Macroregioni 4 / La Francia centralista è più federalista di Roma

franciaECCO COME CAMBIANO LE REGIONI FRANCESI

(da  https://geograficamente.wordpress.com)

di Enrico Martial, da FORMICHE.NET (http://www.formiche.net/ ) del 18/12/2014

Annunciata dal presidente Hollande a gennaio 2014, la riforma ha subìto un dibattito acceso, tanto da impedirne l’adozione entro l’estate – come voleva il primo ministro Manuel Valls –

   Il 17 dicembre, l’Assemblea nazionale francese ha approvato in via definitiva la nuova carta delle Regioni francesi, che passano da 22 a 13. Annunciata dal presidente Hollande a gennaio 2014, la riforma ha subito un dibattito acceso, tanto da impedirne l’adozione entro l’estate – come voleva il primo ministro Manuel Valls.

   Nel corso delle tre letture, sia alla Camera sia al Senato, il dibattito si è concentrato sul numero, sui confini delle Regioni e sui relativi capoluoghi. L’approvazione della legge è un risultato politico che supera le incertezze dell’estate, sebbene siano ancora possibili ulteriori aggiustamenti, per esempio se vincesse il ricorso già depositato – tra manifestazioni di protesta a Strasburgo – per restituire il perimetro regionale all’Alsazia, ora perduta in una grande regione che comprende Lorena, Ardenne e Champagne.

   L’obiettivo di semplificare il sistema territoriale è largamente condiviso in Francia, avviato da diversi anni tra molti contrasti, e costituisce una delle “riforme strutturali” che il governo Valls aveva inserito nel più ampio programma di semplificazione e di riduzione della spesa per 50 miliardi di euro. Contando su risparmi per 11-12 miliardi di euro, la riforma vorrebbe eliminare un livello territoriale – il dipartimento – e prevede un significativo trasferimento di competenze alle Regioni, accorpate e ridotte in numero, una forte e obbligatoria condivisione dei servizi a livello intercomunale, riducendo alla semplice rappresentanza politica i numerosi comuni che si è infine rinunciato a riunire: oltre trentaseimila, contro gli ottomila comuni italiani e i dodicimila tedeschi.

   Affiancato dal ministro per il decentramento, Marylise Lebranchu, il Senato francese ha iniziato questa settimana l’esame della seconda parte della riforma, sul tema delle competenze, che dovranno passare alla regione sia dal dipartimento, sia dall’amministrazione centrale. IL MODELLO FRANCESE GUARDA A QUELLO TEDESCO E INTENDE FARE DELLA REGIONE IL SOGGETTO MOTORE DELLO SVILUPPO ECONOMICO, e assegnargli inoltre alcuni compiti gestionali in materia di strade (che da dipartimentali diventeranno regionali), di trasporti, di edilizia scolastica.

   Nel quadro delle riforme strutturali, si tratta di un segnale positivo per il governo di Manuel Valls, che a marzo 2015, come quello italiano, dovrà presentare le proprie carte al Consiglio e alla Commissione, nello scenario in un probabile procedimento guidato per rispettare gli impegni del six e del two pack. Non a caso, l’obiettivo di completamento della seconda parte della riforma, quella sulla concentrazione delle competenze sulle regioni e sul livello intercomunale, è fissato entro febbraio, in parallelo con l’altra riforma in corso, il cui progetto di legge su “Attività e crescita” è stato approvato dal governo il 10 dicembre e sta iniziando l’iter parlamentare.

   Una coppia di riforme francesi, quella territoriale e quella su liberalizzazioni e crescita, che assomiglia alla coppia di riforme italiane, sul Senato territoriale e sul mercato del lavoro. Compiti a casa assai simili, con le stesse scadenze. (Enrico Martial)

A PROPOSITO DI CITTA’ ED AREE METROPOLITANE

CITTA’ AREE METROPOLITANE

IL CORAGGIO DI ABBATTERE I VECCHI CONFINI

di ULDERICO BERNARDI, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

«L’Italia offre gran varietà di paesaggio, di uomini, di ricordi, di costumi e di parlate. Dieci miglia in Italia permettono maggior diversità d’incontri che non cento miglia negli Stati Uniti». Così Giuseppe Prezzolini ottant’anni fa.

E nel profondo, nonostante industrializzazione, omologazioni, mondializzazione e quant’altro, lo spirito nazionale resta segnato dalla sua storia. Questo significa riconoscere la persistenza e la forza del regionalismo nel nostro Paese. Che ancora fatica a districarsi dalla cappa di centralismo sabaudo e totalitario.

Tutti sanno che le province sono solo un’invenzione burocratica. Saranno cancellate, ma l’importante è che non si pretenda di sostituirle con altri imbrogli simili. L’occasione potrebbe essere offerta dalla creazione delle città metropolitane, forse.

Il dubbio resta, perché c’è il rischio che il nuovo assetto non consideri le vocazioni native e spontanee delle aree interessate, e gli interessi politici o addirittura elettoralistici dei partiti, disegnino ripartizioni conformi a un rinnovato manuale Cencelli e non alle esigenze di dare respiro alla vitalità dei territori.

   Prendiamo la montagna. Cariche di problemi, stremate per gran parte dalla monocoltura turistica, le terre alte hanno estremo bisogno di recuperare l’autostima, di frenare l’abbandono, di riconoscere che il loro futuro sta nel passato.

   Hanno bisogno di libertà per opporsi alla logica che tende a ridurle solo a parco giochi per il tempo libero della pianura. Nell’Altopiano dei Sette Comuni cimbri nacque, prima ancora della Svizzera, una Confederazione delle autonomie che rispondeva alla condizione specifica dei luoghi. Venezia Serenissima la riconobbe e sostenne, ricevendone fedeltà. Tutta la montagna veneta e friulana ripete le stesse necessità economiche, antropologiche, sociali. Perché i giovani non se ne vadano, le famiglie non si sentano abbandonate, i paesi recuperino servizi primari e civiltà identitaria. Un abbozzo di città metropolitana ad alta quota.

   Per la pianura, stravolta dallo scialo di territorio, il riassetto spontaneo delle municipalità deve avvenire avendo in mente le particolarità di queste nostre regioni.

   Dove lo spirito di campanile (non già il campanilismo che ne è la degenerazione, come tutti gli ismi) diventa un’opportunità per la coesione sociale. E qui torna utile citare il nostro grande Nicolò Tommaseo, che aveva idee chiarissime sul valore delle autonomie e sulle ossessioni del centralismo: «Pare che la regione sia tanto piccola, da star tutta rannicchiata all’ombra del campanile, – scriveva – altra parola faceta, di quelle che ripetendo a ogni tratto, il secolo beato si reputa originale (…) Io dico dunque, se la nazione volesse (dovrebbe volere), potrebbe in regioni distinguersi senza dividersi in sé medesima, anzi più fortemente costituirsi nel tutto, lasciando i suoi nervi e i suoi muscoli e i suoi umori ben distribuiti alle parti».

   Veneto e Friuli, ormai lanciate nel lungimirante progetto dell’Euregione Alpe-Adria, possono consentirsi una ricomposizione del mosaico territoriale secondo una logica che ho altrove definito “agropolitana”, cioè rispettosa delle culture e delle colture, non subalterna alle esigenze di un tardo industrialesimo da capannoni sparsi a man salva, ma orgogliosa insieme delle potenzialità della sua tradizione rurale e dell’altrettanto incredibile emancipazione innovativa sperimentata nei decenni ultimi.

Non siamo Los Angeles, l’uniforme città diffusa. Siamo i mille paesi tra Mincio e Timavo che custodiscono ciascuno tesori di urbanità, d’arte, di archeologia, di sapienza artigiana. La morte delle undici province nelle due regioni a Nordest può generare molto frutto, come il seme di grano evangelico.   Sempre che siano rimossi limiti micragnosi e meschinerie partigiane. (Ulderico Bernardi)

https://geograficamente.wordpress.com/2012/04/13/aree-metropolitane-non-solo-15-una-proposta-geografica-affinche-ogni-territorio-possa-dar-vita-a-una-propria-area-citta-metropolitana-assieme-alla-creazione-di-m/

LE AREE METROPOLITANE

Le AREE METROPOLITANE attualmente previste sono 15, ricomprendendo così tutte le aree individuate dalla normativa vigente (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli: specificate nella Legge 142 del 1990); Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo (individuate dalle rispettive leggi regionali); Reggio Calabria (individuata nella Legge Delega per il Federalismo Fiscale n. 42 del 2009) – ci si è limitati ad individuarle (ed ora istituirle) in alcuni luoghi tralasciando, considerando marginali e secondari, tutti gli altri.

LE POSSIBILI AREE METROPOLITANE NEL VENETO

Così, ad esempio, in Veneto, ci sarà un’attenzione particolare ai meccanismi di sviluppo, modi e qualità di vita (e cospicui finanziamenti arriveranno!) per l’AREA METROPOLITANA VENEZIANA (l’unica prevista in Veneto dal legislatore) (e i confini e i poteri da assegnarle sono tutt’altro che chiari).

Ebbene, rimanendo all’esempio veneto, questa regione (necessariamente da “sciogliere” nella Macroregione “Nord-Est”) è costituita anche da altre realtà geografiche, geomorfologiche, politiche, economiche, storiche, paesaggistiche: L’ALTA E LA BASSA PIANURA, L’AREA COLLINARE, IL VERONESE che di fatto poco si considera “veneto”, LA PEDEMONTANA VICENTINA E TREVIGIANA, LA MEZZA MONTAGNA E LA MONTAGNA BELLUNESE, fino all’Agordino e al Cadore).

LA PROPOSTA PER TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE

La nostra proposta è che TUTTE LE AREE GEOGRAFICHE italiane siano individuate (e coltivino in sè un loro specifico progetto comunitario di vita), come AREE-CITTA’ METROPOLITANE. Solo così il riassetto territoriale potrà rimettere in gioco democrazia e coinvolgimento fattivo dei cittadini e delle istituzioni locali.

Insomma pensiamo che le AREE-CITTA’ METROPOLITANE dovranno coinvolgere tutti i territori (non solo alcuni), con contemporaneamente insieme la creazione di NUOVE CITTA’ AL POSTO DEGLI OBSOLETI COMUNI (che si dovranno unire, non per questo non conservando lo spirito originario di municipalità, di “paese”), e con la costituzione di MACROREGIONI (al posto delle attuali dispendiose regioni):

https://geograficamente.wordpress.com/2013/12/30/il-declassamento-delle-province-a-enti-di-secondo-livello-ma-stavolta-si-fara-come-nuovo-disegno-istituzionale-territoriale-ma-serve-anche-lo-scioglimento-dei-comuni-in-citta-l/

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