LA MEDICINA PER I GIOVANI NON SI CHIAMA LAVORO

di ALESSANDRO ALEOTTI

Se tre indizi fanno una prova, le affermazioni di Monti, Fornero e Cancellieri sulla questione giovanile vogliono esprimere un pensiero. Si tratta di un pensiero che ha preso forza – nel nostro Paese – all’inizio degli anni ’80, quando la generazione dei sopracitati ministri si è incaricata di “svecchiare” molti ambienti pubblici e privati. In Bocconi, ad esempio , l’inizio degli anni ’80 ha coinciso con una nuova generazione di “professori ordinari” (Monti, Demattè, Urbani ecc.) che sostituiva una generazione di economisti molto più anziana (Lenti, Gasparini , Masini ecc.). A differenza degli annunci di cambiamento “rivoluzionario” del ’68 e del ’77, all’inizio degli anni ’80 si produsse un cambiamento effettivo – sulla base di una idea più aperta e meritocratica della società – che il nostro Paese non ha poi più conosciuto ( salvo la breve parentesi della new economy a metà degli anni ’90). Questa, però, è storia. Il 2012 non è il 1982 e, nonostante il freddo polare di questi giorni, l’Italia non è stata chiusa in un congelatore per trent’anni.

Ovviamente, se gli ardori liberali del Governo appaiono fuori tempo, la difesa “storica” del posto fisso è ancora più anacronistica (salvo per il sindacato che si trova nella necessità di contare su una quota stabile, ancorchè ridotta, di lavoro a tempo indeterminato che paghi la pensione ai suoi iscritti, ormai in maggioranza non più lavoratori). Purtroppo, la posizione dei diretti interessati, cioè i giovani, non riesce a mostrare la forza di un pensiero lucido e si riduce a un indecifrabile lamento che oscilla tra la rabbia e la rassegnazione.

La questione generazionale andrebbe letta con strumenti “tecnici” ( che in questo caso sono un’analisi disincantata – ne apologetica, ne compassionevole – delle trasformazioni sociali che la miscela di spinte locali e globali ha determinato sul mercato del lavoro in Italia, rendendolo una sottile lastra di ghiaccio dove si pattina da soli alla propria andatura e il rischio di caduta viene ammortizzato dalla flessibilità ) più adeguati di quelli messi in campo dal “governo tecnico” e, soprattutto, con una capacità politica di interpretare i bisogni giovanili sensibilmente superiore rispetto a quella messa in campo da partiti e sindacati (che, fondandosi su elettori e iscritti anziani, sono comprensibilmente ben lontani dal capire e interpretare i giovani).

Più volte, in questa sede (e su http://nuovocontrattoitalia.blogspot.com ), abbiamo avuto modo di sottolineare come la domanda posta dai giovani non sia banalmente “lavorista”. Se così fosse, sarebbe sufficiente avviare un ragionevole swap lavorativo tra giovani stranieri e giovani italiani. Posto che questa ipotesi appare surreale (a dimostrazione della sua non consistenza), la risposta va cercata fuori dall’universo “lavorista”. In fondo, i giovani chiedono soprattutto di poter valorizzare i talenti e i saperi a cui hanno dedicato almeno dieci anni in più dei loro coetanei immigrati in Italia per lavorare. Se questo “riconoscimento” non viene dal mercato (che, per definizione, non ha senso pensare di forzare), allora occorre trovare altre strade per raggiungere l’obiettivo.

Se, per i giovani, al posto di una piattaforma “lavorista” fondata sul lavoro più o meno flessibile, si mettesse in campo una piattaforma di “diritti” sottraendo alla mercatizzazione estrema i bisogni abitativi, culturali, di mobilità e una quota insindacabile di credito, il costo complessivo di questo progetto non sarebbe certo proibitivo (soprattutto se lasciato a una implementazione locale sul modello di Berlino) e permetterebbe alle generazioni più giovani di intraprendere i percorsi che più corrispondono alle loro vocazioni.

Poi, certo, ci saranno sempre i giovani che si vogliono sistemare con il “posto fisso” (e continueranno a rivolgersi alle amorali filiere familistiche sempre attive nel Paese), ma almeno avremmo dato la possibilità a una generazione di mettere in campo le idee che dovranno definire il futuro del Paese. Posto che anche nelle gerontocrazie più ferree i vecchi prima o poi lasciano il potere, non pensare seriamente a ciò che accadrà alle giovani generazioni, per l’attuale classe dirigente, ha il macabro sapore dell’eutanasia.

direttore@milania.it

 

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