Meglio Asterix del Corano

asterix2di GILBERTO ONETO – Per cercare di giustificare l’ingiustificabile pretesa turca di entrare in Europa, qualche bello spirito ha tirato fuori anche la storia dei Galati e, con essi, di presunte comunanze etniche con i popoli occidentali. In effetti il 278 a.C. circa 20.000 Celti si sono insediati sulle coste orientali dell’Egeo e, soprattutto, all’interno sull’altipiano anatolico. Si trattava delle tre tribù dei Tolostobogi (o Tolistoagi), dei Trogmi (o Trocmeri) e dei Tectosagi: erano arrivati nell’area per esercitare il mercenariato nelle continue guerre fra potentati locali e hanno finito per stanziarsi creando dei loro regni organizzati secondo le solite strutture politiche comuni a tutti i popoli
celtici. Uno dei centri più importanti era Ankyra, l’attuale Ankara. Si conoscono le gesta di numerosi dei loro capi e, in particolare, di un re Deiotaro che era riuscito a unificare le tre tribù in un’unica struttura statuale. Dopo anni di lotte e di vigorosa resistenza anche i Galati sono però stati costretti a soccombere nel 25 a.C. all’occupazione romana. Come larga parte delle altre popolazioni galliche, si sono convertiti subito e piuttosto facilmente al Cristianesimo grazie anche alla predicazione dell’apostolo Paolo che ad essi ha indirizzato una delle sue lettere più note e significative con la quale li esortava a guardarsi da “risse, ubriachezze, gozzoviglie e altre cose simili” e a confidare più nella mitezza che nella spada: si tratta di raccomandazioni che sono sicura spia della conservata celticità dei Galati anatolici.

 

Di quei lontani parenti possediamo anche alcuni dei pochissimi ritratti realistici esistenti, grazie al magnifico altare fatto erigere a Pergamo da Attalo per celebrare in pompa piuttosto sproporzionata una sua vittoria militare sui suoi scomodi e bellicosi vicini: il viso del cosiddetto “Galata morente” è una delle rappresentazioni più palpitanti di un volto che può essere incontrato in un qualsiasi paese padano, alpino o mitteleuropeo. Nei secoli i Galati si sono assimilati alle popolazioni vicine con molta lentezza: si sa per certo che la loro
lingua non si era – ad esempio – del tutto estinta almeno fino al III secolo d.C. Nei secoli successivi hanno poi seguito in tutto le sorti dell’Impero d’Oriente (cui hanno per lungo tempo fornito soldati fra i migliori) che è stato lentamente ma inesorabilmente demolito dall’avanzata turca.

 

Dopo la battaglia di Mantziquert nel 1071 (uno dei giorni più infelici dell’Europa cristiana), i Turchi convertiti all’Islam hanno continuato
ad avanzare fino alla conquista di Costantinopoli nel 1453 e alla successiva espansione balcanica, fino a Vienna. È piuttosto significativo che l’ultimo quartiere della capitale a cadere in mano turca sia proprio stato il presidio genovese di Galata, che prendeva il nome dall’antico insediamento di famiglie celtiche. I Galati non ci sono più. Forse resta qualche loro traccia nel Dna di alcuni degli attuali cittadini turchi, ma si tratta di residui labili e fortemente mescolati con quelli di tutte le altre popolazioni travolte dall’avanzata della poderosa macchina da guerra turca.

 

Di sicuro di loro non è rimasto nulla nella cultura dell’attuale Turchia. Niente è più diverso e antitetico all’Islam della visione del mondo celtica: si possono quasi prendere Celti e Maomettani come le due estremità dello spettro culturale dell’umanità intera. Lo spirito celtico era (ed è fortunatamente rimasto) gioioso, fantasioso, immaginifico, pieno di festa e di colore; il mondo fisico dei celti è stipato di raffigurazioni drammatiche o allegre, di un vigore artistico che non conosce patologie iconoclaste, che è addirittura il contrario dell’iconoclastia. Le comunità celtiche sono anarcoidi, libertarie, mal sopportano ogni autoritarismo, ogni ordine che non sia frutto di libera scelta; le comunità celtiche sono biologicamente autonomiste, federaliste e democratiche. Nelle società celtiche le libertà individuali sono sacre, le donne godono di condizioni di assoluta parità, non possono sussistere costrizioni e vincoli imposti. Sembra la descrizione in negativo della cultura e del mondo islamico, del suo grigiore, della sua sessuofobia, della sua negazione di ogni individualità (soprattutto femminile). Il villaggio di Asterix è la cosa più distante che possa essere concepita da una comunità che vive secondo la legge coranica.

 

I Turchi hanno distrutto nella loro plurisecolare avanzata verso occidente un numero enorme di antiche e gloriose civiltà, hanno ricoperto con un manto uniforme una larga porzione di mondo che era un fantasmagorico patchwork di differenze, hanno cacciato i Greci dall’Egeo dove vivevano dall’alba dell’umanità e dove avevano scritto alcune delle pagine più significative della storia occidentale, hanno sterminato gli Armeni, hanno perseguitato antiche comunità cristiane, stanno opprimendo e annientando la nazione curda, hanno occupato l’antica capitale della Grecia, Costantinopoli, trasformando Santa Sofia, uno di più radiosi monumenti dell’architettura cristiana, in uno scatolone grigio. Hanno cancellato la memoria locale di tre antiche e gloriose tribù celtiche partite dal cuore della Gallia.

 

Oggi qualcuno vorrebbe utilizzarne i fantasmi per inventarsi una parentela inesistente, un sodalizio contro natura. Non solo la Turchia non è europea, ma ha per secoli costituito il pericolo mortale e l’antitesi dell’Europa. Senza essere cambiati rispetto a quello che sono sempre stati, senza chiedere scusa per le loro malefatte, senza avere alcuna intenzione di sgomberare le terre altrui occupate, i Turchi pretendono di venire a casa nostra come fossero parenti stretti: sarebbe come se gli eredi di Custer o del colonnello Forsyth (il gentiluomo di Wounded Knee) volessero diventare membri di una delle superstiti tribù delle Grandi praterie e si presentassero
in una impeccabile giubba blu.

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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