SERVE RIBELLIONE, COME NELLA MILANO DEL 1848

di GIACOMO CONSALEZ

Molti cittadini milanesi si aspettavano dalla giunta Pisapia il miracolo. Prendere 35 anni (almeno) di corruzione, affarismo, clientelismo, spartizione, nepotismo, consociativismo, e cancellare tutto con un colpo di spugna dando l’avvio alla Città Futura. Impossibile. Irragionevole aspettativa da parte di tutti, inclusi gli astensionisti come me che hanno gioito per il declino della junta palazzinara precedente, pur non avendo alcuna fede nell’alternativa arancione.

I partiti sono associazioni affaristiche di stampo clientelare. Non c’è nulla di nuovo, qualitativamente parlando. Quello che viviamo è il ritratto della politica come professione dipinto dai grandi sociologi del primo ‘900, Ostrogorsky e Weber in testa. È nella natura di una società in cui lo stato è sovrano totalitario incontrastato e il cittadino suddito impotente. I cittadini servono ai partiti per prolungare la pantomima della democrazia rappresentativa. Una volta eletti, i politici fanno i conti con un sistema che opera implacabilmente ad un livello più alto del loro. Coinvolge finanza, imprenditoria, società criminali che usano la politica per convogliare la forza del consenso, maggioritario tra la popolazione, nella direzione dell’interesse di pochissimi.

I partiti scambiano il proprio potere decisionale con i denari necessari allo spoils system, cioè alle carriere politiche dei propri sostenitori più prossimi e all’interesse economico delle proprie società massoniche di riferimento, si vedano in tal senso le coop e CL nell’area milanese. Tasse, imposte e sponsorizzazioni da parte dei “grandi elettori” dell’impresa e della finanza assistita servono a tenere in piede il carrozzone clientelare che garantisce la rielezione e l’ampliamento della sfera politica d’influenza. Il sistema poggia su favori che i partiti fanno ai propri grandi referenti, ai propri sponsors, a danno dei cittadini, distorcendo le regole del mercato, distorcendo i criteri di merito, uccidendo la libera competizione, unica garante del contenimento dei costi del sistema, spendendo somme ingenti per opere di dubbia o nulla utilità, perché “altrimenti ci tocca pagare le penali”. Non si può bloccare l’ingranaggio della spesa pubblica finalizzata al profitto delle società criminali affiliate allo stato. Neppure se il pubblico è prossimo alla fame. Il sistema ha le sue regole, che prescindono dall’utilità generale e dal consenso popolare. I partiti chiedono i voti ai cittadini per fare, volenti o nolenti, i comodi dell’impresa e della finanza assistita a danno dei cittadini stessi. I cittadini non hanno alcuna voce in capitolo circa le leggi di spesa, e i governanti si infastidiscono quando la cittadinanza ne contesta i criteri e le priorità, sconfinando oltre la delega in bianco conferita alla coalizione vincente ogni 5 anni.

In un sistema di deleghe in bianco qualsiasi governo locale, anche quelli sedicenti liberisti, lavorerà per la dilatazione dei costi dello stato, per la moltiplicazione della folla dei clienti, a cui sarà dato sempre meno, mantenendo comunque, finché possibile, un controllo totale sulla loro allegiance politica. In un sistema di deleghe in bianco, non sono i poveri ad avere bisogno del governo, ma è il governo ad avere bisogno dei poveri, degli indigenti, dei disoccupati, della gente senza speranza e senza futuro: costoro sono ricattabili e forniscono una base di consenso. Così si formano le “città mondo” relegate nei quartieri poveri e degradati, ben distanti dall’agio ovattato dei visionari progressisti e benpensanti. In un sistema di deleghe in bianco, l’interesse di lobbies compatte ed elettoralmente influenti prevarrà sempre sull’interesse generale, e prescinderà da esso. Se il governo mollasse la presa, riducesse al minimo i propri costi, e liberasse le forze spontanee che emergono dalla società, la sua energia libera, la sua voglia di riscossa sociale, vigilando soltanto sul rispetto delle regole e del merito, a discapito della confraternita e del maneggio, il governo sarebbe ridimensionato a pura amministrazione pubblica, la sua vera e legittima dimensione, e perderebbe il profitto materiale o di rendita politica che gli deriva dall’esercizio del potere. In un sistema di deleghe in bianco, l’assenza di una alternativa reale tra le varie fazioni di governo costituisce il cemento di questo meccanismo. È il cemento consociativo.

Occorre svegliarsi, essere lucidi, capire. Occorre essere meno creduli e più reattivi. Occorre che i cittadini reclamino un potere sempre maggiore e non diano tregua o credito illimitato a nessun governo, locale o centrale, nemico o presunto amico. Occorre costruire le basi per cui democrazia sia, come da etimo, potere del popolo, non delega incondizionata alle confraternite politico-affaristiche.

Occorre che il popolo possa promulgare, correggere o abrogare delibere e leggi, comprese le leggi di spesa, in diretta, in corso d’opera, senza aspettare la fine di una legislatura. In caso contrario, il sistema delle deleghe politiche si tradurrà sempre di più in una licenza a produrre danni incalcolabili, incrementali, irreversibili, fino al declino definitivo e irrimediabile della nostra società.

Thomas Jefferson, in una lettera datata 30 gennaio 1787 a James Madison, scrisse: «Malo periculosam libertatem quam quietam servitutem. Ritengo che qualche ribellione, di tanto in tanto, sia cosa buona e che sia necessaria al mondo politico quanto le tempeste lo sono a quello fisico. In genere le ribellioni fallite mettono in luce violazioni dei diritti del popolo che le hanno cagionate.Esse sono invero una medicina necessaria per la salute di tutti, prevengono la degenerazione del governo e aumentano l’attenzione per gli affari pubblici” e citando altri, concludeva:”I popoli non dovrebbero aver paura dei propri governi, sono i governi che dovrebbero aver paura dei propri popoli.»

Oggi occorre coraggio, coesione e forza di reazione, non fedeltà di scuderia. Come nella Milano del 1848 che seppe cacciare le forze di occupazione. Magari valutando per bene chi cacciare e a chi aprire le braccia, accertandosi che non indossi un grembiulino.

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3 Comments

  1. mr1981 says:

    La Milano del 2012 invece è persa, al posto di cacciare le forze di occupazione con Pisapia come sindaco apre le porte a tutti, a partire dai fratelli Rom e dai cugini islamici. La città non può più essere coinvolta in un qualsiasi discorso di secessione e indipendenza, si è adagiata sui vantaggi di 35 anni (almeno) di corruzione, affarismo, clientelismo, spartizione, nepotismo e consociativismo peggio di una qualsiasi città del meridione. Il coraggio e la forza di reazione può al massimo arrivare dal Veneto e dalle province del nord della Lombardia, non siamo più ai risultati elettorali milanesi della prima metà degli anni Novanta, che sembravano voler rompere con un certo tipo di passato. Inneggiare a Milano come focolare di ribellione è tempo perso, lo status quo sembra interessare troppe fasce della popolazione.

    • Giacomo says:

      Non è così. A Milano c’è un sacco di gente, una maggioranza schiacciante senza poteri, che non ha mai avuto NULLA da guadagnare da questo stato di cose. La gran parte del parassitismo politico milanese è di importazione, e surprise surprise, non arriva tanto dal sud quanto dal nord della Lombardia, e basti citare una setta sedicente autonomista, un presidente della regione e un ex sindaco dei tempi di mani pulite. Ai tempi di De Michelis arrivava anche dal Veneto. Questi padani purosangue non hanno esitato un istante a trasformare Milano in una suburra di clientelismo medio-orientale, infiltrata di malavita palazzinara e mafia. L’unico meridionale a giocare un ruolo decisivo (in negativo) a Milano è stato Craxi. L’occasione fa l’uomo italiano, caro mr1981, e i fatti lo hanno dimostrato ampiamente. Coinvolgere la cittadinanza nei processi decisionali è il primo passo verso la riscossa, non solo né principalmente a Milano, su questo siamo perfettamente d’accordo, ma in tutta l’area padano-alpina.

  2. Giacomo says:

    Una cosa che ben pochi Indipendentisti colgono è il fatto che traghettando il potere nelle mani dei cittadini si accrescerebbe il loro desiderio di autodeterminazione, svelando il contrasto stridente tra la libertà che cresce nella vicinanza tra cittadino e governo locale da un lato, e la distanza siderale, l’ostilità e il cinismo del potere centrale, centralista e accentratore dall’altro. Un partito indipendentista che volesse far crescere esponenzialmente i propri consensi dvrebbe mettere al primo posto del proprio programma gli strumenti di democrazia diretta e sovranità popolare, in primis i referendum in vigore nella vicina Svizzera.

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