Macroregioni 5/ Fassino contro il Pd, il pasticcio delle Province

fassino 1LO SAPETE CHE LE PROVINCE NON SONO STATE ROTTAMATE?

(da https://geograficamente.wordpress.com)

di Giorgio Ponziano, da ITALIA OGGI del 14/12/2014

– Il fuoco amico arriva dal sindaco di Torino, Piero Fassino, che è anche presidente dell’Anci, cioè dei sindaci d’Italia. –

   Caro Matteo, così non va. A dirglielo è un suo supporter di peso, lontano anni luce dei civatiani e dai cuperliani. Per il segretario-presidente del consiglio si apre un nuovo fronte, dopo il Jobs Act, quello degli amministratori locali alle prese con le nuove Province e le aree metropolitane.

   Un pasticcio. Il fuoco amico arriva dal sindaco di Torino, Piero Fassino, che è anche presidente dell’Anci, cioè dei sindaci d’Italia. Il suo è quindi un parere che conta e che potrebbe fare non pochi danni a Renzi, uscito in modo non brillante dalle recenti elezioni regionali per via di un astensionismo che, in buona parte, è un messaggio a lui indirizzato.

   Fassino non ci sta a essere travolto dalle sabbie mobili di una riforma istituzionale, quella appunto della pseudo-cancellazione delle Province, che sembra non avere né capo né coda e che neppure Graziano Delrio, il suo autore, riesce a traghettare. Parole dure, quelle di Fassino, uno schiaffo a Renzi e a Delrio: «Abbiamo sbagliato a convincere e a convincerci che le Province non servivano. I nuovi enti di secondo livello che ne prenderanno il posto rischiano di nascere monchi, poiché c’è confusione sulle competenze, sulle risorse, sui debiti. Se il governo non cambierà il contenuto della legge di stabilità non ci saranno i soldi per gestire la Città metropolitana».

   Un’analisi impietosa su quella che è una delle poche realizzazioni (finora) di questo governo. Il sindaco di Torino, renziano, aggiunge le prove a quanto asserito: «in Piemonte ci sono quattro Province sulla soglia del dissesto e le altre sono fuori dal patto di stabilità. Dal punto di vista delle risorse emerge una completa insostenibilità del quadro, per esempio al taglio di un miliardo già annunciato, si sommerà la penale per lo sforamento del patto di stabilità da parte della Provincia di Torino, penale che ricadrà tutta sul nuovo ente».

   Senza soldi. E allora si finirà per mettere le mani nelle tasche dei contribuenti: ma l’abolizione delle Province non doveva permettere un cospicuo risparmio della spesa pubblica? «Le risorse – dice Fassino – su cui conterà il nuovo ente dovranno essere proprie e quindi non sottratte ai Comuni e l’apparato amministrativo sarà quello ereditato dalla Provincia».

Che ci sia maretta dal primo gennaio quando, secondo la legge, tutti i nuovi enti devono entrare in funzione lo conferma Antonio Gabellone, presidente uscente confermato alla guida della Provincia di Lecce, che ha addirittura inviato due lettere di diffida, a Renzi e al presidente della sua Regione, Nichi Vendola: «Vendola ci dica subito quali funzioni dovrà gestire la Provincia e quanti soldi avrà a disposizione, altrimenti dovrà rimborsarci ogni singolo euro speso in cultura, turismo, trasporti scolastici e assistenza sociale».

   Continua Gabellone: «La legge ha definito le funzioni fondamentali esercitate dalle Province: ambiente, trasporti, scuole, strade e pari opportunità. Ma è tutt’ora aperta la questione delle ulteriori funzioni, attualmente svolte dall’ente, che dovranno essere attribuite dallo Stato e dalle Regioni secondo le rispettive competenze. Nell’immediato, e sino alla definizione della ridistribuzione delle funzioni eccedenti quelle fondamentali, tutti gli oneri sopportati da questo ente noi li addebiteremo alla Regione, con tanto di rendicontazione che costituirà titolo per la riscossione, fosse anche coattiva».

Gli dà ragione il vice presidente vicario alla Regione Puglia, Erio Congedo: «I rischi sono molto concreti perché si è proceduto improvvidamente a sottrarre alla Provincia compiti fondamentali senza assegnarli contestualmente a qualcun altro. E, come se non bastasse, togliendo risorse vitali per svolgere quelle residue».

   Ma la contestazione arriva anche dal ripescato sindaco di Napoli, Luigi de Magistris («far partire la Città metropolitana senza risorse è un atto irresponsabile») e dal presidente della Provincia di Chieti, Mario Pupillo («se continuiamo così andremo tutti in dissesto. Ora il nostro obiettivo è quello di ottenere una proroga altrimenti le nuove Province rischiano il default»).

   Del resto tutti i presidenti dei neo-enti si sono riuniti a Roma e hanno inviato una sorta di ultimatum a Renzi: «Se il governo non riterrà di rivedere l’attuale impostazione, non ci possiamo assumere alcuna responsabilità per le gravi conseguenze che deriveranno alle comunità amministrate. Si va verso la chiusura di servizi essenziali, non si potrà assicurare il riscaldamento nelle scuole, lo sgombero della neve, la messa in sicurezza delle strade, la tutela del territorio e dell’ambiente».

   Il rischio è una partenza (ormai ravvicinata) assai disastrata: 20 mila dipendenti dovrebbero essere trasferiti (non si sa ancora dove), 28 mila invece rimarranno nei loro uffici, e sarà lo zoccolo duro dei nuovi organismi, per i quali la volontà dei politici locali (complice l’indeterminatezza del centro) sembra spesso quella di ricostruire lacci e lacciuoli, una brutta copia, quanto a burocrazia e costi, delle vecchie Province.

Un esempio? La Commissione statuto dell’area metropolitana di Roma ha approvato e inviato ai 120 sindaci dei Comuni che la compongono una bozza di statuto in cui si prevede, tra l’altro: «La Città metropolitana può istituire agenzie per lo svolgimento di compiti specifici, tali agenzie sono unità amministrative caratterizzate dall’assegnazione di risorse organizzative ed economiche con direzione e responsabilità autonome entro gli indirizzi definiti dal consiglio, a ogni singola agenzia è preposto un dirigente».

   Secondo i calcoli di Facile.it (comparatore di tariffe), nel 2014 gli italiani verseranno 3,8 miliardi di euro di tasse attraverso il pagamento delle polizze Rca. Di questi, il 60% sarà destinato a rimpinguare le casse di Province e Città metropolitane. Su ogni polizza corrisposta alle compagnie per assicurare un veicolo, il peso delle imposte arriva a gravare fino al 26,5%. Di questo, il 10,5% è destinato al Servizio sanitario nazionale, che così quest’anno riceverà un gettito pari a poco più di 1,5 miliardi di euro, il restante 16% viene assorbito dai nuovi enti, che incasseranno 2,3 miliardi per il 2014. Ma non dovevano scomparire? (Giorgio Ponziano)

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LE CITTÀ METROPOLITANE, UNA VIA PER COMPETERE

di Nicoletta Picchio, da “Il Sole 24 Ore”, 8/2/2014

– Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio – Un “Manifesto delle città metropolitane italiane” (qui in pdf –link is external)

Per affermare che sono il motore delle economie nazionali e che, una volta istituite, potranno realizzare interventi incisivi per la competitività del territorio, dall’attrazione di investimenti alla realizzazione di aree produttive, poli tecnologici, utilizzare al meglio i fondi europei.

Ma non solo: questa forma di governo sovracomunale dovrà essere soprattutto un’occasione per modernizzare la Pubblica amministrazione, e rispondere con una struttura snella ed efficiente a bisogno di imprese e cittadini di una burocrazia più efficiente.

È l’impegno della Rete delle associazioni industriali metropolitane, il network realizzato da dieci associazioni territoriali di Confindustria che hanno preparato il Manifesto per sottolineare la necessità di istituire le città metropolitane, non come sostituzione automatica delle province, ma per far nascere una governance innovativa, snella ed efficace.    Evitando che la cornice legislativa sia l’occasione per creare un ulteriore livello politico e amministrativo. Le città metropolitane hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nella geografia economica globale. E le dieci associazioni confindustriali delle aree metropolitane chiedono un avvio «contemporaneo e tempestivo» di tutte le città metropolitane italiane.

La questione è di stretta attualità, con la discussione del disegno di legge Delrio, che dovrebbe snellire le province e definire il ruolo delle città metropolitane.    Un’occasione da non perdere, per i presidenti delle dieci associazioni territoriali della Rete, che sono Assolombarda, Confindustria Bari e Barletta-Andria-Trani; Confindustria Firenze; Confindustria Genova; Confindustria Reggio Calabria; Confindustria Venezia; Unindustria Bologna; Unindustria Roma, Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo; Unione industriali di Napoli; Unione industriale di Torino.

Quali sono le priorità e le aspettative del mondo produttivo?

Le città metropolitane italiane dovranno essere un motore di programmazione e pianificazione strategica, all’altezza delle migliori esperienze europee, e quindi Barcellona, Lione, Monaco, Stoccolma, Amsterdam, capaci di individuare risorse, tempi, soggetti e modalità attuative dei progetti, con una visione condivisa dello sviluppo.

È la visione di BENJAMIN BARBEr (link is external), politologo americano, che a questo tema ha dedicato libri e conferenze: le città come istituzioni, culla della democrazia, capaci di reagire alle sfide globali e di spingere la crescita meglio degli Stati-nazione, istituzioni ormai arcaiche. L’ha ripetuto alla platea di imprenditori e amministratori, a Firenze: le metropoli sono il luogo dove vive il 78% della popolazione dei paesi sviluppati e si genera l’80% del pil mondiale.

«Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Il nostro piano FAR VOLARE MILANO (link is external) nasce proprio con lo scopo di favorire la sua trasformazione in città metropolitana», è il parere diGIANFELICE ROCCA (link is external)  (ASSOLOMBARDA (link is external)).

Una priorità nazionale, quindi, dal Nord al Sud: «Dobbiamo dare un assetto efficiente al territorio e al suo sistema imprenditoriale. Nelle zone industriali esistono problemi di manutenzione, trasporti, servizi. I comuni interessati sono cinque, è complicato trovare l’intesa», dice Angelo Michele Vinci (Bari e Barletta-Andria-Trani).

L’assetto di città metropolitana come occasione di rilancio: «Venezia corre il rischio di trasformarsi in una città vetrina. Come città metropolitana può esaltare il ruolo di motore del turismo nazionale e di hub logistico Europa-Mediterraneo», commenta Matteo Zoppas (Venezia).

   «Siamo convinti che questa possa diventare la riforma delle riforme, Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio», sottolinea Maurizio Stirpe (Unindustria).

Alberto Vacchi (Bologna) fa un esempio concreto dei disequilibri locali: «Le nostre imprese nello stesso contesto provinciale sono soggette a regolamenti, tassazioni e normative che cambiano da comune a comune, sui rifiuti per i capannoni industriali lo scarto è da +23 a -11 rispetto al 2012».

Sono importanti i tempi: «L’agenda pubblica deve andare in parallelo con quella delle imprese. I territori sono fondamentali per la catena del valore», sottolinea Simone Bettini (Firenze).

   Il provvedimento Delrio rischia però di non snellire ma anzi creare un nuovo livello burocratico. Le aree metropolitane potrebbero arrivare ad oltre venti. «Va modificato, ma comunque è meglio avere qualcosa, da rimettere a punto in seguito, rispetto al niente», è la convinzione di Paolo Graziano (Napoli).    Le problematiche esistono, e le ha elencate Giuseppe Zampini (Genova), che mercoledì a Firenze si è soffermato sui principali problemi da affrontare in termini di organizzazione, costi e funzioni della città metropolitana.

   Nelle città metropolitane italiane, ha detto Licia Mattioli (Torino), si concentra il 36% del pil, il 35% degli occupati, il 32% degli italiani e il 34% della popolazione straniera. (…..) (Nicoletta Picchio)

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LIBERA, VOLONTARIA, PRIVATA: UN’ALTRA CITTÀ È POSSIBILE

di Carlo Lottieri – 4/11/2014 – da “IL GIORNALE”

– Sostituire i servizi comunali con quelli scelti dai cittadini, ottenendo sgravi fiscali? Il decreto “Sblocca Italia” sembrerebbe permetterlo. A meno che non ci sia il trucco –

Anche se pochi se ne sono accorti, il decreto-legge detto Sblocca Italia include un articolo che potrebbe aprire spazi allo sviluppo di comunità volontarie, città private e, insomma, a forme innovative di produzione e gestione di attività di largo interesse.

In effetti, per molti servizi pubblici (strade locali, gestione dei parchi, polizia, spazi sportivi o culturali, ecc.) oggi di norma dipendiamo da enti di Stato: dobbiamo accettare, ad esempio, quanto è fornito in maniera monopolistica dalla nostra amministrazione comunale. Per questa ragione, nonostante una fiscalità sempre più onerosa, il servizio è spesso di bassa qualità.

Al fine di trovare una soluzione, sulla scorta di realtà di altri Paesi, la norma prova a immaginare che anche nel nostro Paese – in America sono ormai milioni di famiglie – vi siano quartieri e aree in cui tali beni e servizi a interesse diffuso non siano forniti da un soggetto pubblico ma da privati.

In qualche caso già ora questo è possibile: come in parte è avvenuto a Milano Due o all’Olgiata. Simili spazi di autogoverno potranno però svilupparsi e crescere solo se quanti usufruiscono dei servizi non saranno costretti a pagare due volte: finanziando l’iniziativa (privata) di cui usufruiscono e anche quella (pubblica) a cui non sono interessati.

Se insomma vivo in un condominio indipendente che ha proprie biblioteche e centri sportivi, che cura da sé il verde e fa la manutenzione delle strade, è giusto che quanto meno abbia una riduzione delle imposte locali, dato che l’ente pubblico non deve sostenere oneri.

Il decreto compie solo un piccolo passo: all’articolo 24 si parla infatti unicamente di taluni servizi («la pulizia, la manutenzione, l’abbellimento di aree verdi, piazze o strade») e non di altri. Per giunta tutto ora dipenderà dalla lungimiranza degli amministratori locali, ma se qualcuno comprenderà le potenzialità di questa innovazione, anche da noi potremmo avere imprenditori in spazi che erano tradizionalmente monopolizzati da politici e burocrati.

Ma come si è arrivati all’introduzione di simili idee in un decreto del governo? Di tali questioni, una ventina di anni fa si occupavano solo pochi sognatori. Scrisse a più riprese in difesa delle cosiddette «privatopie», ad esempio, un ricercatore indipendente di orientamento libertario come Guglielmo Piombini. In seguito l’idea ha fatto sempre più strada anche grazie a studiosi di diversi Paesi, ma da noi è stato soprattutto Stefano Moroni, urbanista di ispirazione hayekiana, a pubblicare importanti volumi volti a illustrare i pregi di una gestione non statale dei servizi comuni (si veda ad esempio La città intraprendente , Carocci, 2011, curato da Moroni con Grazia Brunetta).

Dopo che nel 2002 l’Indipendent Institute pubblicò un’ampia ricerca storica che in vari capitoli trattava esattamente il tema della città volontaria, la battaglia è stata ripresa dall’Istituto Bruno Leoni con seminari e altre iniziative. È proprio grazie a questo think-tank che il testo sopra ricordato (La città volontaria , Rubbettino, 2010) esiste anche in italiano. Per giunta, nelle scorse settimana l’editore IBL Libri ha pubblicato gli atti di un convegno, dal titolo Libertates , sul quel libro che si tenne a Verona quattro anni fa per iniziativa di Daniele Velo Dalbrenta.

Un po’ alla volta l’idea di permettere lo sviluppo di «supercondomini» che si prendano cura di molti servizi è stata accolta in numerosi ambienti. In particolare, è stata fatta propria da Confedilizia, la quale ha avviato un’efficace azione persuasiva nei riguardi di uomini politici, alti funzionari Stato, amministratori locali. Quella norma non sarebbe nel decreto «Sblocca Italia» senza la determinazione di chi si è innamorato dell’idea di liberare la città e dare spazio a logiche competitive.

La vicenda è interessante in sé, poiché sottrarre la città al controllo urbanistico e amministrativo è fondamentale se si vogliono allargare gli spazi di libertà. Ed è interessante anche quale riprova, in un senso più largo, del fatto che – come amava ricordare Friedrich von Hayek – «le idee hanno conseguenze».

Il progetto delle comunità volontarie, di realtà che si autogestiscono e di conseguenza rivendicano almeno uno sgravio dei tributi da pagare, era un’idea forte: non sorprende che abbia fatto breccia in varie direzioni. Tanto i politici quanto gli altri protagonisti della sfera pubblica in linea di massima ripetono e rielaborano le tesi formulate da studiosi e accademici: e questo spiega perché la battaglia culturale è tanto importante.(Carlo Lottieri)

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PAESE REALE

DEGRADO CIVILE: GLI ARGINI INFRANTI DI UNA COMUNITÀ

di Ernesto Galli della Loggia, da “il Corriere della Sera” del 11/11/2014

– Responsabilità. A partire dagli anni Ottanta vi è stata una progressiva secessione dall’Italia delle classi dirigenti. Oggi c’è bisogno di segnali e di una svolta dal basso –

L’Italia innanzitutto cade a pezzi. Il Paese fisico, il suo territorio, è perennemente sotto una spada di Damocle dall’Alpi alla Sicilia. In qualunque parte della Penisola bastano in pratica 24 ore di pioggia intensa per allagare interi quartieri di città, far chiudere le scuole, far franare tutto ciò che può franare, per interrompere ogni genere di comunicazioni.

E regolarmente dopo che da anni ed anni tutti i rischi erano a tutti ben noti; e sempre, o quasi, dopo che i fondi per i lavori necessari erano stati stanziati, e sempre, o quasi, perfino dopo l’esecuzione dei lavori stessi. Ma non c’è niente da fare. Piove, e regolarmente i muraglioni costruiti si sbriciolano, gli argini alzati non tengono, i sistemi fognari saltano, i ponti crollano: il nostro destino è l’esondazione.

L’Italia poi è di chi se la vuol prendere. Chiunque, su un autobus o un treno di pendolari, solo che lo voglia (e lo vogliono in tanti) può non pagare il biglietto, può lordare, rompere, imbrattare con lo spray, intasare i gabinetti, minacciare i passeggeri, aggredire il personale.

Per strada può fare dei cassonetti dell’immondizia e di qualunque altro arredo urbano ciò che più gli garba. In ogni caso lìimpunità è garantita. E tanto più se si tratta dell’Italia dove vive la parte più debole della popolazione, quella che non prende l’Alta Velocità, che la notte non può permettersi un taxi: se si tratta cioè dell’Italia del Sud e delle periferie.

Qui, poi, abitare una casa popolare ? come questo giornale ha fatto sapere a tutti? Può voler dire spesso essere costretti a stare perennemente barricati perché cìè sempre un prepotente pronto a impadronirsi con la violenza di ciò che non è suo, a intimidire, a minacciare. E quasi sempre senza che a contrastare la violenza ci sia l’intervento risoluto di chi pure avrebbe il dovere di farlo. L’Italia infine non è più un solo Paese.

Sgretolando lo Stato centrale e accaparrandosi le sue funzioni, un demenziale indirizzo politico federalista, al quale hanno aderito tutti i partiti, ha di fatto liquidato l’eguaglianza dei cittadini proclamata dalla Costituzione.

Oggi ogni italiano paga tasse diverse, viene curato in modo diverso, gode di servizi pubblici, di mezzi di trasporto, di quantità e qualità diversa, studia in edifici scolastici degni o fatiscenti, a seconda che abiti a Sondrio o a Trapani, che sia un italiano del Sud o del Nord. I modi e i contenuti reali del suo rapporto concreto con la sfera pubblica dipendono in misura pressoché esclusiva solo da dove si è trovato a nascere e a vivere.

Mentre di fatto le cricche politiche locali fanno ciò che vogliono, usando a loro piacere le enormi risorse a disposizione: salvo l’intervento necessariamente casuale di questa o quella Procura. Questo (e molte altre cose, eguali o peggiori) è il Paese reale. Ed è a partire da esso che va ripensata la crisi italiana. Il cui carattere più intimo e vero non sta nell’economia, che in certo senso ne è solo l’involucro.

Sta nel fatto che una parte sempre maggiore di italiani (in modo specialissimo quelli che abitano il Paese reale, per l’appunto) non riesce più a credere di far parte di una comunità retta da regole certe fatte rispettare da un’autorità vera.

Non riesce più a credere, cioè, che esista uno Stato. Le condizioni dell’economia sono certo un fatto grave e importante. Ma molto più grave e importante è che troppi italiani si stanno convincendo dell’immodificabilità di tali condizioni perché le vedono saldarsi ai mille segni di un degrado, di uno sfilacciamento più generali al cui centro c’è un dato nuovo e inquietante: la latitanza dello Stato.

Troppi italiani si stanno facendo l’idea che ormai quindi non possono più contare che su se stessi (che nessuno più cercherà il modo di far trovare loro un lavoro, penserà a dar loro una pensione, ad assicurargli con la sicurezza quotidiana, la certezza delle leggi e la sovranità politica). Che nessuno controlla e dirige realmente più niente, che nessuno è davvero al timone del Paese con in mente una rotta, e avendo non solo la visione e la determinazione, ma soprattutto gli strumenti e l’autorità necessari a farsi seguire.

È la sensazione di questo vuoto ciò che oggi nell’Italia delle periferie urbane e della piccola gente, del Mezzogiorno mortificato e incarognito, dei tanti microimprenditori che stentano la vita, nell’Italia del Paese reale, più contribuisce ad esasperare ogni egoismo ma anche a incrinare ogni fiducia. E quindi ad aggravare ulteriormente la stessa crisi economia.

È facile attribuire anche quanto ora ho detto all’universale «crisi della politica» di cui si parla tanto. In realtà c’è qualcosa di più, e di specificamente italiano. Se oggi il Paese reale sente come sente, se avverte sopra di sé una latitanza della sfera pubblica, un vuoto di leggi, di controllo, di Stato, non è perché abbia le traveggole. Ma forse perché esso percepisce che, a partire dagli anni Ottanta, vi è stata in effetti una progressiva secessione dall’Italia delle classi dirigenti un tempo italiane, e di conseguenza il relativo abbandono da parte loro del presidio della statualità.

Un virtuale svuotamento di questa. Vi è stata in quelle élites, una progressiva perdita di identificazione emotiva e culturale, rispetto a quella che fino ad allora era stata la loro patria. Con la conseguente, inevitabile rinuncia a guidarla e a portarne la responsabilità.

È stato come un pervasivo moto di abdicazione dal proprio ruolo, le cui cause almeno a me appaiono oscure (percezione di una crescente insicurezza del contesto internazionale? Avidità di guadagni delocalizzando tutto all’estero?), ma del quale restano comunque ben impressi alcuni segnali altamente simbolici: l’europeismo elevato al rango di ideologia ufficiale obbligatoria, la fuga della Fiat dalla Penisola nell’indifferenza generale, l’abbandono a se stesso del sistema dell’istruzione e della comunicazione radio-televisiva.

È questo lo stato di cose di fronte a cui si trova oggi Matteo Renzi: dal quale anche chi non l’ha votato si aspetta comunque fatti e parole nuovi. Ma mi domando se il presidente del Consiglio sappia vedere quel Paese reale che si è detto sopra e se lo sappia vedere nei termini indicati. Se sappia vedere lo sfascio dei suoi territori e delle sue città, capire la sua sensazione di abbandono, la sua percezione di vuoto istituzionale, la sua richiesta di controlli, di autorità, di guida.

Dubito che basti dare 80 euro ad una parte di quel Paese per ricostituire l’idea che esista un governo, che esista qualcosa che assomigli a una classe dirigente. Se vuole davvero essere l’uomo della rottura rispetto al passato che ha promesso di essere, Renzi deve andare in mezzo a quel Paese reale, casomai mettendosi le calosce o fermandosi ad aspettare alla fermata di un autobus.

Deve parlare ai suoi abitanti faccia a faccia, non da qualche studio televisivo. Magari immaginando anche i gesti concreti con i quali accompagnare le parole. Egli ha dimostrato finora di sapere interloquire molto bene con l’Italia dei piani alti, e di sapersene accattivare le simpatie. È un’ottima cosa. Non abbiamo certo bisogno di populismi d’accatto che magari si prefiggano di «far piangere i ricchi».

Ma un’autentica comunità politico-statale si ricostruisce sempre dal basso, e nell’Italia attuale c’è bisogno precisamente di questo: di ricostruire una tale comunità. Di ridarle un senso di sé e uno scopo che vadano oltre l’oggi, di ridarle il coraggio che sta scemando, di garantirle che ancora esistono una legge e un’autorità. Di dire a noi tutti: «Siamo qui, e anche a costo di sacrifici vogliamo restarci, e restare in piedi!». Di dire le parole (e compiere i gesti) che nei grandi momenti di crisi decidono del futuro di una nazione. (Ernesto Galli della Loggia)

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2 Commenti

  1. Paolo says:

    I politici dovrebbero entrare in parlamento con un minimo di 45 anni e con 25 anni di lavoro alle spalle nel settore pubblico o privato!

  2. Carlo says:

    Articolo: Macroregioni 5/Fassino cintro il PD, il pasticcio delle province..

    Piero Fassino, nel 1929 non era nato!?

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