Socialismo di Mises, uno sguardo 90 anni dopo

di SANDRO SCOPPA

«Quando Socialismo apparve per la prima volta, nel 1922, il suo impatto fu profondo. Gradualmente, ma in modo radicale, esso modificò le concezioni di molti giovani idealisti, i quali ritornavano ai loro studi universitari dopo la prima Guerra mondiale. Io lo so, perché ero uno di loro.

Sentivamo che la civiltà in cui eravamo cresciuti era crollata. Eravamo determinati a edificare un mondo migliore, ed è stato questo desiderio di ricostruire la società che indusse molti di noi a studiare economia. Il socialismo prometteva di realizzare le nostre speranze in un mondo più razionale, più giusto. Fu allora che apparve questo libro. E le nostre speranze andarono deluse. Socialismo ci ha fatto capire che la nostra ricerca era andata nella direzione sbagliata». Nelle parole con le quali Friedrich A. von Hayek presentava, nel 1958, una ristampa della versione americana di Socialismo, è condensata la forza straordinaria e dirompente dell’opera più importante di Ludwig von Mises, che rappresenta ancora oggi, a novant’anni dalla data di pubblicazione, la più coerente e devastante critica del socialismo.

Com’è noto, tale opera sviluppa le argomentazioni contenute in una conferenza del 1919, raccolte in  Die Wirtschaftsrechnung in sozialistischen Gemeinwesen, un saggio pubblicato nel 1920. Mises ha mostrato che un’economia socialista, in cui sia stata ovviamente soppressa la proprietà privata dei mezzi di produzione, non può esserci un sistema dei prezzi. Da cui l’impossibilità del calcolo economico. Il che non può costituire una sorpresa, perché il programma politico socialista punta esattamente alla sostituzione dell’economia di mercato con un piano unico di produzione e distribuzione, con un sistema cioè in cui le attività economiche si svolgono attraverso decisioni politiche centralisticamente adottate. «Il problema del calcolo economico – ha rilevato Mises – è il problema fondamentale del socialismo. Che per decenni si sia potuto scrivere e parlare di socialismo senza toccare questo problema mostra soltanto quanto devastanti furono gli effetti della proibizione marxiana di esaminare criticamente la natura e il funzionamento di un’economia socialista».

Dopo la discussione sul metodo, che aveva visto protagonista Carl Menger, e quella sulla teoria del capitale, in cui si era affermata la figura di Boehm-Bawerk, la Scuola austriaca di economia ha alimentato, con Socialismo di Mises, una terza controversia con i “nemici della società aperta”. È stato probabilmente il dibattito più rilevante del Novecento; ed è durato vari decenni. Persino pensatori di orientamento politico contrapposto hanno dovuto riconoscere la fondatezza dei problemi sollevati. Oskar Lange ha infatti scritto: «I socialisti hanno certamente dei buoi motivi per essere grati al Professor Mises, il grande advacatus diaboli della loro causa: è stata infatti la sfida da lui lanciata che li ha costretti a riconoscere l’importanza di un adeguato sistema di calcolo economico come guida alla distribuzione delle risorse in un’economia socialista. E, quel che più conta, è merito principale di tale sfida se molti socialisti si sono resi conto della stessa esistenza di questo problema». E Robert L. Heilbroner è giunto persino ad affermare: «Mises aveva ragione […]. Il socialismo è stato la grande tragedia di questo secolo».

La più importante conferma della fondatezza delle argomentazioni di Mises si trova comunque nelle vicende storiche che hanno portato al crollo dei regimi retti mediante pianificazione economica e, in particolar modo, al crollo dell’Unione Sovietica nel dicembre del 1991. Il loro fallimento è stato il definitivo naufragio della pianificazione economica, l’ampia dimostrazione dell’allocazione politica delle risorse. Già subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Mises aveva affermato: «La bancarotta intellettuale della dottrina socialista non può più venir nascosta. Nonostante la sua popolarità senza precedenti, il socialismo è spacciato. Nessun economista può ancora mettere in discussione la sua impraticabilità. L’accettazione delle idee socialiste è oggi la prova di una totale ignoranza dei problemi fondamentali dell’economia. Le pretese dei socialisti sono tanto vane quanto quelle degli astrologi e dei maghi».

*In collaborazione con “Liber@mente n. 6/2012”

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One Comment

  1. Dan says:

    La domanda che bisogna porsi davanti un’economia centralista gestita da politici è se costoro hanno effettivamente la capacità di controllare tutto il sistema di mercato. Capacità intesa sia in senso effettivo che in senso lato ovvero se alla fine sono veramente interessati a fare le cose per bene.

    Tralasciando la nostra generazione di ladroni incapaci, praticamente nessuno è capace di gestire da solo un qualcosa che può operare ed esistere solo attraverso i pensieri di tutti.

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