Monferrato: promuovere gli insediamenti turistici e residenziali

di CLAUDIO MARTINOTTI DORIA

Negli anni trascorsi abbiamo assistito a frequenti interventi politici di varia provenienza volti a promuovere il Monferrato, valorizzandolo economicamente ed incrementandone il turismo, che si sono principalmente limitati ad esporre, in pubblico o mediaticamente, semplici intenzioni di massima e fantomatici finanziamenti e progetti, o insistendo su occasionali e singoli eventi di forte richiamo turistico, del genere “mordi e fuggi”.

In tanti anni che presto attenzione a questo settore e territorio (mi riferisco al turismo ed al Monferrato), che reputo strategico e con enormi potenzialità, non ho mai sentito nessuno che proponesse di promuovere gli insediamenti residenziali, pur essendo il nostro territorio poco antropizzato e con un patrimonio immobiliare perlopiù inutilizzato e soprattutto confinante con aree densamente abitate, che necessitano di essere alleggerite dalla pressione antropica.

Come ho già scritto e ribadito in precedenti occasioni, la valorizzazione del Monferrato è un processo naturale, spontaneo ed inevitabile, che solo una ostinata, pervicace e deleteria pregiudiziale politica locale potrebbe impedire. Mi riferisco in particolare all’eccessivo campanilismo ed alla chiusura culturale e retriva diffidenza verso il “forestiero” che purtroppo si riscontrano ancora in alcune località. Superato questo residuo di avversione latente in alcune popolazioni autoctone, credo che il fenomeno di scoperta ed apprezzamento del Monferrato che si produrrà da parte delle limitrofe popolazioni lombarde, in particolare dell’Hinterland milanese, sarà inarrestabile e darà benefici per tutti.

In molte località della vicina Lombardia (leggasi soprattutto “Insubria”, come regione storica), in particolare nell’hinterland milanese e nella nuova provincia di Monza e Brianza, l’eccesso di densità demografica e cementificazione ha raggiunto densità paragonabili a quelle di metropoli come Macao, Hong Kong e Singapore, e quindi induce negli abitanti un’inevitabile e penosa alienazione nei confronti di una terra ormai devastata e privata di ogni identità e genius loci, e nei confronti della quale i politici locali pare non sappiano proporre che altra cementificazione ed infrastrutture, distruggendo quelle poche aree agricole, naturali e boschive che ancora sono rimaste.

Con una situazione reale come sopra descritta inevitabilmente col tempo si registreranno spostamenti insediativi, residenziali e vacanzieri, nelle nostre colline, non appena queste saranno proposte adeguatamente e scoperte. Si tratta solo di migliorare i servizi di accoglienza complessiva (non solo turistica ma anche sociale ed istituzionale), favorire il calore umano e la professionalità degli operatori (compresi gli agenti immobiliari, per i motivi che saranno esposti in seguito), limitare i prezzi ed elevare la qualità della ristorazione, creare guide turistiche  in ogni borgo, qualificate ma soprattutto appassionate (attingendo alla società civile, ai sodalizi culturali locali), aumentare le pubblicazioni di accoglienza ed utilità e la loro distribuzione ed accessibilità, compresi i siti web destinati a tale scopo, accogliere gli ospiti anche solo di passaggio omaggiandoli con pubblicazioni storiche locali, ecc.. Basta volerlo e si potrebbe iniziare a creare coesione sociale su questi obiettivi di comune interesse.

Il presupposto che mi ha indotto a fare questo tipo di proposta già alcuni anni fa e di riproporla attualmente aggiornandola, è costituito dal riscontro che nel Monferrato, soprattutto quello di area casalese, l’antropizzazione è scarsa, con densità demografiche minimali di 30-50 persone a kmq, tra le più basse d’Italia, in alcune aree boschive e piccoli borghi abbiamo addirittura la stessa densità della giungla amazzonica o dell’Alaska (paradossalmente si va all’Estero a cercare le aree “wilderness”).

E’ giocoforza che una parte della popolazione lombarda, se gli si fornirà l’opportunità di scoprire il nostro Monferrato, possa desiderare di comprare casa e trasferirvisi (tra l’altro con costi decisamente inferiori a quelli cui sono abituati). Passare da località cementificate ad oltranza e con densità di 7 mila abitanti a kmq ad un’altra quasi interamente verde ed agricola e con densità di 40 abitanti a kmq è già di per sé “terapeutico”.

In questo caso il turismo di primo approccio deve essere in particolare finalizzato a promuoverne la residenzialità, contando soprattutto sul fatto che in Monferrato disponiamo di una miriade di case vuote che potrebbero essere recuperate e siamo in grado di accogliere diverse decine di migliaia di nuovi abitanti, ponendo un freno al calo demografico di molti nostri borghi collinari, ormai ridotti al lumicino. Quindi non occorre affatto costruire nuovi edifici residenziali impattando sull’ambiente, ma ci si potrebbe limitare a recuperare le case non utilizzate, che in alcuni borghi di piccole dimensioni (con poche centinaia di abitanti) costituiscono circa un terzo del patrimonio immobiliare.

Oltre che dalla scarsa antropizzazione e dai costi immobiliari decisamente più appetibili, da noi saranno indubbiamente attratti dal verde, dal manto di boschi, dai castelli o ville nobiliari che coprono le nostre colline. Basti pensare che in tutta l’Insubria del nord, sopra Milano, l’unico bosco ancora rimasto (per poco perché verrà distrutto dalla nuova autostrada Pedemontana) è il Bosco della Moronera di soli 70 ettari, unico polmone verde a loro rimasto e che può vantare origini antiche (un paio di secoli dopo quelle del nostro Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino, una decina di volte più grande, che si è costituito per volontà di Bonifacio I di Monferrato poco prima che partisse come comandante della IV Crociata all’inizio del ’200). Ecco perché da sempre insisto sulla necessità di aver cura dell’ambiente, del paesaggio, del presidio territoriale, ecc., che non può essere disgiunta dalla promozione turistica.

Per dare seguito a questa proposta occorre coinvolgere attivamente diverse parti sociali e professionali, non solo per gli addetti ai lavori tipici del settore turistico, tipo ristorazione, albergatori, bed e breakfast, affittacamere, agriturismi, ecc., ma anche e soprattutto gli “agenti immobiliari”, che si trovano spesso ad essere i primi ad essere contattati e quindi ad interloquire con potenziali turisti e residenti, e quindi svolgono loro malgrado funzioni di “primo centro di accoglienza”, e quindi sono da formare e valorizzare come promotori turistici del Monferrato, dotandoli di strumenti culturali e documentazione che li agevoli in questo compito.

Del resto è anche interesse loro collaborare per conseguire questo obiettivo di comune interesse, se il Monferrato diventasse appetibile turisticamente e residenzialmente, aumenterebbe il volume del loro business …

Favorire il trasferimento in Monferrato di centinaia o addirittura migliaia di nuove famiglie, oltre al recupero di numerose case e cascine degradate, significherebbe far confluire da noi anche i loro risparmi e capitali (che verranno depositati nelle banche locali), la loro ricchezza complessiva, che non è solo materiale ma immateriale (talenti, know how, amicizie, ecc.), che potrebbero anche continuare a lavorare nei luoghi di provenienza, in quanto la viabilità da noi è ottima e consente di muoversi rapidamente con mezzi propri (semmai andrebbe potenziata la ferrovia verso Milano).

Per farlo occorre studiare degli incentivi, occorre muoversi anche nei confronti delle Amministrazioni locali, possibilmente per il tramite delle Comunità ed Unioni Collinari, per indurle ad uniformare le modalità di trattamento da riservare ai nuovi insediati, abbattendo gli oneri di urbanizzazione e le tasse di costruzione, evitando soprattutto speculazioni immobiliari e relativa lievitazione dei prezzi di mercato al primo acquisto (calmierare e vigilare) e soprattutto fornendo loro un servizio complessivo di accoglienza ed assistenza tecnica, logistica e socioculturale, durante ogni fase dell’insediamento (chi arriva da fuori se sa di poter disporre di un appoggio logistico ed umano, si trasferisce più volentieri e poi con il passaparola positivo ne attira altri).

Si tratta di mettere loro a disposizione i tecnici comunali (per le pratiche edilizie) e dei volontari (pensionati o giovani di qualche associazione locale) che forniscano loro informazioni su tutto quello che serve per potersi adattare in tempi rapidi, senza traumi e disagi e sentendosi benvoluto ed accolto calorosamente, fornire loro cartine e documentazione utile per conoscere il territorio, indicare dove fare la spesa minuta, dove sono i servizi sanitari, dove sono i discount e gli ipermercati, dove sono i musei ed i luoghi storici e le aree protette, ristoranti e trattorie con il migliore rapporto qualità prezzo, ecc..

Io propenderei anche per indurre il recupero dei fabbricati ormai demoliti e scomparsi ma ancora risultanti a catasto, ed in tal caso farei come il lungimirante sindaco di Carrega Ligure in Alta Val Borbera, cercherei di farglieli avere a costo zero (il progetto è stato chiamato “Case a 1 euro”), purché li recuperino con criteri ecologici, approfittando anche della recente legge della Regione Piemonte che in tal caso consente una ulteriore espansione volumetrica. Eviterei assolutamente di impattare sull’ambiente con nuove costruzioni, altrimenti andiamo contro il motivo valoriale paesaggistico che attrae il turista verso il nostro territorio. Non dobbiamo cementificare ma recuperare, possibilmente con criteri ecologici e di tipicità costruttiva locale (pietra dei cantoni, mattoni pieni e coppi) ed attorno impiantare specie autoctone di alberi ed arbusti.

La terra appartiene a chi la abita e a chi la sa apprezzare ed amare, che vi sia nato  e vissuto o che l’abbia adottata in tempi successivi, hanno gli stessi diritti ed il potenziale che potrà essere condiviso aumenterà esponenzialmente…

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One Comment

  1. Mauro Cella says:

    Attenzione a quello che si desidera.
    Chiedete alla gente della Franciacorta o del Garda bresciano come è stata “valorizzata” la loro terra.
    Oltre al danno della speculazione edilizia e del dissesto idrogeologico (nel Comune di Erbusco si dovrà realizzare un’enorme “vasca” per la raccolta delle acque piovane che il terreno coperto di cemento non riesce più ad assorbire) c’è anche la beffa di avere Comuni oramai “dipendenti” dagli introiti delle urbanizzazioni e non si investe un centesimo in infrastutture. Fognature, strade, ferrovie… è rimasto tutto come trent’anni fa, con una popolazione, sia residente che villeggiante, aumentata a dismisura.
    Dal tono dell’articolo capisco che c’è la coscienza di volere evitare questo massacro del territorio e di abbracciare una sorta di “modello toscano”, decisamente più compatibile con uno sviluppo sostenibile. Però i precedenti non sono incoraggianti e, prima ancora di iniziare, è necessario porre dei paletti.
    Molto difficile è riuscire a convincere i Comuni, in questi periodi di “vacche magre”, a non cedere alle sirene degli oneri di urbanizzazione, come è molto difficile riuscire a convincere gli Enti responsabili a spendere le forti somme necessarie per avere le infrastutture necessarie (strade, ferrovie etc). Per stare in zona ho in mente la vicenda dell’autostrada A33, che da anni procede a “passo di lumaca”… una vicenda “siciliana” nel cuore del Piemonte.

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