Valdesi, storia di voti e del peso delle minoranze

di ETTORE MICOL

Riassumere l’orientamento politico dei Valdesi nel dopoguerra non è cosa facile né può essere fatto con pretesa di obiettività sicura date le numerose variabili da considerare. Diremo subito che nelle Valli del Pellice, del Germanasca e in una parte della bassa Val Chisone, nucleo storico residuo della popolazione Valdese, il voto non è mai stato compatto e che la stessa natura del collegio elettorale, comprendente una buona parte di pianura, colloca questo popolo-chiesa in una posizione di minoranza valutabile in uno scarso trenta per cento dell’elettorato. Per questo gli eletti locali sono stati in maggioranza di area democristiana, fin che la cosa è stata possibile, con qualche affermazione socialista o repubblicana.

Ma veniamo al tema: i Valdesi non hanno forza sufficiente per eleggere un loro rappresentante nel parlamento romano ma potrebbero, se uniti, essere il valore determinante per decretare la vittoria di qualcuno. Tuttavia, uniti politicamente non lo sono mai stati. Da secoli abituati alla democrazia partecipativa, alla discussione e al confronto assembleare non hanno mai saputo riconoscersi in un partito o in un leader che li rappresentasse al di là delle scelte di schieramento. Se a questo aggiungiamo che la chiesa, intesa come istituzione, non ha mai preso posizione a favore di qualcuno, ostentando, almeno fino agli anni ‘70, il suo distacco dalla politica il quadro si definisce meglio. Nel passato molte cose sono cambiate ma la ricaduta in termini di voti di chi ha ritenuto di completare il suo vivere la fede con un impegno politico è sempre stata deludente. Con queste premesse possiamo tentare qualche analisi del voto. Nel primo dopoguerra, in Val Pellice, il Partito d’Azione ha avuto un buon seguito, così come i Liberali che si sono mantenuti numerosi forse soprattutto per la loro tradizione di rigorosa laicità. In Val Germanasca gli elettori si sono meno definiti ma, in genere, si sono rivolti all’area socialista. Persino banale dire che la Democrazia Cristiana ha avuto sempre nelle Valli Valdesi un seguito di assoluta marginalità trovando i pochi voti di cui disponeva attraverso la sua organizzazione agricola. Nonostante questo, come accennato, i risultati di Collegio l’hanno spesso premiata. I Comunisti sono stati numerosi, soprattutto nella bassa Val Chisone, ma mai veramente protagonisti.

E veniamo a osservare il voto di area autonomista. I Valdesi delle Valli, per improvvida scelta dei loro rappresentanti nella chiesa, non hanno saputo cogliere l’occasione offerta dalla Costituente per rivendicare la loro autonomia. Speravano di poter portare la loro testimonianza in un paese più grande e temevano l’isolamento. In fondo, l’autonomia l’avevano sempre vissuta nei fatti. Avevano i loro ospedali, le     loro scuole anche di grado elevato, forme evolute di assistenza per gli anziani, i poveri e i malati e non vedevano l’utilità di chiedere ad altri quanto da soli già si erano costruiti.

Ma, nonostante gli errori, l’idea autonomista è  rimasta, ha dialogato, si è riproposta ed è cresciuta. Trascurate le liste minori, dal MARP al movimento di Gremmo che     soffrivano di un’impostazione eccessivamente piemontesista ‑ i Valdesi delle Valli sono Occitani! ‑ e venivano vissute in termini di estraneità culturale e di linguaggio, è stata la comparsa della Lega a segnare un cambiamento. Nel 1994 il leghista  e valdese Lucio Malan riuscì a battere il suo autorevolissimo avversario Giorgio Bouchard, pastore valdese e candidato delle sinistre. C’era allora l’alleanza con il Polo ma il voto delle alte Valli, fortemente connotato in favore della Lega, fu sostanzioso molto più di quanto si prevedesse. Dirò, per inciso, che il deputato Malan uscì molto presto dal movimento che lo aveva sostenuto provocando il giusto rammarico dei suoi elettori che la volta successiva, quando si presentò con il Polo, non gli  rinnovarono la fiducia. Nel 1996 si ebbe la conferma, soprattutto fra gli elettori della montagna, Valdesi compresi e determinanti, del seguito ottenuto dalla Lega. Citerò un esempio personale perché ero io il candidato per il Senato. Alle due della notte dello spoglio, mentre stavo tranquillamente dormendo, fui svegliato da una telefonata degli amici della sede di Torino. Urlavano il loro entusiasmo per il grande successo. Ma non erano ancora pervenuti i voti della pianura. Tornai a dormire e, alle sei, avevo perso… Per me, meglio così perché sono uso alla bronchite e il ponentino di Roma non mi avrebbe giovato.

Ma l’esperienza è significativa, e indica come le minoranze, popoli o montanari, raramente trovano una rappresentanza: i numeri le condannano.  Di questo sarebbe giusto discutere prima che sia troppo tardi.

Tornando ai Valdesi, noterò ancora come i referendum più significativi, quello sul divorzio e sull’aborto, abbiano avuto nelle Valli percentuali di no addirittura bulgare, spesso superiori al 90 per cento. Forse i Valdesi sono i più divorzisti, abortisti o, come dice qualcuno, libertini del paese? No, una lunga tradizione puritana li rende sostanzialmente immuni da questi problemi. Credono nella coscienza e nella sua libertà. Non delegano le loro scelte a chi, a destra o a sinistra del Tevere, vorrebbe arrogarsi il potere di farlo. Questo io lo chiamo federalismo morale e questo è quanto ha permesso al mio popolo di continuare a esistere nonostante secoli di persecuzioni, angherie, ghettizzazione. Non abbiamo molto da dare al paese se non una testimonianza di coerenza e libertà. Se ci dovessimo rinunciare diventeremmo il paese e sanciremo la nostra fine.

*In collaborazione con “I quaderni padani”

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2 Comments

  1. Giancarlo says:

    Ottimo articolo! Però ho forti dubbi sull’incidenza del voto leghista nelle alte valli rispetto a quello delle basse valli e del piano, dove a detta di Micol i cattolici (o presunti tali) sono maggioranza. I valdesi hanno iscritti nel Dna la democrazia dal basso e l’autogoverno delle comunità, sia perché è patrimonio comune delle genti alpine ma soprattutto perché hanno l’eredità del calvinismo, libertà unita alla responsabilità e dignità personale, niente intermediazione nonché gerarchia ecclesiastica ma diritto/dovere di ciascun fedele di leggere la Bibbia, formarsi la coscienza e solo a quella rispondere. Un qualcosa lontano anni luce sia dalla libertà di farsi i cazzi propri tipica del berlusconismo sia dal “federalismo” mediterraneo, cialtrone e straccione interpretato da quegli attuali epigoni di Masaniello che sono Bossi e, a scendere, i capoccia leghisti.

  2. Stefano Nobile says:

    “Non abbiamo molto da dare al paese se non una testimonianza di coerenza e libertà” (cit.)

    Non mi sembra un contributo così misero.

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