Milano e i suoi Navigli sembrano ritornare di moda ma…

NAVIGLIdi RODOLFO PIVA– Trovandomi a percorrere diverse zone di Milano ho modo di osservare un fermento costruttivo impressionante: tonnellate di cemento nell’area Melchiorre Gioia, nell’area ex Fiera di Milano ecc.

Come dicevo, la cosa è impressionante ma anche desta una certa perplessità perché, da quanto si legge sui quotidiani tutti questi nuovi grattacieli saranno destinati, per la gran parte, ad uffici. Ora, non è chiaro da chi saranno utilizzati questi uffici perché la disponibilità di uffici in costruzioni già esistenti è piuttosto ampia, certamente superiore alle richieste.

Inoltre, come osservazione di carattere generale, faccio notare che una società correttamente impostata si basa su un mixing equilibrato di primario, secondario e terziario. Il paese Italia e la Lombardia in particolare, non potendo contare su un primario, oggettivamente piuttosto modesto, da sempre hanno sviluppato un secondario con pregevoli eccellenze a cui si è accodato, per forza di cose, un terziario.

Oggi il secondario è in stato di evidente sofferenza, anche grazie alla decantata globalizzazione e ad una concorrenza vergognosamente sleale dei cosiddetti paesi emergenti, e quindi sembrerebbe che la panacea a questo stato di cose sia l’incremento del terziario. Può una società come quella Italiana e lombarda in particolare crescere e svilupparsi basandosi solo sul terziario?

Lascio al gentile lettore la risposta e vengo al punto, che è l’oggetto di questa lettera aperta agli amici, e che però si collega a quanto detto sopra.

La città di Milano, fino agli anni ’30 (1930), era una città d’acqua attraversata da una fitta rete di canali originati dai diversi Navigli (Naviglio Grande, Naviglio Paese, Naviglio Martesana, Naviglio di Paderno, Naviglio di Bereguardo) interconnessi tra loro; era l’unico esempio al mondo di città continentale ampiamente canalizzata nel suo nucleo centrale ed al contorno di questo.

Era cioè una Venezia lombarda (al centro della Pianura Padana e non in riva al mare).

Il primo documento ufficiale a parlare di copertura dei navigli fu il Piano Regolatore Generale di Milano (piano Beruto) approvato nel 1884 che stentò a decollare fino al 1929 -1930 anni in cui, si era in pieno regime fascista, fu attuata rapidamente la copertura /riempimento della rete di canali che attraversavano Milano.

Quindi il percorso navigabile che si sviluppava da porta Nuova, attraverso la conca delle Gabelle, quella di san Marco, il laghetto e la via omonima, raggiungeva all’inizio di Fatebenefratelli il canale che circumnavigava la città in senso orario (acque discendenti) fin a Via De Amicis: da qui, il naviglio del Vallone piegava all’esterno (ansa verso sinistra) e discendeva fino alla darsena di porta Ticinese per raggiungere i navigli Grande e Pavese, venne irrimediabilmente cancellato.

Tutto ciò avvenne in nome di un progresso e modernizzazione della città attraverso scelte indubbiamente criminali di amministratori ad alto tasso di ottusità. In parole semplici degli imbecilli la cui progenie è ancora operativa ai giorni nostri.

Oggi se qualcuno proponesse di modernizzare Venezia, in termini di viabilità, coprendo i canali verrebbe trasferito in un manicomio criminale se non addirittura linciato; purtroppo per Milano non è andata così ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Milano è diventata una grande metropoli, sostanzialmente omologata ad altre decine di città sparse per il mondo, con le sue vestigia storiche che, a fatica, riescono ancora ad emergere dal mare cementizio.

Poiché sino ad oggi i sogni sono esentati dalla tassazione, invito il gentile lettore a chiudere per un momento gli occhi e ad immaginare quale Milano avremmo potuto avere: tutta la rete di canali con le diverse conche ed i ponticelli pedonali al loro posto e quindi il nucleo storico Milano destinato principalmente ad abitazioni private, un po’ di esercizi commerciali ed un po’ di studi professionali e con il grosso terziario realizzato al di fuori da tale nucleo insieme con gli insediamenti tipici del secondario. Un po’ come è stato Mestre per Venezia.

In questo modo avremmo avuto i palazzi , le chiese ed i monumenti storici, che sono stati la storia di Milano, perfettamente incastonati in una realtà magica che avrebbe costituito un richiamo turistico e culturale significativo.

Purtroppo, riaprendo gli occhi, vediamo che le cose non sono andate così ed il tornare indietro, data la vastità del danno generato da amministratori ottusi ed inetti, sarà solo parzialmente possibile a costi comunque elevatissimi.

E’ bello e doveroso però ricordare e raccontare alle giovani generazioni come era la Milano di solo ottanta anni or sono e quale realtà avremmo potuto avere e proporre al pubblico insulto, post mortem, coloro che furono artefici di questo disastro.

 

 

 

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