IL FISCO LOGORA GLI EQUILIBRI DI UNA COMUNITA’

di GIOVANNI MARINI

Scrivere della fiscalità è contemporaneamente facile, perché si tratta d’argomento concettualmente semplice, e difficile, perché pochi sanno cosa sia e che utilità abbia, ammesso  che ne abbia. Richiede una premessa, però, perché la fiscalità è figlia dell’economia organizzata in società e pochi sanno cosa sia l’economia nel suo principio nativo, naturale.

Cosa sia l’economia, come legge generale, ce lo indicano i Greci antichi con le prime due lettere del loro alfabeto, strumento che organizza il linguaggio con cui l’umanità ha inventato la propria spiritualità. L’alfa stilizza la testa di un toro impiegato al tiro dell’aratro, cioè il modo con cui si conserva la vita. La beta stilizza una donna gravida, cioè il modo con cui si rigenera la vita. In questo ordine perché invertirlo significa condannare l’umanità a guardare impotente i propri figli morire di stenti. Cosa peggiore dell’assassinio per odio, perché se non si può provare pietà per se stessi, è avere avuto l’opportunità della vita ed averla persa ancor prima di ritornare alla morte.

L’economia, nella forma in cui si esprime, obbedisce alle stesse pulsioni dei geni, cioè tende a conservarsi nel tempo, senza le quali muore e si perde. Possiamo immaginarla come una macchina che produce l’energia che la fa funzionare. L’energia è fatta delle capacità della comunità di organizzare e rendere efficienti le risorse naturali che ha a disposizione in un determinato territorio. Come ogni macchina non restituisce tutta l’energia che usa perché una parte serve per poter funzionare, perciò questa perdita va limitata rendendo la macchina sempre più efficiente, integrandola con risorse sempre nuove, oppure bisogna farsele dare da altre comunità, se si vuole conservare lo stile di vita che la comunità ha saputo creare, e se ne devono aggiungere molte altre se la comunità cresce. In questo modo di fare economia tutta la comunità è coinvolta per conservare nel tempo se stessa. Una cattiva conoscenza del funzionamento dell’economia della comunità e delle sue ragioni origina sempre errori di gestione perché si trascura la manutenzione ed il perfezionamento delle parti che la compongono. Non si rinnova il lubrificante, per esempio, non si sostituiscono i filtri invecchiati, ma si sfrutta quanto più possibile il meccanismo sovraccaricandolo e maltrattandolo.

Ogni conflitto, interno alla comunità, ed ogni sua causa, è una perdita da compensare con risorse sempre maggiori perché questi rendono meno efficiente la macchina economica e la perdita di efficienza è proporzionale ad essi. Non potendo controllare il grado di conflittualità la comunità adotta lo Stato come soluzione, rappresentabile da una ventola che raffredda la macchina. Non si procede all’eliminazione delle cause dell’attrito anomalo o a diminuire il lavoro che serve a compensare il maggiore sforzo che è causa di malfunzionamento, ma si aggiunge un nuovo carico, un nuovo lavoro.

La nascita di una Repubblica è una macchina economica nuova; il suo serbatoio è colmo e gira a pieno regime. Nessuno si accorge al suo consumo perché c’è energia per funzionare a lungo. Col tempo, però, l’energia prodotta e quella rimasta si riducono sempre più in quantità perché alla macchina si aggiungono nuovi compiti per rendere confortevole la vita della comunità; un condizionatore ad esempio, un generatore elettrico. L’aggiunta di questi nuovi compiti porterà ulteriore sforzo e richiederà una ventola sempre più grande per contenere il calore generato dallo sforzo maggiore; il consumo crescerà e la necessità di energia da integrare sarà sempre più grande. Si comprerà energia da altri promettendone in restituzione una quantità maggiore di quella avuta e si continuerà a trascurare la macchina per non perdere il confort che l’uso ha dato e dà. Piano piano la macchina si logora e ciò che all’inizio sembrava impossibile da distruggere ora lo diventa.

Non ci sono macchine eterne. Bisogna conoscere la propria e trovare l’equilibrio tra il lavoro che può fare e le risorse che vanno ad integrare quelle perse.
Se non lo si fa la comunità perderà, senza poter rimediare, ciò che l’ha resa felice.

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