Mefisto La Russa, Ligresti e persino Belsito: un mondo in crisi…

di TONTOLO

Non so se avete fatto caso, ma da un po’ di tempo a questa parte il mefistofelico Ignazio La Russa è come se fosse un po’ scomparso dalla scene. Beh, probabilmente si starà godendo le vacanze nella sua natia Sicilia, per riposarsi dalle tante fatiche. E dalle cocenti delusioni. Quali delusioni, vi domanderete? Forse quelle di essere stato costretto ad abbandonare il governo e il potente ministero della Difesa? Sì, anche quelle. Ma stando ai bene informati il nostro Mefisto, e tutto il suo enorme entourage, si stanno leccando le ferite per la tragica fine, economicamente e finanziariamente parlando, del suo amico e sodale ing. Salvatore Ligresti.
Da mesi le cronache dei giornali sono ricchi di particolari sul tramonto definitivo della famiglia Ligresti (il patriarca e i tre figli), costretta dalla mole di debiti a mollare ai “comunisti” di Unipol il proprio impero costruito e mantenuto a danno dei piccoli azionisti. La regia di questa operazione è passata da Mediobanca e da Unicredit, e proprio ieri l’altro l’ad di piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, è stato ascoltato per sei ore dai magistrati milanesi che lo stanno indagando per una torbida questione intorno alla presunta buonauscita dei Ligresti.
In un “papello” vergato a mano (‘sti siculi ce l’hanno per vizio) sarebbero state riassunte le condizioni per l’uscita di scena dei Ligresti: una mancia di 45 milioni di euro, ufficio, segretario e autista per l’anziano ingegnere, soldi e incarichi vari all’estero per i tre figli, una cascina facente parte di una più vasta tenuta e una donazione a una presunta fondazione benefica. Nagel si è difeso dicendo che quella era la richiesta presentata dai Ligresti, ma i figli di don Salvatore ribattono che esiste copia del papello con le sigle sia del padre che dello stesso Nagel. Insomma, se si dovesse dimostrare che era tutto concordato, siamo di fronte al’ennesima presa per il culo all’italiana: una famiglia fa strage di un gruppo fatto di costruzioni, assicurazioni, alberghi e altro e per togliersi di mezzo vuole pure la liquidazione. E che liquidazione…
Ma torniamo al nostro Ignazino La Russa. Per lui l’uscita di scena dei Ligresti è un brutto colpo al cuore e al portafoglio. E non solo perché tutti sono originari di Paternò. Per farla breve Salvatore Ligresti è stata illo tempore una creatura di Antonino La Russa, parlamentare della Repubblica per il Msi, padre di Ignazio e degli altri pargoli più o meno collocati in politica.
Per saperne di più ho preso la mia Panda (l’Ape Car stava fuori uso) e ho risalito le rive del lago Maggiore fino a Lesa, luogo da qualche tempo scelto per il proprio buen ritiro da Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse (nella foto), nato a Vercelli il 2 dicembre 1932 ma appartenente a una famiglia nobile di Trapani. Staiti è un esponente storico della destra milanese, eletto alla Camera per tre legislature, critico con Almirante e Fini, vicino a Romualdi, che ha lasciato il partito nel 1991. E’ stato anche a lungo consigliere comunale a Milano con un suo gruppo.
Ascoltare i racconti di Tommaso Staiti, che sta scrivendo un nuovo libro al riguardo, è affascinante e ti consente di fare collegamenti che a un Tontolo come me non verrebbero mai in mente.
Ad esempio quando la famiglia La Russa, per decisione del padre Antonino, ha deciso che sarebbe stato l’uomo di punta nell’enorme rete di relazioni che erano state create, lui ha piazzato quasi tutti uomini suoi nei gangli di Alleanza Nazionale. E la maggior parte di coloro che hanno fatto carriera politica guarda caso venivano tutti dal gruppo Ligresti. Corsaro era commercialista del gruppo Ligresti, l’avvocato Caruso, diventato senatore, pure Ligresti, l’attuale sottosegretario Milone, gruppo Ligresti. E ovviamente i La Russa erano intrecciati col don Salvatore: a Romano, fratello di Ignazio, oggi assessore regionale e allora considerato il meno dotato politicamente parlando, era stato assegnato un negozio Pozzi Ginori (rivendita di cessi), società del grullo Ligresti, il figlio di Ignazio, Geronimo, è entrato nel cda di Premafin (cassaforte dei Ligresti) non appena uscì il nonno Antonino. Gli altri esponenti di An, quelli che non provenivano dal gruppo Ligresti o dalla famiglia La Russa, si sono adeguati. Staiti ama ripetere questa frase: “Dico sempre che la famiglia La Russa, probabilmente a sua insaputa, è portatrice di una mentalità mafiosa, quella che prevede ti vengano fatte offerte che non si possono rifiutare. Una mentalità che appare anche quando va in televisione: lui sembra deciso e sul pezzo, esprime una posizione, ma subito dopo inanella una serie di subordinate”.
Mantica, Frassinetti, Osnato, Fidanza, De Corato si sono tutti adeguati e così il sistema di potere si è allargato, estendendosi ad altre persone. Fra questi anche i fratelli Guaglianone, Lino e Vittorio. Il primo a un certo punto apre un grande studio da commercialista in via Durini 15 a Milano (studio di avvocati e commercialisti associati), dove aveva sede anche l’ avvocato Manfrici, a cui si appoggiava l’ex tesoriere della Lega Belsito per certi contatti. “Lino Guaglianone – osserva Staiti – non è personaggio da poco nella galassia dei La Russa, perché ha sempre avuto avuto il compito di occuparsi dei locali milanesi, ristoranti, distoteche, palestre”.
Quale l’origine dell’impero La Russa? Staiti ha un’ipotesi suggestiva sulla quale sta lavorando per il nuovo libro: la madre di Ignazione faceva di nome Concettina La Russa Virgillito e dunque potrebbe essere stata imparentata con Michelangelo Virgillito. Chi era costui? Pure lui di Paternò, si trasferì a Milano facendo quattrini con il commercio dei materiali ferrosi e il recupero dei residui bellici. Negli anni cinquanta si distinse alla Borsa Valori di Milano come uno dei più spericolati rialzisti. Dopo aver tentato senza successo di scalare la Pirelli, ripose le sue attenzioni sull’Assicuratrice Italiana di Carlo Pesenti dove fu fermato dalla clausola di gradimento che gli impedì di essere iscritto al libro soci. Poi con la collaborazione dell’avvocato (eccolo) Antonino La Russa si impadronì della Lanerossi e fra il ’55 e il ’58 conquistò la Liquigas che poi girò al suo delfino, Raffaele Ursini.
Alla sua morte, nel 1977, Virgillito lasciò l’immenso patrimonio alla Fondazione Virgillito con la finalità di ridistribuirlo ai poveri di Paternò. Ufficialmente gestita dai Frati di Paternò, si sospetta che dietro la Fondazione si siano consumati molti episodi non affatto trasparenti. A parte l’amenità della vicenda del Teatrino: ci fu grande scandalo quando si apprese che i muri del locale dove si esibiva Moana Pozzi nei suoi strip erano di proprietà della Fondazione gestita appunto dai Frati.
E quando entra in scena Salvatore Ligresti? “Quando Raffaele Ursini – racconta ancora Staiti – dopo aver comprato la Sai dagli Agnelli, inciampa nello scandalo delle bio-proteine a Gioiosa Jonica e deve scappare all’estero. A quel punto parte in azione Antonino La Russa che trova la soluzione, mobilita l’ing. Ligresti, anche lui di Paternò , che prende le azioni Sai con un patto di restituzione poi finito nel nulla”.
Ligresti sposa inoltre la figlia di un dirigente del Comune di Milano nel settore edilizia privata. Da lì nasce tutto l’interesse per ediliza. Comprava terreni agricoli, la cui destinazione veniva poi magicamente cambiata, costruiva grattacieli che spesso rimanevano vuoti: dalle banche si faceva finanziare l’80%, lui metteva il 20% e gli immobili venivano messi a garanzia del patrimonio della Sai. Non c’era alcun interesse a vendere o affittare.
Staiti ricorda anche un episodio ormai dimenticato per dire far capire come la pensa su Ligresti: “La moglie fu rapita e rilasciata dopo una settimana e nel giro di un anno i responsabili furono tutti trovati morti”.
E ancora: “Ligresti in pratica è una creatura di Antonino La Russa: dopo essere finito in galera per le questioni della Grassetto, una volta uscito è Antonino La Russa che lo porta da Cuccia (lo scrive il giornalista Tamburrino in un suo libro) per far sì che venisse salvato l’impero. E negli anni il rapporto con i La Russa è una costante. Per esempio quando compra Ligresti compra Telelombardia, Ignazio La Russa ha una trasmissione”.
Staiti è un fiume in piena: “Il motto della famiglia La Russa è sempre stato partecipare solo quando si è sicuri di vincere. Alle regionali del 1985 Ignazio si presenta dietro impulso del padre, ma già una settimana prima che il Comitato centrale del Msi stabilisse le candidature, Milano fu invasa da decine di migliaia di manifesti per La Russa alla Regione e infatti venne scelto capolista”.
Il racconto di Tommaso Staiti diventa gustoso, ed è sempre segnato dall’intrecco La Russa-Ligresti: “Per recuperare il rapporto con Almirante, che si era incrinato dopo il caso Marino, Antonino La Russa fa avere un’agenzia della Sai (gruppo Ligresti) a uno dei figli di primo letto di Raffaella Stramandinoli in arte Donna Assunta. E a noi missini ci prendevano per il culo dicendoci che eravamo la fiammella del pipigas. Quando Ignazio entra in Regione assume al gruppo Riccardo De Corato, che poi magicamente diventa funzionario della Regione attraverso un concorso. Questo è il mondo di La Russa. Fatto di interessi intrecciati fra loro, fino ad arrivare alla vicenda di Belsito. Con l’arresto di Massimo Ponzellini, ex presidente della Banca Popolare di Milano, abbiamo scoperto che La Russa aveva bisogno di un finanziamento per una società che la moglie ha con Ligresti. E non dimentichiamoci che fino a poco tempo fa il call center della sanità lombarda era collocato a Paternò, ma guarda un po’… “.
Conclusione: “La vicenda di Belsito mi sembra tanto un classico modo per controllare i movimenti della Lega. Tuttavia i La Russa mi sembrano oggi abbastanza spiazzati dallo sfascio del Pdl, sorpresi dal fenomeno Grillo e sofferenti per l’uscita di scena di Ligresti”.
Insomma, un mondo che potrebbe essere sul viale del tramonto…

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8 Comments

  1. preventivi says:

    Bellissimo forum, pieno di infomazioni pertinenti.
    Lo utilizzerò brevemente amche io.

  2. Arcadico says:

    Grazie per la certosina ricostruzione.

    Regola numero uno della politica: basta con le politiche nepotistiche e con cordate affaristico-amicali-imprenditoriali !!

    Degenerano tutte!!

  3. mrstvz1981 says:

    Io sono sempre stato anticomunista e di destra ma di fronte a questo schifo provo vergogna e ripugnanza….

  4. Veritas says:

    Dunque, alla base del successo di Ligresti a Milano c’era la politica.
    Dunque, adesso, l’impero di Ligresti viene trasferito per politica… praticamente, a un partito politico.
    Bisognerebbe proibire che i partiti politici avessero dei possedimenti così vasti e in tanti settori, a me sembra una cosa molto ma molto scorretta.
    E poi hanno i finanziamenti, tanti privilegi,…. e gli ideali dove sono rimasti???

  5. giorgio lidonato says:

    Tutta questa gente starebbe bene in un campo di lavoro nella Siberia del nord, a rinfrescarsi le idee e a produrre qualcosa di utile: cosa che mai ha fatto in tutta la sua vita, rovinando invece la vita a milioni di persone.

  6. Dan says:

    E poi vogliono farci vedere in tv Dallas…

  7. Stelio says:

    Un impero economico, caduto dalla padella nella brace.
    Chi è peggio? Ligresti o Unipol? Il più pulito ha la rogna.

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