanda che bisognerebbe fare a chi critica senza conoscerne a fondo le dinamiche del settore.” (R. Ferrara)

Raffaele Ferrara è direttore dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams). La sua difesa dell’operato della struttura che dirige contiene diversi punti sui cui non sono per nulla d’accordo.

Che una struttura pubblica che si occupa di gestire i monopoli dello Stato persegua il “principio del bene statale” è comprensibile. A tale proposito, molti identificano il bene dello Stato con un improbabile bene della collettività; a mio parere si tratta di un’identità fuorviante. Lo Stato ha beneficiari netti e pagatori netti. Il bene statale dubito sia anche il bene di questi ultimi.

Che l’azione dell’Aams serva a tutelare le fasce più deboli credo possa essere discutibile. Lo Stato guadagna un sacco di soldi con i giochi. Le ricevitorie sono non di rado frequentate da anziani dalle pensioni che sovente non arrivano a mille euro netti al mese, i quali giocano cifre non simboliche al lotto e generi vari. Da libertario sono convinto che ognuno debba essere libero di usare come crede il proprio denaro. Mi sembra però fuori luogo, da parte dello Stato, affermare che tutela le fasce deboli da quello che sarebbe, altrimenti, un “mercato distorto”. Ferrara dice: “Ci sarebbe da chiedersi che mercato sarebbe senza l’Aams”.

Provo a rispondere: sarebbe mercato. D’altra parte mi sembra un ossimoro concettuale che chi amministra un monopolio parli di “gestione del mercato”. La mia sensazione è che l’intento dello Stato non sia tanto quello di tutelare i giocatori dalle truffe, bensì di assicurare per se stesso la fetta più grossa della torta. In altri termini, penso sarebbe sufficiente l’ordinaria amministrazione della giustizia per tutelare i cittadini dalle truffe. Se si guarda alla sostanza e non alla forma, tra i giochi legali e quelli illegali mi sa che l’unica vera differenza sia il gettito fiscale.

Un mercato realmente concorrenziale finirebbe col limitare i fenomeni patologici e creerebbe una pressione al rialzo per il rapporto tra monte vincite e somme complessivamente giocate. Quanto ai dati della raccolta, che Ferrara invita a “leggere bene”, se i 9 miliardi che vanno all’erario sono relativi alla spesa effettiva si tratta di un’incidenza pari al 49 per cento. In sostanza, lo Stato si prende subito metà della torta. Col tempo, poi, incasserà altre imposte sulle somme che i più fortunati sono riusciti a vincere. Credo che questo fornisca un certo sostegno alla sensazione espressa sopra, ossia che la prima preoccupazione dello Stato sia di assicurare per se stesso la fetta più grossa della torta.

Infine, Ferrara chiede ai critici da dove sarebbero arrivate le risorse erariali se non ci fossero stati gli introiti derivanti dai giochi. La mia risposta è: indubbiamente da altre imposte o tasse presenti o future (tramite maggior debito). Dubito, infatti, che si sarebbe contenuta la spesa pubblica. C’è dunque da rallegrarsi? Direi di no. Meno spesa e abolizione dei monopoli sarebbero molto meglio.

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