Modesta proposta per tagliare le “Pensioni d’oro” una volta per tutte

di MARCO BOLLETTINO

Ha fatto molto discutere lo scambio di opinioni tra Matteo Renzi e i suoi interlocutori durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico, soprattutto la parte che riguardava le pensioni e la proposta del sindaco di Firenze di introdurre un contributo di solidarietà da far pagare ai titolari delle pensioni generose.

L’ingegner Michele Caruggi, 43 anni di contributi e 7000 euro di pensione lorda mensile, ci mette davanti a un interrogativo che non possiamo certo ignorare: è giusto colpire indiscriminatamente tutte le pensioni più corpose solo perché sono tali o dovremmo forse colpire chirurgicamente solo quelle che sono frutto di calcoli e regali, che oltre a essere insostenibili economicamente sono anche uno schiaffo in faccia alle nuove generazioni?

La risposta è che se abbandoniamo il concetto di contributo di solidarietàsempre sottoposto alla spada di Damocle dell’incostituzionalità, e abbracciamo l’idea di estendere a tutti, anche a chi è già in pensione, il sistema contributivo, allora possiamo accontentare sia l’ingegner Caruggi sia Matteo Renzi.

Una modesta proposta di riforma delle pensioni potrebbe essere la seguente.

Dal 2014 le pensioni verranno tutte erogate con il metodo contributivo. Per quelle che fino ad oggi sono state, in toto o parzialmente, calcolate con il metodo retributivo si procede come segue:

a)      Chi nel 2013 percepiva un reddito pensionistico uguale o inferiore a tre volte il minimo (11,3 milioni di pensionati), dal 2014 riceverà ancora la vecchia pensione se questa è maggiore di quanto calcolato con il metodo contributivo. (Quindi se il ricalcolo fornisce una cifra maggiore, il pensionato guadagna; se l’ammontare è minore, mantiene quella precedente).

b)      Chi nel 2013 percepiva un reddito pensionistico compreso tra tre e sette volte il minimo (4,7 milioni di pensionati), non subirà modifiche e continuerà a percepire la stessa pensione che riceve oggi.

c)    Chi nel 2013 percepiva un reddito pensionistico superiore a sette volte il minimo (501.949 pensionati) riceverà la nuova pensione ricalcolata con il metodo contributivo, a meno che dopo il ricalcolo questa risulti inferiore a 3.367 € (7 volte il minimo). In questo caso la sua nuova pensione sarà proprio di 3.367 € mensili.

Questa è una tabella riassuntiva della proposta di riforma:

Riforma delle pensioni

Perché parlo di reddito pensionistico e non di singole pensioni? Il motivo è che sono in tanti a percepire più di una pensione (la media è di 1,4 pensioni a testa e sono quasi un milione e mezzo, l’8,8%, i pensionati a godere di tre o più pensioni). (Vedi immagine in alto)

La bellezza di questa proposta sta nel fatto che accontenta sia “il pensionato Michele”, che potrà finalmente ricevere una pensione corrispondente ai contributi che ha versato, sia chi chiede di sforbiciare quelle pensioni d’oro che sono frutto, come giustamente fa notare Tommaso Nannicini su Europa, di “regali acquisiti”.

Si tratterebbe di una legge incostituzionale? Non è detto. Pierangelo Grimaudo, Professore associato di Diritto Pubblico all’Università di Messina, scrive, infatti, su Federalismi che:

 «la Corte costituzionale, con sentenza n. 441 del 12 novembre del 2002, ha ribadito un principio già espresso in una sentenza precedente, per cui si è aperta una breccia per toccare anche i trattamenti già in pagamento, disponendo che il legislatore può, al fine di salvaguardare equilibri di bilancio e contenere la spesa previdenziale, ridurre trattamenti pensionistici già in atto, certo, non limitando del tutto il diritto ad una pensione legittimamente attribuita, ma introducendo con legge successiva una disciplina non irragionevolmente più restrittiva. [..]

Pertanto, soltanto la legge nuova potrà decidere se rispettare o meno, e in che limiti la legislazione anteriore e, con essa i diritti che sulla base di questa sono sorti. Sembra quindi di potere dire che la resistenza dei diritti quesiti risponde oggi puramente ad un principio politico di conservazione.»

In parole povere, serve la volontà politica. Quella che ad oggi manca per cambiare la legge elettorale, riformare la scuola, tagliare la spesa improduttiva, ridurre il carico fiscale e burocratico su imprese e lavoratori, riformare la giustizia ed eliminare i privilegi acquisiti. Ma si può fare. È solo ora di #cambiareverso.

Tratto da: http://www.ateniesi.it

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12 Comments

  1. L'Arimanno says:

    L’Inps italiano, a differenza di tutti gli enti pensionistici europei è gravato da un enorme deficit per dover erogare assistenza ai lavoratori in cassa inegrazione, e invalidità più o meno fasulle che niente hanno a che fare con la previdenza. Poi vi è il problema delle pensioni date agli statali andati in pensione dopo solo 15 anni di contributi. infine sempre nello Stato e nel parastato vi è la piaga dei contributi figurativi un vero furto alla collettività.
    Fatta questa pulizia l’inps potrebbe investire i denari che riceve dai contributi dei lavoratori in attività quali la costruzione di alloggi popolari dal cui affitto potrebbe ricavare un reddito di almeno al 5-7% annuo. Per farla breve questa è la via maestra e non andarte a rubare ai pensionati per dare miserabili 80 € a chi lavora nel privato e lasciando lo scempio di cui sopra inalterato. Così gli enti pensionistici, per esempio in Francia, non solo non gravano sulle casse della colletività ma contribuiscono a formare il mercato immobiliare per i lavoratori che non sono costretti a svenarsi per comprare il proprio alloggio.

  2. Albert Nextein says:

    Non me ne intendo abbastanza.
    Ma mi chiedo, come si regolarono in Cile nei confronti dei cosiddetti “diritti acquisiti” pensionistici su base retributiva?

    Laggiù fecero piazza pulita di molte leggi, e rivoltarono il paese come un calzino.
    Per le pensioni , all’atto della riforma epocale che introdussero i governi succedutisi al centro sinistra e dopo Pinochet, che hanno combinato?
    Potrebbe essere uno spunto interessante.

  3. Ognuno afferma che i suoi diritti siano intoccabili e nessuno fa niente per migliorare la società e in ultima analisi anche se stesso. In una società in crisi è indispensabile l’esempio. Ovvero, se i politici pretendono che un comune lavoratore vada in pensione dopo 43 anni di lavoro e 67 di età (c’è anche chi a 67 anni avrà accumulato 51 o 52 anni di lavoro) mentre a loro, i politici appunto, basta poco più di mezza legislatura per maturare il diritto alla pensione? I vari governi che si sono succeduti dal dopoguerra in poi, hanno sempre fatto i conti in tasca di tutti gli italiani, però guai a farne in tasca a loro. Perché? Poi possiamo pure discutere su pensioni e diritti, ma prima di tutto è il buon esempio. Se fossero bastati i 35 anni ad andare in pensione, conterei i mesi, dal momento che a fine 2013 avrò maturato 34 anni di anzianità. Invece, devo attendere altri 7 o 8 anni, sperando che nel frattempo l’ingordigia dei politici non superi sé stessa!

  4. FRANCO says:

    Le pensioni del settore privato non si devono toccare perché frutto di sacrosanto lavoro, contribuzione e produzione di ricchezza. Vanno eliminate tutte le pensioni dei “contributi figurativi” di qualsiasi importo siano, le pensioni baby e quelle di manager e boiardi di stato , i burocrati, e le “bi” e “tri” pensioni di politici e sindacalisti

    • luigi bandiera says:

      Ci si dimentica sempre che ci sono due categorie di CONTRIBUENTI o VERSANTI in cassa comune (oggi, INPS+INPDAP = ultima furbata talibana): i privati (i versanti) e gli statali e affini (i figuranti il versamento).

      I privati (sempre meno) pagano per mantenere in vita tutta la baracca.
      Gli statali (sempre piu’ numerosi) sono COSTI perche’ servizi e quindi non mantengono la baracca. Anzi, piu’ ce ne sono e peggio e’.

      Basta capire il peso degli uni e degli altri per capire dove “COLPIRE”.

      Lo stato sta in piedi se eroga servizi e possono essere tollerati certi costi se necessari come la SANITA’
      Ma se questi servizi sono scadenti o mancanti o non necessari e COSTOSISSIMI non risolvi i problemi facendo pagare, ancora, ai soliti che VERSANO perche’ rientrano tra i lavoratori PRIVATI di cui i versamenti tout court a pro baracca.

      Almeno spianare le paghe che tra parita’ di categorie siano almeno uguali se non meno per i servizi che sono ovviamente COSTI.

      I presunti servizi devono essere ELIMINATI e basta.

      Una vecchia mia recita:

      basta bastonare i buoi in stalla per ridurre i costi o per risolvere i problemi..!

      continua

  5. Filippo83 says:

    Bisogna estendere a tutti il sistema contributivo, anche retroattivamente: questo sarebbe l’unico, reale contributo di solidarieta’. E bisogna anche smetterla col falso pauperismo post-marxista: c’e’ chi la pensione di 5mila€/mese se l’e’ pagata con una vita di duro lavoro, e chi prende 500€/mese perche’ e’ andato in pensione dopo 15 anni di lavoro statale o para-statale, e sono questi ultim iche fanno molti piu’ danni.

    • Andrea says:

      qui bisogna che si decida se vogliamo essere in uno stato di diritto o nel far west, che ci sia stato chi se ne è approfittato è vero (ad esempio c’è tutto il tema delle invalidità), ma per questo esiste un Ispettorato dell’INPS che dovrebbe aver intercettato gli abusi.
      Sul resto non si possono operare negazioni del “diritto”, quando questo è legittimo.
      Se cinque anni fa ho sottoscritto un BTP trentennale al 6,50% e oggi i tassi sono al 4% nessuno si sogna di tagliare il rendimento di quel titolo, stessa cosa vale per le pensioni, per gli stipendi, ecc … (i contratti si rispettano)

      • ma rileggi ciò che hai scritto prima di postare?

      • francesco villa says:

        Se 38 anni fa ho sottoscritto un CONTRATTO di lavoro che prevedeva che dopo 35 ANNI DI LAVORO avrei dovuto andare in pensione, mentre ora mi ritrovo che questi 35 anni sono diventati 43 e 3 mesi, non è una “modifica” del contratto ?
        ” I contratti non si dovrebbero rispettare ? “

  6. Andrea says:

    peccato che la sentenza in questione (è la 446 e non la 441) riguardi il cumulo della reversibilità con i limiti di reddito, ed è un fatto acquisito che l’intervento di specie sia retroattivo.
    Diverso è il caso che riguardi le pensioni dirette e soprattutto la ragionevolezza dell’intervento normativo; il fatto di non riconoscere la misura determinata con il retributivo, per le pensioni superiori a 7 volte il minimo, sarebbe sia irragionevole, sia soprattutto una negazione del diritto (il diritto a pensione è dato da due elementi che sono il requisito e la misura).
    Quindi non facciamo confusione e non sparacchiamo cose al vento; sul tema andiamo a leggere quello che ci dice Giuliano Cazzola (potrà essere antipatico, ma difficilmente dice cose errate)

  7. La quadratura del cerchio, ma la casta statalista ha già pronto il proprio slogan:
    “resistere, resistere, resistere”
    Le buone proposte non hanno cittadinanza in italia.

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