OTTO BUONE RAGIONI PER CHIEDERE L’INDIPENDENZA

di CRISTIAN MERLO

Nell’intervento odierno su “il Giornale”, Carlo Lottieri ha lucidamente condensato le ragioni che militano a favore delle sacrosante istanze indipendentiste del popolo veneto, tese a ridiscutere i rapporti con uno Stato italiano che, sotto le mentite spoglie di un padre buono e amorevole, nasconde invece la faccia truce e perfida di una matrigna che, facendo leva sullo sfruttamento economico (blandito col fatalismo più ipocrita e astenico), sul dileggio politico (celato sotto il più truffaldino e bieco solidarismo), e sulla devastazione culturale (perpetrata con il più irriverente cinismo), riesce ad imporre la sue logiche, coercitive e parassitarie, nei rapporti di potere.

Ecco, quindi, sintetizzate otto buone ragioni per dire basta, una volta e per tutte, ad un modello di architettura istituzionale, quello della cosiddetta finanza derivata, deputata a regolamentare i rapporti economici e di natura contabile intercorrenti tra il centro (governo centrale) e la periferia (tutti gli enti territoriali), che induce alla sudditanza spirituale, prima ancora che materiale.

1. La finanza derivata conduce al trionfo della spesa irresponsabile e dell’assistenzialismo 
La dissociazione tra le decisioni di spesa assunte da un soggetto (l’ente locale) e le decisioni di prelievo assunte da un altro soggetto (l’erario) incentiva la più totale irresponsabilità dell’ente percettore. Poiché – e a maggior ragione in determinate specifiche realtà del Paese – tante spese sono comunque suscettibili di essere soddisfatte, in maniera tutt’altro che trasparente, “a piè di lista” dal governo centrale, gli amministratori locali tendono ad agire in maniera parassitaria e del tutto disproduttiva, rispondendo agli incentivi perversi forniti da logiche che inducono ad un consumo crescente di risorse ed ad un contestuale disimpegno nel sostenere i costi sottesi ai propri atti di consumo.

2. La finanza derivata nasconde gli sprechi e li alimenta in maniera inesorabile 
Quando, in un dato contesto socio- politico, il massimo incentivo all’azione diventa la ricerca di rendite parassitarie, non ci si deve certo meravigliare se la loro appetibilità risulti sensibilmente più marcata:
I) laddove ai gruppi di interesse locale, politicamente ed elettoralmente rilevanti, sia concesso di ricevere molto più di quanto tocchi pagare ai contribuenti locali, o sia fatto loro credere di pagare;
II) se ai tax- payers di un altro territorio, portatori di interessi diffusi e dispersi, possa apparire non conveniente od opportuno, specie a fronte della vischiosità e dell’opacità che caratterizza il sistema impositivo, opporsi alle imposte finalizzate al finanziamento delle rendite parassitarie altrui, rispetto a quanto risulti invece premiante, per i beneficiari di queste, il prodigarsi a sostenerle.

3. La finanza derivata alimenta il parassitismo
Il tasso di parassitismo e il tasso di spreco (o di sottoproduzione) sono due elementi che si tengono e si sostengono a vicenda, in quanto ineliminabilmente e congenitamente correlati. Il tasso di spreco alimenta ed incrementa esponenzialmente quello di parassitismo; quest’ultimo può prosperare solo veicolando le dinamiche essenziali nel creare lo spreco ed “investendo” nello stesso. Di fatto, la massimizzazione del potere e dell’influenza da parte del ceto politico- burocratico, nonché la generazione di rendite parassitare appetibili per i seguiti clientelari politicamente rappresentati, si realizzano rispondendo efficacemente a degli incentivi perversi, garantendo: da un lato, licenze, contingentamenti, permessi, autorizzazioni varie, in nome di una malintesa idea della utilità pubblica; dall’altro, favori, privilegi, stanziamenti, impieghi, posti pubblici e redditi garantiti.

4. La finanza derivata genera burocrazia e aumenta in maniera esponenziale l’interventismo pubblico 
È del tutto normale: quanto più aumentano la complessità di gestione, la nebulosità dei criteri di contabilizzazione, l’astrusità delle norme che regolano le competenze dei vari livelli istituzionali coinvolti nella allocazione delle risorse, oltre che la farraginosità dei meccanismi di raccordo tra i vari uffici competenti, non possono che essere invocati, secondo la più classica delle leggi auree delle burocrazie, nuovi interventi, nuovi piani correttivi, nuove illuminate disposizioni, nuove regolamentazioni e nuove risolutive imposizioni. Con tutto quello che ciò comporta a livello di costi, diretti, indiretti e collaterali… Neanche a dirlo, si necessita naturalmente di ulteriori risorse, di ulteriori rinforzi, di ulteriori uffici, e di ulteriori centri di costo … tanto si tratta solamente dei soldi dei soliti contribuenti…

5. La finanza derivata incentiva l’azzardo morale 
Come in ogni situazione in cui si ravvisi il disconoscimento della irrinunciabile funzione svolta dal calcolo economico, si assisterà alla dismissione di qualsiasi incentivo al miglioramento, all’innovazione e alla riabilitazione presso i beneficiari della redistribuzione politica, a prescindere dalla forma in cui questa si sostanzi. Più che all’intrapresa economica, gli individui, tentati dalla forza corruttiva di questo meccanismo perverso, saranno orientati verso condotte moralmente irresponsabili (proliferazione dell’azzardo morale) ed economicamente disproduttive, in forza della promozione di azioni di carattere lobbistico e parassitario. Di certo vi è che, se stanziamenti a fondo perduto, benefici particolari, assistenze “a pioggia”, aiuti eccezionali, concessioni e agevolazioni a vario titolo incassate si pongono, né più né meno, come una fonte di reddito stabile, frutto della contropartita per il sostegno politico- elettorale fornito, le risorse così mobilitate, proprio perché ricevute passivamente dallo Stato, non potranno mai comunicare lo stesso grado di libertà nell’uso delle risorse autonomamente guadagnate.

6. La finanza derivata uccide il talento e l’imprenditorialità 
Anche se, di fatto, è difficile rendersi conto dell’essenza e dell’entità del taglieggiamento cui si è sottoposti, la sola percezione, sottostimata, del fenomeno può scoraggiare i tax payers ad affidarsi ai naturali strumenti di interazione produttiva e di cooperazione sociale. Si assisterà, così, ad una costante e progressiva disincentivazione dei membri più produttivi e talentuosi della società a creare, sviluppare ed intraprendere, nella misura in cui possano anche solo avvertire che i frutti generati dalla loro industriosità rischierebbero poi di essere immutabilmente taglieggiati tanto da inique politiche fiscali, che da assurde volontà regolamentatorie. Così non solo si frustra il merito, l’ingegno e l’industriosità; non solo si mortificano nuove opportunità e possibilità, in ragione del fatto che colui che le ha create o ha contribuito a crearle non può trattenersi i frutti legittimi degli sforzi e degli investimenti effettuati per giungere alla loro scoperta; ma si elimina, sul nascere, anche qualsiasi incentivo all’esplorazione e alla ricerca, a causa della immane alterazione degli incentivi al lavoro e all’impiego produttivo delle risorse, nonché della distorsione del libero esercizio di scelta tra lavoro e tempo libero.

7. La finanza derivata rafforza la domanda di centralizzazione politica 
Di più, proprio perché il prelievo viene deciso in modo autonomo e totalmente avulso dalle effettive esigenze di finanziamento, non ci si dovrà assolutamente stupire se il processo in parola – che, in ragione della sua logica deresponsabilizzante, abroga l’impiego di qualsiasi analisi costi-benefici nella valutazione delle scelte politiche da intraprendersi a livello locale- finisca, paradossalmente, per rafforzare le aspirazioni dei beneficiati dal sistema ad una costante domanda di centralizzazione della intermediazione politico-burocratica. Per tutti i vantaggi di carattere dimensionale e funzionale che un siffatto modello di architettura istituzionale è in grado di assicurare: tra gli altri, la possibilità di aumentare la base imponibile suscettibile di essere sfruttata; la possibilità di distribuire in maniera più uniforme ed indolore le imposte su una platea più ampia di contribuenti; una più scarsa reattività dei tax payers, a fronte di un maggior grado di opacità e di vischiosità, tipico di un sistema sicuramente meno controllabile; una maggior diffusività e pervasività delle dinamiche di rent seeking.

8. La finanza derivata genera conflittualità e litigiosità
In ultima analisi, il disallineamento tra luogo di esazione e luogo di imputazione delle spese, in un contesto disordinato, già di per sé caratterizzato da sofisticherie, farraginosità e discrezionalità assoluta, immette un tasso di nebulosità oltremodo amplificato: stante l’impossibilità di poter effettuare un controllo attendibile sulle decisioni di prelievo e di spesa, il singolo tax payer- in aggiunta a tutto quanto già visto in precedenza- non avrà la benché minima percezione di dove vadano a finire i suoi soldi, di come gli stessi vengano impiegati, di chi e cosa vadano a finanziare. Nell’individuo responsabile, che vive dei frutti del suo lavoro e che, nonostante tutto, ha raggiunto un certo grado di cognizione e di consapevolezza circa le distorsioni cui è quotidianamente sottoposto, maturerà, quindi, e a ragion veduta, la convinzione che lui e il suo territorio siano gli schiavi fiscali di altri, vittime sacrificali da immolare sull’altare di un sistema iniquo ed arbitrario, fondamentalmente razzista e criminogeno nei fatti.

Tratto da: http://www.dirittodivoto.org

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4 Comments

  1. Flora says:

    Condivido

  2. Alessandro Pironti says:

    Analisi complessa ma Centrata , Bisognerebbe riuscire anche a gridare che tutto questo non lo sopportiamo più , in un tempo passato mi dicevano spesso di avere pazienza e sedermi ad aspettare !!, seduto ci sono ma nulla succede , allora cominciamo a Correre incontro alla Libertà!!!
    ************************ Veneto Stato ************************

  3. gigi ragagnin says:

    è l’itaglia , bellezza. se non fosse organizzata così si sarebbe già squagliata.

  4. Certo che se Lottieri usasse una prosa più leggibile e scorrevole ne beneficerebbero di più le idee espresse.

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