Migranti. Si parte, si arriva, il copione è sempre lo stesso, come la regia

immigratidi ROMANO BRACALINI – Forse si comincia a intravedere un vasto disegno assistenziale dietro quest’invasione continua e inarrestabile. Si parte, si arriva: il copione è sempre lo stesso. Di rischioso c’è solo il viaggio, i paesi di provenienza non danno garanzie, salvo la minaccia dello schioppo se qualcuno volesse far marcia indietro, ma l’approdo assistito è certo, come la meta agognata dalla disperazione africana. In ogni tukul di miseria si sogna Lampedusa, come Pizarro immaginava l’Eldorado. Se si mettono insieme le dichiarazioni di questi ultimi giorni, si capirà di quale disegno si tratti. È in questo frangente che gli estimatori dell’immigrazione come “risorsa” – e certo per gli imprenditori di bassa manovalanza sottopagata lo è – hanno ripreso a elencare i vantaggi della società aperta contro le asfittiche prospettive di quella “riprovevole” che pone limiti e contingenta le quote. Al meeting riminese di CL il senatore Giulio Andreotti, citando senza trasalire le sacre scritture,  affermò: allo straniero va riservato lo stesso trattamento della vedova e dell’orfano.

Linguaggio troppo ardito e criptico per capirne il senso, aggiungendo che quando un ministro in carica (allusione al senatore Calderoli
che non nomina) contesta al ministro degli Interni (che non nomina) «la liceità di cercare una soluzione più umana», lui non ci sta; a
parte l’arbitraria interpretazione (Senatore, non sta bene dire le bugie!), lui non ci sta perché «un Paese di emigranti come l’Italia
questo non lo può dimenticare». Questa l’ho già sentita. Caro Senatore, mi risulta che gli emigranti italiani andassero a lavorare, con i
documenti validi e col permesso delle autorità. Che c’entrano con i clandestini? Si ricorderà Andreotti, parecchi anni fa, al festival
dell’Unità, affermare con lo stesso cinismo ridanciano che a lui due Germanie divise andavano bene e giù una caterva d’applausi da far venir giù il Cremlino.

E Buttiglione, Giovanardi, e gli altri democristiani revisionisti? Secondo loro si doveva consentire il soggiorno a chiunque abbia un lavoro, senza averne uno all’arrivo. Non serve l’esempio più sensato degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia che permettono l’ingresso solo a coloro che un lavoro se lo sono procurato alla partenza essendo in possesso di una regolare richiesta. Sull’immigrazione si gioca una delicata battaglia politica. Come il terrorismo fondamentalista, che trova consensi e complicità in casa nostra, la politica delle porte aperte serve a determinate correnti politico-ideologiche per destabilizzare l’Europa.

Sui muri del centro di Milano ho letto la scritta no global: “Siamo tutti clandestini”, che dà un’idea del tipo di società che avrebbe in mente certa sinistra radicale e antioccidentale. Ciò che non è riuscito alla rivoluzione proletaria, potrebbe essere possibile con l’immigrazione clandestina di massa. Negli Stati Uniti, dove si entra se lo vogliono loro, non si vedono tappetini di cianfrusaglie e
venditori senegalesi da spiaggia. Sull’argomento vi è parecchia ipocrisia e ignoranza.

Il fenomeno d’oggi non ha riscontro nelle grandi migrazioni che negli ultimi due secoli hanno popolato i grandi spazi vuoti
delle Americhe e dell’Australia: con effetti positivi nel Nord America dove il patrimonio ereditato era il sistema parlamentare decentrato inglese; con minor successo nell’emisfero Sud del continente dove la storia aveva inflitto ai sudamericani l’autoritarismo centralizzato, il fatalismo, il clientelismo tipico del tardo medioevo spagnolo. Il Nord America ebbe dunque un lascito di
tradizioni civiche, che i nuovi immigrati fecero proprie con orgoglio e vanto, mentre il Sudamerica ricevette la tradizione dell’assoggettamento e dello sfruttamento.

Negli Stati Uniti l’emigrazione europea (diversa dall’immigrazione asiatica e ispanica di questi ultimi tempi, dedita soprattutto al commercio parassitario) si riconobbe nel sistema liberale e nello spirito di libertà, mentre in Argentina, in Brasile, in Paraguay, in Venezuela, ieri come oggi, il sistema di oligarchie autoritarie e fasciste ha portato al fallimento economico e civico, e infine all’emigrazione di ritorno. Se l’immigrazione dal Terzo Mondo tribale e dall’Islam liberticida non troverà una regola condivisa e
un assestamento compatibile, l’Europa, che non ha la disciplina politica né il patrimonio ideale e morale e nemmeno la forza di carattere
degli Stati Uniti, è destinata a finire come il Sudamerica, con la marea montante di culture primitive e illiberali che potrebbero alla fine
prevalere sulla rinuncia e sul vieto cicaleccio europeo.

Il disegno di cui parlavamo prevede di sostenere economicamente e politicamente l’Africa immiserita dai suoi feroci tiranni
che vivono da nababbi grazie agli aiuti europei. In base a questo disegno l’Europa dovrebbe varare una politica per l’Africa altrimenti
l’invasione clandestina, arma formidabile di ricatto in mano ai despoti africani, non cesserà a riprova che essa è organizzata e orientata proprio dai governi pagati apposta per limitarla e combatterla.

Così lasciava intendere Gheddafi nel suo incontro con Berlusconi in Libia. Così si era espresso il ministro degli Interni tedesco Otto Schily che aveva addirittura proposto che i Paesi europei con vincoli storici con alcuni Paesi africani dovessero prenderseli in carico, senza forse rendersi conto di ipotizzare uno scenario neocoloniale.

Così l’Italia dovrebbe tornare in Somalia e in Eritrea, la Francia nel Centro Africa e la Gran Bretagna nel suo ex vasto impero coloniale. Se Schily non fosse stato un socialista e forse immune da mene imperialiste, gli avrebbero dato del bieco colonialista reazionario. I palestinesi vogliono uno Stato indipendente ma intanto scappano dal regno del terrore e della miseria instaurato dal satrapo Arafat. Nell’Africa coloniale dell’Ottocento c’era un solo Paese indipendente, la Liberia, voluta dal presidente americano Monroe, e popolata da schiavi neri americani liberti. Due secoli dopo anche dalla Liberia si scappa. La metafora del fallimento africano è tutta lì. A che serve la libertà se non si la si merita?

(da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Dispiace constatarlo e dirlo o farlo presente, ma la REGIA DELL’INVASIONE E’ VOLUTA DA CERTI “EUROPEI” sostenuti dal loro seguito di PEONES..!
    .
    Siamo a peggio del 1789 e dell’ultima guerra..!
    .
    Stiamo soccombendo e NON LO SAPPIAMO..!!
    .
    Purtroppo grazie all’intellighenzia occidentale MALATA, molto MALATA..!!
    .
    Repetita juvant, forse… appunto, dipende tutto dalle teste piu’ o meno dure.
    In lengoea veneta se ghe dixe THOKE o SOKE.
    .
    An salam

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