Miglio: “Bossi non faceva altro che calare le braghe”

di GIANFRANCO MIGLIO*

Nella prefazione al libro autobiografico Vento dal Nord, scritto da Bossi con l’aiuto di Daniele Vimercati, io ho attribuito al segretario il merito di non aver mai cambiato la sua scelta ideologica iniziale: cioè l’opzione per una Costituzione federale. Passerò il resto della mia vita a pentirmi di quel giudizio positivo, e dell’alto riferimento che io feci allora a una pagina di Max Weber. Perché ho scambiato per intima convinzione quella che era soltanto l’opportunistica ripetizione di un luogo comune: un po’ come la «dittatura del proletariato», sempre evocata dai leninisti quale coronamento della rivoluzione comunista, ma perennemente rinviata a un mitico e lontano futuro.

Io sono pronto ad ammettere che sulla innegabile caduta del «federalismo» leghista abbia avuto un forte impatto l’attenuarsi delle speranze di veder sorgere una grande federazione europea. Come ha dimostrato lo scorso giugno il calo dell’ interesse degli elettori per le istituzioni soprannazionali, la gente non crede più al superamento dei vecchi Stati sovrani. E questo stato d’animo si riflette anche sull’attesa di una profonda trasformazione delle nostre istituzioni interne. Quando i miei amici leghisti si proclamavano «federalisti», io domandavo loro, un po’ ironico, che cosa ciò volesse dire. Mi rispondevano candidamente: «Non lo so», oppure facevano confusi riferimenti alle «autonomie», alla liberazione dall’egemonia del Sud, e via di questo passo. Anzi, io ho il sospetto che, nella mente del segretario e dei suoi collaboratori – stante l’ignoranza circa ciò che sia un «vero» ordinamento federale – quest’ultimo si confonda con un generico «cambiamento» delle posizioni personali di potere.

Del resto nei quattro anni che ho passato accanto ai vertici del movimento (e ci stavo notoriamente come esperto della riforma costituzionale) non una sola volta – dico una sola volta – Bossi, oppure uno dei suoi «colonnelli», mi hanno domandato una qualsiasi informazione su un qualsiasi punto dell’ordinamento federale che noi auspicavamo. Il «federalismo» era per il segretario e per i suoi accoliti uno strumento per la conquista del potere, una specie di «piede di porco» con il quale scardinare le difese degli avversari. Più volte alcuni dei «colonnelli» si sono domandati, conversando con me, se l’attuazione della «rivoluzione federalista» corrispondesse realmente all’interesse del movimento. Questa strumentalità del programma emergeva in modo particolare nell’ostinazione con la quale Bossi cercava di estendere il movimento alle regioni del Centro-Sud. Io avevo un bel contestargli i costi e i risultati deludenti di questi tentativi e di avvertire che la Lega contava perché era un fenomeno del Nord: cambieremo l’Italia (affermavo) restando a settentrione della linea gotica.

Egli invece era ossessionato dalla convinzione che il suo movimento, per crescere sul piano politico, dovesse diventare «nazionale» anche a costo di annacquare la sua identità originaria. Tale modo errato di ragionare dipendeva dalla suggestione che gli ambienti romani esercitarono su di lui nei cinque lunghi anni in cui Bossi frequentò la capitale come solitario (e isolato) senatore. Ma soprattutto influì sulle sue idee un anziano giornalista ex democristiano, Luigi  Rossi, cresciuto nell’entourage di Fanfani, che, andato in pensione, divenne il suo portaparola (e poi nel 1992 fu  fatto deputato). Costui era ed è un nazionalista, che vorrebbe la Lega radicata nel Sud e trasformata in una specie di «Democrazia cristiana pulita».

Sempre a questo tipo di influssi negativi va ricondotto il tentativo, fatto più volte da Bossi, di negare le radici etnicoculturali del particolarismo leghista e di sostituire a questo vincolo (che è il solo percepito dagli affiliati) quello socioeconomico. Si direbbe che il segretario si vergogni della fase e del linguaggio originari del suo movimento, e cerchi di ricondurre la ribellione del Nord, e il contrasto settentrione-meridione nell’alveo della concezione marxista (che un tempo gli fu congeniale). Se il segretario manterrà il proposito, già manifestato apertamente, di proporre, in occasione del prossimo Congresso, la eliminazione della qualifica «Nord» dalla denominazione «Lega Nord», il movimento andrà definitivamente a picco.

Di fronte alle continue oscillazioni che ho descritto, e sopra tutto alla scarsa o nulla volontà di specificare i contenuti del modello «federale», io non perdevo le occasioni che si presentavano – nei convegni, e sulla stampa – per confermare l’impegno mio personale e del movimento a favore di quel modello, chiarendo, di volta in volta, le soluzioni di problemi concreti in cui il progetto si articolava. Spiegavo cioè come certe questioni, altrimenti insolubili, trovassero una risposta soddisfacente proprio in un assetto «federale» dei pubblici poteri. A queste «uscite» – in cui talvolta riuscivo a coinvolgere la responsabilità del movimento – seguivano però, quasi regolarmente, delle «marce indietro» del segretario.

Così che la stampa prese a divertirsi a un simile gioco di avanzate e ritirate. L’unico che non si divertiva ero io. Anche perché mi accorsi che se i partiti concorrenti reagivano violentemente alle nostre uscite (anche le più legittime e ragionevoli) Bossi si affrettava a calare le brache: voleva insomma fare la rivoluzione ma con il consenso di tutti. In secondo luogo le sue ritirate e le sue smentite servivano a contenere e ridurre il mio prestigio presso i leghisti, che invece con mio forte imbarazzo continuava a crescere. Bossi cominciò anzi a far proprie, con i giornalisti, alcune espressioni usate contro di me dai nostri nemici: «Un anziano professore, un po’ matto e dominato dalla fissazione della secessione del Nord…».

*Tratto da “Io, Bossi e la Lega” – Mondadori Edizioni

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17 Comments

  1. Mauro Cella says:

    Uomo dotato di coraggio non comune, specie per quanto riguarda i suoi riferimenti alla diversità etnicoculturale del nord, qualcosa che tuttora una larga fetta della nostra gente non vuole comprendere se non addirittura respinge, forse per effetto di decenni di lavaggio del cervello, e che è solitamente sufficiente per scatenare le solite oche del Campidoglio nelle loro reazioni sull’ignoranza-razzismo-etc del professor Miglio.

    A discolpa di Bossi c’è da dire che il suo ridurre le differenze al solo punto di vista socioeconomico è stato probabilmente un adattarsi alla mentalità politica italiana, su cui l’influenza marxista è tuttora forte. Potrei scrivere a lungo su questo punto ma non sarebbe pertinente.

    Per quanto riguarda la domanda sull’effettiva percorribilità del federalismo, la mia risposta è semplice: i prossimi due anni saranno cruciali. I maggiori ostacoli sono il disinteresse sfiduciato della popolazione e la bassa qualità media della classe dirigente del nord.
    Ridotto in soldoni, la gente non è strettamente interessata al federalismo, ma solo ad un “grande piano” che assicuri benessere ed un continuo miglioramento delle condizioni di vita. Purtroppo una larga parte della popolazione, per influsso della propaganda di Stato e del sistema politico, ha le idee molto confuse su quali misure si debbano implementare per raggiungere questo “benessere”. In questo stato è facile preda di ciarlatani, falsi profeti e messia autoproclamati.
    Per quanto riguarda la classe dirigente, le mancanze sono sotto gli occhi di tutti. Un cammino federalista rischia di diventare terreno di conquista per quelli che io chiamo i “nuovi satrapi”, individui disposti a cavalcare ogni ideologia pur di ricavarsi il proprio piccolo feudo dove fare il bello ed il cattivo tempo, individui di cui senza scendere a sud del Po abbiamo un vasto campionario. Senza un efficace e ben studiato sistema di contrappesi alla politica (ad esempio una costituzione scritta per limitare il potere dello Stato e non solo per codificarne la forma) si rischia di ritrovarsi con un’Italia bis.

    Perché dico che i prossimi due anni saranno cruciali? Perché porteranno grandi cambiamenti.
    Il peggioramento delle condizioni economiche sta portando sempre più persone ad informarsi sul perché il “sistema Italia” è insostenibile nonostante la folle pressione fiscale: tra costoro molti scopriranno o riscopriranno Miglio, che allo stuolo di parassiti tricolori ha dedicato pagine lucidissime e devastanti senza usare un solo insulto.
    La sfiducia nei “superstati”, siano essi a Bruxelles o a Roma, è in crollo vertiginoso: anche qui si cercheranno alternative. Spero personalmente che si capisca che il federalismo di Miglio non è solo una divisione amministrativa ma un metodo per fornire un ulteriore barriera allo strapotere di politici, burocrati e dei loro alleati.
    Infine l’uso continuo e spesso improprio del patriotismo come “cemento nazionale” provocherà una reazione allergica quale non la ha provocata neppure il miglior Scalfàro. Beppe Grillo, astuto come sempre, in questi giorni ha tirato una bella stoccata all’ossessione della “stampa patriotica” (definizione mia) per il numero di medaglie alle Olimpiadi. Le medaglie degli “azzurri” non fanno abbassare la pressione fiscale e i tricolori chilometrici non fanno riaprire negozi ed aziende.
    Due anni per decidere il nostro destino… sfida accettata.

    • lucafly says:

      Anche meno….

    • Giordano says:

      Parole da sottolineare e appendere in ogni sede della Lega Nord: “Un cammino federalista rischia di diventare terreno di conquista per quelli che io chiamo i “nuovi satrapi”, individui disposti a cavalcare ogni ideologia pur di ricavarsi il proprio piccolo feudo dove fare il bello ed il cattivo tempo, individui di cui senza scendere a sud del Po abbiamo un vasto campionario”!
      A furia di accettare imbecilli (e delinquenti) a destra e a manca, le comunità locali gestite da questi falsi profeti del federalismo ceppalonico col fazzoletto verde, hanno devastato interi tessuti sociali e territori una volta incantevoli.
      Salviamo i nostri paesi da questa gentaglia.

  2. lucafly says:

    Bossi cominciò anzi a far proprie, con i giornalisti, alcune espressioni usate contro di me dai nostri nemici: «Un anziano professore, un po’ matto e dominato dalla fissazione della secessione del Nord…»……

    dalle mie parti si dice che il tempo è galantuomo,tra meno di 50 anni al grande Miglio sarà intitolata qualche via cittadina oppure aule Universitarie e per dirla alla Bossi di lui non rimarrà che una SCOREGGIA nello spazio.
    Ricoveratelo….AMEN

    • Veritas says:

      Ma guarda che ci sono già strade intitolate a Miglio e qualche scuola….

      • lucafly says:

        Chi a intitolato la scuola al grande Miglio non sa nemmeno cosa predicasse il Professore…a solamente eseguito ordini da qualcuno che ormai stava nella Merda…chi è stato in Lega come il sottoscritto sa benissimo che il capo impartiva ordini ad orologeria per far parlare non della lega ma di lui stesso…ma il giochino si è rotto…FANCULO. B…..

  3. maurizio ratti says:

    DAI VEDIAMO TRA I COMMENTATORI CHI SA COSA INTENDEVA MIGLIO PER FEDERALISMO E SE ERA O E’ UN PROGETTO PERCORRIBILE. FORZA CON LE RISPOSTE.

    • Il Lucumone says:

      Nel periodo in cui l’ho conosciuto, dal 1992 al 1994, Miglio aveva previsto la divisione del paese in 3 macroregioni: Padania, Etruria e Mediterranea * le 5 a statuto speciale con l’elezione di un direttorio formato dai 3 governatori delle marcoregioni + un rappresentante dell 5 RSP + il presidente federale eletto a suffragio iniversale!

      Oggi sono “in buona” ed ho voluto accontentarti, ma la prossima volta che dai sfogo al la tua spocchia, non so se basata su qualche titolo accademico o sulla sfrontatezza, ti farò vede cone “ciapem i Ratt” dalla mie parti!

      • Veritas says:

        Anch’io ricordo che Miglio propose le tre macroregioni. E devo dire che ricordo anche che Bossi ne rimase quasi sconvolto, viste le reazioni dei giornalisti di regime ed affini…. e proprio da lì iniziarono a raffreddarsi i loro rapporti…

  4. gipo berardinelli says:

    cara Caterina per riprendere le fila del sogno occorre prima bruciare il passto e con essso tutti quei profittatori che sono stati messi nei posti di controllo. Se la Lega continua ad avere tra i suoi tesserati quelli che ha messo con corruttela e tradimento degli ideali in psti pubblici come la Rai, da dove si fanno gli affari loro e fingono di portare avanti un federalismo balordoro e falso, allora nulla cambierà mai. La Lega è marcia e il suo pus infetta l’intero corpo dell’indipendenstismo e del federalismo vero. Quindi finchè ci sarà qualcosa della Lega anni ’90-2000 tutto sarà vano!

  5. caterina says:

    è tutto vero, anche se è triste…
    d’altra parte molti di noi, i veneti soprattutto, dopo la batosta dei Serenissimi, ingenuamente abbiamo sperato che si potesse arrivare a riconquistare la libertà, cioè l’indipendenza, attraverso il federalismo che è stato la viratadella lega dopo la strombazzata secessione: sembrava la strada giusta, perfino costituzionale, perciò scevra da pericoli….
    La lega ha tradito questa promessa e questa speranza… ad un certo punto è stato chiaro con il suo rinvio all’infinito che andava verso la deriva statalista, non si capisce se per interessi personalistici o per ottusità, ma il risultato è lo stesso.
    E’ ora che riprendiamo le fila del nostro sogno e ricominciamo tutto daccapo.

  6. Il Lucumone says:

    Bossi, ottenendo l’ovazione generale dei sanculotti, nel 1994 disse anche:
    “Me ne fotto delle minchiate di Miglio ! Ideologo della Lega? No, un panchinaro! Arteriosclerotico traditore ! Una scor…a (innata è l’eleganza! NdA) nello spazio!”.

    Quindici anni dopo, in pesante calo di immagine, la Lega riesumò “el Prufesùr” e ne decantò la simbiosi col padre del Trota!

    Domanda ingenua: Miglio nel 1992 era un dio, nel 1994 una m…, nel 2011 di nuovo un dio, bifronte con l’Umberto ! Oggi che l’ex “capo” è….nello spazio, Miglio torna solitario ad essere “out” o resta “in” per maroniana convenienza ? E fino a quando?

    Ciumbia ! Quante bovazze rimangono sulla strada per l’indipendenza !

  7. gino limito says:

    Pagine di grande dignita’, che mettono la parola fine alle sciocchezze che continuano a circolare su Miglio e la Lega. Sono state scritte nel 1994. Gia’ allora Miglio aveva denunciato, senza lasciare dubbi, che cosa era diventato quel movimento. Fino a che non si togliera’ dai piedi quel partito di rintronati, i popoli padano-alpini non potranno trovare la loro strada politica di liberazione.

    • Unione Cisalpina says:

      aggiungo anke ke non basterebbe nemmeno + il kambio del nome … le pulizie di kasa ke maroni sta facendo, sono solo, in realtà, il “fare la polvere” … serve a un kakkio… kambia nulla…

      • Nessuno, dico proprio nessuno è in grado di riconoscere il merito del Bossi nel riuscire catalizzare intorno a se le varie realtà politiche autonomiste, Indipendentiste o Federaliste esistenti nel Lombardo Venete. Aggiungiamo anche il Piemonte. Cosa che NESSUNO (purtroppo) oggi è in grado di fare. Nessuno, ma proprio nessuno ha avuto la forza di prenderlo a calci quando ha capito che era soltanto una macchietta nelle mani del potere Romano. Solo dopo l’intervento della Magistratura qualcuno ha trovato il coraggio di ribellarsi. Sciacquini e lustrascarpe hanno ora cambiato il padrone. Siamo passati dalla padella alla brace. Ha ragione Facco quando sostiene che per crescere una iniziativa politica occorrono tre elementi fondamentali 1) l’idea 2) l’organizzazione 3) il Leader . Qualcuno li ha visti???

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