Messi in croce dai paesi arabi

croce

di Giuseppe Samir Eid * –  Negli ultimi anni l’attenzione dei media sul Medio Oriente si è soffermata sul conflitto israelo-palestinese, oppure sugli episodi di violenza integralista o sulla guerra in Iraq, tralasciando tragedie umane di enormi proporzioni che in queste stesse regioni riguarda-no la sopravvivenza di diverse comunità cristiane. La presenza di attive comunità cristiane nella regione mediorientale è un fatto che la maggioranza degli occidentali ignora, come pure le tragiche vicende che nei secoli hanno portato alla scomparsa delle Chiese dell’Africa del Nord. Eppure l’esperienza di queste comunità cristiane ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per la diffusione del Cristianesimo nei primi secoli della nostra era. Antiochia rappresentò la fede cristiana nel mondo, ancora prima di Roma e Costantinopoli. Basti pensare ai tanti personaggi, teologi e filosofi che resero luminosa la storia di queste Chiese e si distinsero nella lotta contro le eresie.

LA VARIETÀ NELLA CROCE
I cristiani del Medio Oriente, copti in Egitto, maroniti in Libano, caldei in Irak, armeni in Turchia, melchiti o ortodossi in Siria, o ancora palestinesi di Betlemme, conoscono da più di mezzo secolo un esodo silenzioso cacciati dalle loro terre a causa della guerra e della pressione dell’Islam. Il numero dei cristiani emigrati è andato aumentando negli ultimi anni; quelli che rimangono nei Paesi arabi sono in continua diminuzione, soffrono del complesso del ghetto e vedono un futuro incerto. Al pari del resto della popolazione, i giovani, per la difficoltà di trovare un lavoro e per la crisi degli alloggi, preferiscono formare una famiglia e crearsi una nuova vita altrove, con la triste conseguenza di tornare al Paese natale solo come turisti. Vi sono inoltre difficoltà e impedimenti di vario ordine che non con-sentono ai patriarchi orientali cattolici di seguire nella diaspora i fedeli del proprio rito. Perciò l’emigrazione dei cristiani può significare la condanna all’estinzione del-le Chiese orientali. Una panoramica Paese per Paese può rendere l’idea di quanto esile sia la presenza cristiana nel mondo arabo erede dell’impero ottomano.
ARABIA SAUDITA
Il Cristianesimo e l’Ebraismo sono proibiti nel regno, col pretesto che la penisola arabica, terra santa dell’Islam, è assimilata a una moschea. I cristiani non possono celebrare il loro culto. Il proselitismo comporta, come minimo, l’espulsione immediata.

EGITTO
L’emigrazione non risparmia neppure i copti, notoriamente poco inclini ad abban-donare le rive del Nilo. Questa comunità ha conosciuto una brillante rinascita nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo, sotto
la monarchia di origine turca fondata da Mehmet Ali. Essa rappresentava a quel tempo il 15-20% della popolazione. La rivoluzione nasseriana, a partire dal 1952-1953, le è stata fatale: i copti sono stati esclusi dalla classe politica, salvo qualche personalità simbolica, poi spogliati del loro potere economico. Sotto Hosni Moubarak, al potere dal 1981, gli atti di violenza si sono moltiplicati, spingendo i giovani a emigrare verso la Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti. I copti in Egitto non sono più del 6-7% di una popolazione complessiva di circa 65 milioni di abitanti. ,Santa Sede ha siglato un concordato con Israele nel 1998 e ha appena creato una diocesi di lingua ebraica.
PALESTINA
All’inizio del XX secolo i cristiani formavano quasi un quarto della popolazione araba-palestinese, un po’ più di 100.000 persone su un totale di mezzo milione. Nel 1948 probabilmente erano proporzionalmente pochi di più: 300.000 su 1,2 milioni. La creazione nel 1994 dell’Autorità palestinese, diretta da Yasser Arafat, ha prodotto la fuga di buona parte dei cristiani. Alcuni hanno trovato rifugio in Israele, altri in Europa o Stati Uniti. I cristiani erano il 15% degli abitanti nel 2003, contro il 62% del 1990.

GIORDANIA
Al momento della sua creazione nel 1923, l’emirato di Transgiordania non contava che mezzo milione di abitanti, di cui qualche migliaio di beduini cristiani. Oggi i cristiani sono il 10% circa della popolazione totale di 5 milioni.

LIBANO
Nel 1932, 800.000 cristiani formavano il 55% di una popolazione libanese stimata di 1,5 milioni di persone. Oggi dopo diverse turbolenze e soprattutto tutto dopo la lunga guerra civile della  fine del XX secolo (1975-1990) i cristiani sono 1,5 milioni, un terzo della  popolazione. Più della metà sono dei “rifugiati interni”, cacciati dalla loro città o villaggio d’origine e costretti  a reinserirsi nelle ultime roccaforti a maggioranza cristiana, come la periferia Est di Beirut. Una diaspora libanese  cristiana si è costituita in  Europa, Stati Uniti, America del  subsahariana, Australia, Africa.  In totale essa conterebbe 6 milioni di persone, di cui 2 milioni negli Stati Uniti.
IRAN
Ufficialmente, la popolazione cristiana non raggiunge lo 0,2%. Alcuni parlano dello 0,5%. Trattata bene sotto la dinastia Pahlavi, essa beneficia di una certa tolleranza da parte della repubblica teocratica istituita da Khomeini nel 1979, e dispone di un deputato nel parlamento. Ogni atto di proselitismo e le relazioni con le donne musulmane sono puniti con la morte. La metà dei cristiani iraniani avrebbero lasciato il Paese dopo il 1979 per rifugiarsi, in maggioranza, negli Stati Uniti (California, soprattutto).
IRAQ
I cristiani in Iraq erano quasi il 10% della popolazione nel 1920 (300.000 su 3 milioni di abitanti), oggi sono il 3% (1 milione su 24 milioni). Uno degli “atti fondatori” del nazionalismo iracheno fu il massacro, nel 1932, di parecchie migliaia di assiri cristiani del Nord del Paese, di lingua aramaica, e l’espulsione di parecchie decine di migliaia di sopravvissuti. Gli altri cristiani iracheni, in particolare i caldei cattolici, sono emigrati al 50% o mantengono un atteggiamento di sottomissione assoluta alla maggioranza musulmana.

ISRAELE
Unico Stato non arabo e non musulmano del Medio Oriente, Israele conta oggi 350.000 cristiani su 6,5 milioni di abitanti. Oggi si assiste a un’immigrazione dei palestinesi cristiani di Cisgiordania in Israele. Le comunità cattoliche e ortodosse sono state inoltre rinforzate negli anni Novanta, grazie all’arrivo di numerosi cristiani dell’ex Urss autorizzati a immigrare in ragione dei legami familiari. La

 

PAESI DELGOLFO, YEMEN
I cittadini non possono praticare un’altra religione diversa dall’Islam; le minoranze, prima numerose, sono state progressivamente espulse.

SIRIA
Le comunità cristiane (greco-ortodosse, melchite, armene, aramaiche) formavano un quarto della popolazione siriana all’inizio del XX secolo. Esse rappresentano ancora il 7% della popolazione attuale:
1,5 milioni su 20 milioni. Questa relativa sopravvivenza si spiega per le particolarità della politica locale: il regime Assad, dal 1970, si appoggia sulla minoranza musulmana alauita che ha stretto alleanza con le altre minoranze del Paese. Pertanto, i cristiani non hanno cessato d’interrogarsi sull’avvenire, di emigrare alla prima occasione.

TURCHIA
La Turchia ottomana aveva intrapreso nel 1915 l’eliminazione della minoranza cristiana armena dell’Anatolia orientale (un milione e mezzo di persone). Le discriminazioni degli anni ’40 e poi una serie di pogrom all’inizio degli anni ’50 produssero partenze di massa.  Ora in Turchia non rimangono che 100.000 cristiani.
COMUNITÀ DALLE RADICI PROFONDE 

Le popolazioni che nei primi secoli del cristianesimo abitavano il Medio Oriente erano formate da comunità autoctone e da una forte componente ellenizzata. La grande importanza di queste comunità è confermata dal fatto che le Chiese orientali sono definite con il titolo di “apostoli-che”, perché fondate dagli apostoli. I primi concili ecumenici riconobbero l’esistenza di Chiese madri, presiedute da un patriarca, responsabili della propagazione della fede cristiana e della nascita di altre Chiese. L’istituzione patriarcale è comune sia all’Oriente sia all’Occidente e il vescovo di Roma, sede patriarcale dell’Occidente, erede dell’apostolo Pietro, è il patriarca d’Occidente riconosciuto come primate universale, primo fra i primi. Le altre sedi patriarcali sono in oriente, precisamente a: Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme, madre di tutte le Chiese e culla della cristianità.

Il Cristianesimo ebbe un immediato e notevole sviluppo in tutto il Medio Oriente, tanto che il numero dei cristiani orien-tali era più numeroso rispetto a quello degli occidentali. L’Oriente cristiano, che nell’epoca patristica superava ed eclissa-va l’Occidente cristiano, ha subito una sistematica persecuzione, fisica o morale, e una progressiva emarginazione nelle aree di dominazione musulmana. A prescindere da coloro che negli ultimi anni sono stati costretti a emigrare, dando origine a una vera e propria diaspora, gli arabi cristiani rappresentano circa il 10% della popolazione del Medio Oriente.

 

OLTRE LE INCOMPRENSIONI

Nonostante la grande eredità religiosa, la vita delle comunità cristiane del Medio Oriente è stata caratterizzata lungo i secoli da un costante stato di incomprensione. Un atteggiamento dovuto in parte al comportamento dei musulmani, che hanno Un fotomontaggio in cui nostro Signore v i e n e, per così dire, tagliato dalla Mezza Luna, il simbolo dell’Islam che in questo caso abbiamo trasformato in utensile da cucina quello dei palestinesi cristiani di Cisgiordania: venti anni fa formavano il 15% della popolazione locale; dopo la costituzione di un potere palestinese autonomo, nel 1994, non sono più del 2 o 3%. Una situazione analoga si delinea in Egitto, dove la minoranza cristiana copta, ieri fiorente, si è un po’ alla volta ridotta a emigrare.
LA SFIDA DELL’ISLAM RADICALE

I cristiani hanno potuto essere tollerati dai poteri musulmani in certe epoche e in certi luoghi. Quando le circostanze cambiano, questa tolleranza sparisce. La conquista araba e successivamente la conquista turca hanno messo in atto una identica strategia: qualche operazione militare decisiva permette ai musulmani di prendere il controllo politico di una provincia o di uno Stato: il nuovo potere provoca in seguito divisioni tra i cristiani; infine il regime della dhimma (protezione) impone un miscuglio di misure discriminatorie e di oppressione finanziaria e spinge un po’ alla volta i cristiani a convertirsi, anche intere famiglie o comunità. Così un Paese che era cristiano al 90%, si ritrova a ospitare una minoranza cristiana ridotta a uno statuto di secondo
piano, costretta a emigrare. In certi Paesi islamici il fenomeno si accelera con la crescita di movimenti integralisti o islamisti all’interno della società musulmana, che predicano una jihad permanente e l’esclusione totale dei non musulmani dalle zone di antica islamizzazione, come il mondo arabo.

In questo momento, non esistendo nei Paesi arabi la separazione tra Stato e religione, è soltanto la diversa applicazione delle leggi islamiche a differenziare l’Islam “radicale” o “integralista” da quello “moderato”. Tutto ciò in un Islam che, costituzionalmente, dovrebbe consentire la libertà di culto e di scelta religiosa, non dovrebbe vietare l’esercizio di alcu-ne professioni alle donne e ai non musulmani; un Islam dove dovrebbero vigere libertà di pensiero, di scelta religiosa, di uguaglianza di diritti tra i cittadini senza alcuna discriminazione di sesso o di credo.
Diventa essenziale il ruolo della comunità internazionale per aiutare i governanti dei Paesi arabi a implementare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ap-provata dall’Onu il 10 dicembre 1948, per
la libertà delle minoranze con pari dignità di trattamento.

* autore di Musulmani e cristiani: i nodi invisibili del Dialogo

 

(da il settimanale Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

Print Friendly

Articoli Recenti

Lascia un Commento