MARONI: IL NUOVO LEADER? POTREI NON ESSERE IO

di REDAZIONE  Fonte originale: www.lettera43.it

Nel terremoto che ha sconvolto la Lega tra scandali, inchieste e dimissioni, l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, oltre a chiedere «puliza» prova a guardare al futuro.
Per quanto riguarda l’uso di denaro pubblico al vertice del Carroccio, Maroni spiega oggi al Corriere della Sera che gli «pare impossibile che Umberto Bossi fosse consapevole di quanto accadeva. Lo conosco da oltre 30 anni: non è mai stato legato ai soldi. Ha sempre anteposto la Lega alla famiglia, come quando nel ’90 ruppe con la sorella». Eppure ci sono le firme del Senatùr sui documenti. «Se verrà accertato il contrario, me ne dispiacerò. Se è per questo, come segretario federale ha firmato anche i bilanci. Stiamo facendo le nostre verifiche interne per stabilire se, quanto e chi ha sbagliato».
A SETACCIO TUTTI I CONTI. A riguardo sono in tre a condurre l’inchiesta interna: «Stefano Stefani, il nuovo amministratore; Silvana Comaroli, l’amministratrice del gruppo parlamentare; e Roberto Simonetti, il presidente della provincia di Biella, con l’aiuto di una società esterna, la Price WaterHouse». Passeranno al setaccio tutto: «I conti correnti, gli assegni, la contabilità, le proprietà immobiliari, con l’impegno di concludere entro il 30 giugno, data del congresso federale. Anche perché ogni giorno ne spunta una nuova, adesso i lingotti d’oro, i diamanti… roba da film dell’orrore più che da partito politico».

«Io regista dell’operazione? Sarei l’uomo più potente d’Italia»

Per quanto riguarda gli investimenti in Tanzania, Maroni ha detto di aver preso la notizia perché letta «sul Secolo XIX. Dell’amministrazione si è sempre occupato l’amministratore. Quando nel 2006 divenni capogruppo alla Camera, mi rifiutai di versare il contributo a quello di allora, Balocchi, perché non si capiva come sarebbe stato speso».
Si vocifera all’interno del partito che a tessere la trama dello scandalo leghista, sia stato proprio Maroni: «Ho sentito anche questa, che sarei il regista dell’operazione», ha sempre detto al Corriere della Sera. «Be’, se fossi riuscito a coordinare la Procura di Milano, quella di Napoli e quella di Reggio Calabria, sarei l’uomo più potente d’Italia…».
Regista, no. Informato, magari sì. «Non è così, e per fortuna che non è così. Quando divenni ministro, andai dal capo della polizia e da altri a chiarire che non intendevo essere informato su indagini in corso».
IL CASO BONET. Tra i diversi nomi che sono emersi dallo scandalo, è spuntato anche quello di Stefano Bonet: imprenditore veneto 46enne indagato dalla procura di Milano per l’affaire Tanzania che ha portato alle dimissioni del tesoriere leghista Francesco Belsito.
Maroni ha ammesso di «non averlo mai incontrato. Fu lui, attraverso una parlamentare della Lega, a chiedere di vedermi, dopo che era uscita la storia della Tanzania. Rifiutai».
«PENATI NON SI È DIMESSO». Ci sono anche ombre su Roberto Calderoli. «non mi sono fatto nessuna idea. Non inseguo le intercettazioni. Sarà l’inchiesta interna a stabilire come sono stati spesi i soldi del partito. Mi rimetto a questo accertamento. Nel frattempo, faccio notare che Bossi è stato l’unico segretario a dimettersi; Bersani e Rutelli non l’hanno fatto. Renzo Bossi ha lasciato il consiglio regionale. Penati no».

«La Lega 2.0 ha bisogno di giovani»

Per la successione al trono della Lega oltre a Maroni, si parla anche di un terzo uomo l’ex ministro dell’Interno e Bossi. «A Bergamo ho lanciato il programma. Primo, fare pulizia, senza caccia alle streghe: io non sono Torquemada. Secondo, nuove regole: soldi alle sezioni, non in Africa. Terzo: meritocrazia. Quarto: largo ai giovani. Non mi considero anziano, ma certo faccio parte della prima stagione, nata con Bossi. La Lega del futuro, la Lega 2.0, ha bisogno di giovani. Per fortuna ne abbiamo: Zaia, Tosi, Cota, Giorgetti. Hanno la stoffa del leader? Non lo so. Valuteremo».
CON BOSSI FINO IN FONDO. E se si ricandidasse Bossi? «Ho già detto che lo voterei. In ogni caso, dopo di lui non verrà un nuovo Bossi. Un leader carismatico è per sua natura insostituibile. Verrà un nuovo assetto. E una nuova squadra. Gli equilibri tra i territori sono importanti, non a caso lo statuto prevede che il presidente e il segretario non siano della stessa regione. Se il congresso eleggesse un segretario veneto, sarei l’uomo più felice del mondo».
Si legga fra le righe: il segretario potrebbe quindi non essere Maroni. «Certo. Di sicuro sarà un segretario davvero federale. Collegiale. Un primus inter pares. Che tenga insieme il partito. Se no frana tutto».
VERSO LE AMMINISTRATIVE. Tra poco ci sono le amministrative, Maroni al Corriere della Sera dice di essere preoccupato. «Il timore c’è. Nei sondaggi paghiamo, ma non così tanto. Ci sarà un rimbalzo. E in prospettiva non siamo messi così male; anzi. La questione settentrionale è lì, intatta. Dobbiamo attrezzarci per essere ancora noi a rappresentarla. In questi dieci anni siamo rimasti un po’ indietro. Dobbiamo ridefinire le nostre proposte su ambiente, energia, banche, piccole e medie imprese».

Maroni apre al Pdl se riconoscerà l’errore di aver sostenuto Monti

E a riguardo sulla possibilità di una nuova allenza col Pdl, Maroni ha ricordato che «al congresso ci sarà da prendere una decisione. O puntare sull’identità e andare da soli; o costruire un accordo per far ripartire il federalismo». L’istinto prevalente «è per la prima strada. Io mi limito a ricordare che andando da soli abbiamo colto grandi vittorie elettorali, come nel ’96, quando arrivammo al massimo storico, senza però essere determinanti. Costruendo alleanze abbiamo colto grandi vittorie politiche. Se il Pdl proseguirà con il rinnovamento e riconoscerà l’errore di aver sostenuto Monti, il dialogo potrà riprendere».
FREDDI RAPPORTI CON TREMONTI. Collega di governo di Maroni, era Giulio Tremonti. Bobo al Corriere della Sera, parla anche dei rapporti che aveva con l’ex titolare dell’Economia: «I rapporti erano freddi. Lui è insofferente a ogni critica. Ricordo le riunioni notturne con Pezzotta, Angeletti e D’Amato quand’ero ministro del Welfare: Tremonti s’alzava sbattendo la porta per un commento critico del Sole 24 Ore. Io però lo stimo molto. Ha spunti geniali. Nella fase di progettazione che ci attende, il suo contributo sarebbe prezioso».
IL PDL IN REGIONE LOMBARDIA. In Pdl da oltre 10 anni, domina Roberto Formigoni. Anche la Regione Lombardia è inciampata in diversi scandali (da Nicoli Cristiani a Nicole Minetti). «Gli scandali mi imbarazzano, ma noi siamo gente seria e manteniamo gli impegni. Non faremo cadere Formigoni. Se poi nel 2013 lui deciderà di andare a Roma, noi ci candideremo a governare la Lombardia».

«L’indipendenza della Padania resterà sempre il nostro progetto»

Come sarà la Lega del futuro? Parlerà ancora di secessione e indipendenza della Padania? O punterà su autonomia e federalismo? «L’indipendenza della Padania resterà sempre il nostro progetto. Ci si può arrivare con la rivoluzione o con l’accordo, come hanno fatto Repubblica Ceca e Slovacchia; ma la prospettiva non è affatto tramontata, anzi, il momento è propizio. Gli Stati-nazione non contano più nulla. Non governano né i confini, né la moneta, né la politica estera; ora, con il fiscal compact, non governeranno neppure più le finanze. E anche la burocrazia di Bruxelles è in crisi. Noi non siamo antieuropeisti, ma neoeuropeisti: dall’Europa a 27 Stati si deve passare all’Europa delle macroregioni. Una sarà la Padania».
L’ITALIA NON ESISTERÀ PIÙ. E l’Italia? Scomparirà? «L’Italia è già scomparsa», conclude Maroni al Corriere della Sera. «Ha perso la sua sovranità. Lasci stare Monti, che si fa dettare l’agenda da Merkel e Sarkozy. Noi stessi siamo stati costretti a fare una guerra in Libia che non volevamo».
Alla domanda se si sente italiano oppure no, Maroni ha risposto di sentirsi «europeo. E sono profondamente legato alle mie origini, alla cittadina dove sono nato. Quando nel ’94 da sconosciuto divenni ministro, i giornali scrissero che ero di Lozza, ‘quartiere di Varese’. Mi ritrovai mezzo paese sotto casa. Pensavo volessero festeggiarmi. Erano lì per protestare: ‘Devi dire che siamo un Comune!’. I Comuni sono la base del federalismo italiano».
L’IDENTITÀ PADANA. Perché allora l’ampolla, il dio Po, i riti celtici? «Quella è l’identità. La pancia. Enfatizzata dai giornali. Potrei risponderle citando i nostri 300 sindaci; compreso il ‘famigerato’ Gentilini, eletto dai trevigiani che tutto sono tranne che baluba. O il Bossi che nel ’91 dice: ‘Noi non siamo per un federalismo etnico e linguistico, ma sociale ed economico’. Un imprenditore cuneese e uno triestino non parlano la stessa lingua e non hanno le stesse origini. Ma hanno gli stessi problemi».

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5 Comments

  1. silvia garbelli says:

    E’ una sorta di ‘presa in giro’ : si sciolga la LN !

  2. PIERDAST says:

    Questa:

    “il Bossi che nel ’91 dice: ‘Noi non siamo per un federalismo etnico e linguistico, ma sociale ed economico’”

    non la sapevo ancora e ne sono molto dispiaciuto anche se, ora, comprendo meglio molte cose.

    Peccato.

  3. piùke di giovani ha bisogno delle persone serie ke se ne sono andate ANDATE VIA dalla LEGA per aver avuto visione anticipate delle porcate ke stavano iniziando …… inno a GIANFRANCO MIGLIO !!!!!!!!!!

  4. Gigi says:

    “Dobbiamo ridefinire le nostre proposte su ambiente, energia, banche, piccole e medie imprese”

    E la TAV? Come fa Maroni a dire cose del genere? Dov’è la coerenza?

  5. Giorgio Milanta says:

    O il Bossi che nel ’91 dice: ‘Noi non siamo per un federalismo etnico e linguistico, ma sociale ed economico’. Un imprenditore cuneese e uno triestino non parlano la stessa lingua e non hanno le stesse origini. Ma hanno gli stessi problemi».

    Errore. Uno dei tanti. Uno dei peggiori.

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