Mameli… perepepepe

INNO MAMELIdi Paolo Gulisano – L’ Inno di Mameli, ovvero una delle icone, dei monumenti, delle pietre miliari dell’italianità e dell’italianismo duro, quello che è privo di qualsiasi senso civico, di qualunque moralità civile, che evade le tasse e prevarica il prossimo ma che sente un brivido lungo la schiena quando alla televisione i calciatori della nazionale azzurra si avvinghiano come a un gay-pride e cercano con affanno di ricordare le parole incomprensibili di un inno che qualcuno dall’alto gli ha chiesto di urlare con romana fierezza. L’Inno di Mameli: brutto al limite della cacofonia, con le parole scritte da un giovane poeta genovese di fede massonica, Mameli appunto, che
lasciati i salotti della Genova-bene, preda di pruriti patriottico-risorgimental-esoterici, dopo aver vergato i suoi versi allucinati con cui faceva appello a tutti i “fratelli” d’Italia (non a caso) e delirava di schiavi di Roma, si recò a Roma nel 1849 con mazziniani e merce simile presa da furore bellico a tentare un colpo di Stato rivoluzionario contro la Santa Sede, uno Stato sovrano e indipendente, e a sparare contro il Papa.

Male ne incolse al borghese che aveva voltato le spalle a Zena per andare a Roma a cercare di “far l’Italia”: un bravo soldato pontificio lo colse di precisione e Mameli ci lasciò la ghirba, entrando però così nel Pantheon della mitologia italica. Se di Mameli poco si sa, ma per gli italiani l’ignoranza della storia è un atto dovutamente imposto e ottusamente accettato, ancor meno si conosce di colui che musicò i versi scritti dallo sfortunato (per causa sua) avventuriero. La musica tronfia dell’inno nazionale italiano è opera di un altro genovese (povera Zena, che figli degeneri!), tale Michele Novaro, nato nell’antica capitale della Repubblica del mare nel 1818, più vecchio di Mameli di cinque anni, e ivi morto nel 1885. Nonostante sia stato il musicista autore dell’inno, non ha conosciuto fama né riconoscimenti a differenza del paroliere.

Qualcuno dice per la sua indole modesta, ma forse la modestia era tutta della sua produzione, che non lasciò segno alcuno di sé. La sua attività era soprattutto basata sulla composizione di inni e di canti patriottici che offrì alle cause del “Risorgimento” a motivo delle sue forti idee liberali. Nella vita studiò composizione e canto e riuscì a diventare secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano di Torino, facendo poi ritorno a Genova nel 1864 per fondare una Scuola corale popolare. Musicò decine di canti patriottici
e organizzando spettacoli per la raccolta di fondo destinati alle imprese garibaldine morì povero dopo una vita tutto sommato tranquilla
ma assolutamente priva di successi, nonostante tutto il suo ardore ideologico, incontrando varie difficoltà finanziarie e problemi di salute. È sepolto al cimitero monumentale di Staglieno accanto alla tomba del suo amato Mazzini.

I critici musicali obbiettivi non sono molto clementi nel giudizio del suo talento: le sue composizioni patriottiche sono rutilanti di spade e fremiti guerrieri. Ritmi spavaldi iniziano promettendo animosi furori, ma la linea sonora ricade, poi, senza svilupparsi, e non si snoda, mentre l’armonia si muove con brevi e scolastiche modulazioni. È interessante notare quello che viene riportato in una pubblicazione a cura – non a caso-della Presidenza della Repubblica, distribuita in occasione del 2 giugno 2000, in cui si descrive come il maestro Novaro arrivò a partorire lo spartito dell’inno nazionale italiano: «Un giorno di novembre si faceva della musica e della politica in casa del patriota torinese Lorenzo Valerio e per mandarli in accordo si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell’anno per ogni terra d’Italia; quand’ecco entrare nel salotto un nuovo ospite, il pittore Ulisse Borzino. Giungeva da Genova e voltosi al Novaro,
con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: «Toh – gli disse – te lo manda Goffredo».

Il Novaro apre il foglio, legge, si commuove. Gli chiedono tutti: «Cos’è?», gli fan ressa attorno: «Una cosa stupenda! », esclama il maestro, e legge e alta voce e solleva a entusiasmo tutto il suo auditorio. Il Novaro, dopo aver cercato invano d’improvvisare al pianoforte una musica adatta, chiesto congedo, corse a casa. Là, senza pure levarsi il cappello, si buttò al piano e riprendendo motivi strimpellati in casa Valerio riuscì in breve tempo a comporre quelle note che dovevano, insieme alle parole, elettrizzare tutti gl’italiani». La descrizione continua con vibrante italica passionalità, con la testimonianza di un altro fratello d’Italia: «Stavamo nella sala
del Caffè della Lega Italiana, quando entrò il Novaro: “Amici, gridò con voce di tenore alquanto concitata, ho scritto la musica dell’Inno di Mameli: L’ho finita adesso, voglio che la sentiate: Venite”».

Si andò nella casa del Novaro… Egli sedette al piano. La sua voce, che per il teatro era poca, per quella camera riusciva piena e sonora e l’interno affetto e il sentimento che l’avevano ispirato davano al suo canto una grande efficacia d’espressione. Quando ebbe gettato quell’ultimo grido, quel sì finale, che ha tanta forza e tanta fierezza, tutti si strinsero attorno al Maestro: lo si serrò, lo si abbracciò, si plaudì, si gridò, si pianse. Si proclamò, ed era vero, che l’Italia aveva il suo Canto».

Novaro mise del suo anche sul testo di Mameli, cambiando il primo verso dell’Inno che suonava nella versione originaria ”Evviva l’Italia”, in Fratelli d’Italia, versione che trovò l’ampio consenso, non solo dell’autore, ma di tutti i patrioti, e non si fa fatica a crederlo: si trattava di un’espressione che era sicuramente più gradita alle Logge massoniche. La polizia tuttavia, conforme al divieto della censura, lo proibì fino alla dichiarazione di guerra all’Austria (23 marzo 1848) dopo di ché, l’Inno, suonato anche da bande militari e cantato dai soldati e dai volontari partenti per la guerra di Lombardia, divenne La Marsigliese del popolo italiano.

Proclamato Inno nazionale con una circolare del Valerio, Commissario Straordinario delle Marche nel 1860, successivamente fu vietato in alcune circostanze per ragioni di ordine pubblico. La pubblicazione espressione dell’italico nazionalismo, a fronte delle sacrosante osservazioni dei critici musicali, chiosa in questo modo: «A noi italiani non importa il giudizio degli esperti, perché attraverso il tema musicale, spesso prorompente, riviviamo quei lontani giorni d’entusiasmo e di passione che incentivarono tutta la lotta per l’unità d’Italia e ormai abbiamo pienamente assimilato la sequenza sonora che avvolge la composizione letteraria». Contenti loro. Noi siamo sicuramente più contenti di non cantarlo mai, nemmeno sotto tortura.

(da il settimanale  Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. caterina says:

    la nostra marcetta, altro che inno… e ovviamente, come ogni poesia, ha anche una seconda strofa… ma meglio dimenticarla…impronunciabile!

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