Macroregioni 1 / Il Nord dorme, gli altri trafficano

somaro-norddi SERGIO BIANCHINI – Evidentemente il Nord fatica a misurarsi con la storia Italiana. Vede l’unità d’Italia come una sventura e sogna l’indipendenza. Ma non riesce a capire come mai quello che sembra assurdo si sia verificato e resista tenacemente. E non riesce ad immaginare, a tentare, a perseguire vie intermedie rispetto alla impossibile secessione. Sopratutto quasi incredibile è la tendenza ad ignorare l’italia centrale che in questo momento è la più dinamica sul piano politico e che ha finalmente rotto l’alleanza centromeridionalista antinordica alla base del blocco sociale che ha governato il paese negli ultimi 40 anni.

C’è voluto Renzi per ridare fiato alla Fiat che si era staccata da confindustria la quale non rinuncia al suo statalismo consociativo.
Forse la lente destro sinistra che ostacola la nostra visione politica continua a farci nutrire verso l’Emilia Romagna e l’Italia centrale una diffidenza storica che oggi è assolutamente fuori luogo. Il destrosinistrismo ci scaglia poi contro opzioni organizzative come le cooperative con le quali forse un dialogo antistatalista sarebbe produttivo.
Il cooperativismo nacque prima del socialismo ed il PCI è stato bravissimo a cavalcarlo per decenni ed a farne la base del suo intelligente e pragmatico dominio regionale che nulla centrava con l’ideologia comunista mondialista.
E non a caso i comunisti emiliani, egemoni sul piano elettorale, furono sempre minoranza nell’apparato comunista nazionale.
Nel Nord poi il federalismo è stato il punto d’approdo del vecchio movimento sociale che mantiene ancora il suo vecchio sistema di relazioni e di conoscenze e di pregiudizi dando al padanismo una caratteristica senza vie d’uscita.
Bisognerebbe andare a parlare con tutti di macroregioni ed uscire dalle secche del destrosinistrismo che anche la vicenda di Salvini mostra come stagnante e senza sbocchi.
Iniziamo così a vedere cosa scrivono gli altri. Non per condividerlo pedissequamente, ma per far capire che il dibattito è aperto, politicamente è attrattivo ma il Nord continua a dormire sonni tranquilli. Altri, per lui, pensano a come trasformare il paese.
Proponiamo dal sito https://geograficamente.wordpress.com una serie di raccolte di scritti e analisi. Non è Vangelo, ma offre il punto di vista di chi sta prendendo politicamente sul serio la questione.
Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

L’IPOTESI DELLE 12 MACROREGIONI

1- Valle D’Aosta Piemonte Liguria

2- Regione Lombardia

3- Regione Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige)

4- Regione Emilia Romagna (Emilia Romagna + Provincia Pesaro)

5- Regione Adriatica (Abruzzo + Province Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia)

6- Regione Appenninica (Toscana, Umbria + Provincia Viterbo)

7- Regione Sardegna

8- Regione di Roma (Capitale Roma + Provincia di Roma)

9- Regione Tirrenica (Campania + Province Latina, Frosinone)

10- Regione Sicilia

11- Regione del Ponente (Calabria + Provincia Potenza)

12- Regione del Levante (Puglia + Province Matera e Campobasso)

SIMULAZIONE – La cartina mostra come sarebbero ridisegnate le Regioni secondo la proposta di legge dei deputati del Pd Roberto Morassut e Raffaele Ranucci (23/12/2014)

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   “Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali.

   Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale.

Il geografo LUCIO GAMBI [Ravenna 1920 – Firenze 2006]
Il geografo LUCIO GAMBI [Ravenna 1920 – Firenze 2006]

   I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi. Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile.

   Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra”. (LUCIO GAMBI, 1995, dal saggio “L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative” ) (vedi anche lo studio di Anna Treves su “Lucio Gambi e le Regioni”): Acme-04-II-10-Treves

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Abbiamo voluto iniziare la nostra riflessione sulle “regioni da cambiare” (trasformare in MACROREGIONI) con la parte di uno scritto del 1995 di LUCIO GAMBI (uno dei più importanti geografi del ‘900: Ravenna 1920 – Firenze 2006), per dimostrare che l’inadeguatezza e l’antistoricità dell’attuale disegno territoriale dei confini delle istituzioni italiche (non solo le regioni, ma anche i comuni, e le province che ancora in qualche modo persistono…), questo disegno dei confini territoriali va necessariamente ripensato e concretamente rivisto.

Regioni indicate nella Costituzione del 1948 ed effettivamente nate con grandi speranze nel 1970. Speranze subito deluse. Apparati “statuali” si sono insediati, e se l’idea di avere Istituzioni più vicine al cittadino, più attente alla spese (meno sprechi degli apparati centrali) ebbene, ciò si è dimostrato ampiamente errato. Venti piccoli stati con i loro tanti consiglieri regionali, con le prebende e gli onori (e nessun onere) a loro spettanti… con burocrazie lente ed autoreferenti.

Tra l’altro nella Costituzione veniva sottolineato che il vero obiettivo delle Regioni era quello di legislazione, programmazione e controllo: cosa del tutto disattesa fin dall’inizio. Le Regioni si sono “accollate” buona parte della gestione di tanti servizi, con consorzi, consigli di amministrazione, altri apparati dispendiosi messi in campo. La situazione è del tutto degenerata con la riforma del titolo V della Costituzione del 2001: lo scopo era di dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, spostando i centri di spesa e di decisione dal centro al “locale”, dove di più si poteva “toccare il problema”, avvicinandosi ai cittadini.

Al deputato forzista Massimo Palmizio basterebbero TRE MACROREGIONI: 1) quella del Nord metterebbe insieme Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli–Venezia Giulia (per una popolazione complessiva di 23.376.208 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 97.796 CHILOMETRI QUADRATI); 2) QUELLA DEL CENTRO accorperebbe Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Sardegna (per una popolazione di 18.069.625 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 104.993 CHILOMETRI QUADRATI); 3) QUELLA DEL SUD dovrebbe fondere Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (19.236.297 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 98.929 METRI QUADRATI)
Al deputato forzista Massimo Palmizio basterebbero TRE MACROREGIONI: 1) quella del Nord metterebbe insieme Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli–Venezia Giulia (per una popolazione complessiva di 23.376.208 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 97.796 CHILOMETRI QUADRATI); 2) QUELLA DEL CENTRO accorperebbe Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Sardegna (per una popolazione di 18.069.625 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 104.993 CHILOMETRI QUADRATI); 3) QUELLA DEL SUD dovrebbe fondere Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (19.236.297 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 98.929 METRI QUADRATI)

   E’ così che la riforma del titolo V della costituzione ribaltava la filosofia del “potere” dello Stato nei confronti delle Regioni: si specificava quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle regioni tutto il resto, di tutte quelle cose non nominate esplicitamente. Un’autonomia pertanto non solo della Sanità (che già c’era prima del 2001) ma in particolare della gestione finanziaria (con cui poter decidere liberamente come spendere i loro soldi) e organizzativa (con cui poter decidere quanti consiglieri e quanti assessori avere e quanto pagarli).

Questa riforma dalle ottime intenzioni perché federalista (com’era stato poi fin dall’inizio l’istituzione delle Regioni) è stato un disastro: il picco di spesa incontrollata è salito, la creazione di cosiddette “società PARTECIPATE” (cioè società di servizi più o meno utili in cui le Regioni hanno percentuali di partecipazione, e che paiono più modi per gestire denari e sistemare consiglieri di amministrazione…) è salito esponenzialmente.

Pertanto una realtà istituzionale regionale in Italia diversificata tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale. “LE REGIONI COSÌ COME SONO NON FUNZIONANO PIÙ e rischiano di rimanere schiacciate sotto una montagna di debiti” concordano adesso i presidenti di Campania, Lazio e Piemonte (da sponde politiche diverse il primo rispetto agli altri due).

MA NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI COSTI e di apparati di parassitismo… e se LE REGIONI POTREBBERO DECIDERE AUTONOMAMENTE DI SVOLGERE ASSIEME ALCUNE FUNZIONI (come adesso alcuni propongono per salvare l’attuale assetto, rendendole meno costose ma anche più efficienti, potremmo dire che non è neanche questione di sola efficienza. Costi ed efficienza sono naturalmente cose prioritarie ed importanti, necessarie, per non arrivare al tracollo dei servizi ai cittadini (pensiamo solo che i bilanci delle Regioni vanno a più dell’80% al funzionamento dalla Sanità…).

UNA NUOVA FRANCIA DA 22 REGIONI A 13 MACROREGIONI - FRANCIA E GERMANIA - Tra l'altro è l'Europa a dare una mano a chi vuole semplificare il sistema italiano di governo del territorio. In Francia il presidente socialista FRANCOIS HOLLANDE il mese scorso (il 17 dicembre 2014, ndr) ha deciso di ridurre LE REGIONS DA 22 A 14 e ha semplificato le funzioni dei 100 DIPARTIMENTI (così oltralpe chiamano le PROVINCE). Anche nella GERMANIA FEDERALE, che ha 16 POTENTISSIMI LAENDER, sta accadendo l'impensabile: i Laender più piccoli, in particolare quello della Saar, stanno chiedendo di unificarsi ad altri perché non ce la fanno più a ripagare i debiti. (Diodato Pirone, il Messaggero del 28/12/2014)
UNA NUOVA FRANCIA DA 22 REGIONI A 13 MACROREGIONI (nei toni d’azzurro quelle accorpate, in grigio quelle rimaste inalterate) – FRANCIA E GERMANIA – Tra l’altro è l’Europa a dare una mano a chi vuole semplificare il sistema italiano di governo del territorio. In Francia il presidente socialista FRANCOIS HOLLANDE il mese scorso (il 17 dicembre 2014, ndr) ha deciso di ridurre LE REGIONS DA 22 A 14 e ha semplificato le funzioni dei 100 DIPARTIMENTI (così oltralpe chiamano le PROVINCE). Anche nella GERMANIA FEDERALE, che ha 16 POTENTISSIMI LAENDER, sta accadendo l’impensabile: i Laender più piccoli, in particolare quello della Saar, stanno chiedendo di unificarsi ad altri perché non ce la fanno più a ripagare i debiti. (Diodato Pirone, il Messaggero del 28/12/2014)

   MA È ANCHE VERO CHE LE REGIONI NON RAPPRESENTANO PIÙ LA COMPLESSITÀ DEI LORO TERRITORI: apparati politici e burocratici non sono più in grado di controllare virtuosamente lo scacchiere delle varie aree regionali. Non è un caso che regioni montane, solo esclusivamente montane, gestiscono meglio la loro territorialità potendo offrire un’unica politica specifica per quel tipo di territorio di alta quota (pur, è vero, godendo anche dello status di “regione a statuto speciale” che aiuta molto).

Per fare un esempio del disordine programmatorio delle regioni, e che pur nonostante la crisi che viviamo da 7 anni, vi è un’incapacità di fermare colate di cemento inutili (centri commerciali che aprono e che chiudono, e altri ne vengono aperti, su aree tolte al verde, alla fertilità agricola, e lasciando aree dismesse, abbandonate al degrado…). Territori di montagna e mezza montagna abbandonati, pianure e aree collinari devastate da forme agricole di pura speculazione Pensiamo ai vitigni pregiati, come quelli del prosecco nel Veneto: tutti capiscono che l’odierno eccessivo sfruttamento farà sì che di qui a vent’anni quelle terre collinari non saranno più in grado di “reggere” le iper-produzioni agricole di adesso ed è probabile che saranno abbandonate al degrado, alla necessità di ricomposizioni lunghe e difficili…

Le politiche di sviluppo del lavoro (agrario, industriale, dei servizi, del turismo…) appartengono sempre meno agli apparati regionali, che così perdono progressivamente ogni senso di programmazione con i propri territori, limitandosi a gestire e controllare innumerevoli società, consorzi di servizi come dicevamo proliferati in modo abnorme negli ultimi vent’anni…

In questa situazione la virtuosa fusione della cura dei territori, del loro eco-sviluppo, delle tutele dell’ambiente e della salute dei cittadini…tutto questo unito nell’Organismo regionale, in ciascuna delle venti regioni cui è suddiviso il nostro territorio… tutto questo nella realtà ha perso di ogni valore….

Ben per cui il superamento di questa attuale suddivisione regionale in 20 mini-Stati (con apparati politici e burocrazie incredibili) non può che essere vista positivamente.

Ecco allora che l’ipotesi delle MACROREGIONI cui si sta parlando assai concretamente adesso (speriamo…) è auspicabile. Facile prevedere che più di qualcuno cercherà di trovare soluzioni di mezzo perché nulla cambi: come quella non di sciogliere 20 regioni in 10 o 12 (o meno) macroaree (appunto Macroregioni) ma quella di “fare insieme” gestire assieme alcuni servizi. L’IPOTESI DI UNA NUOVA RADICALE GEOGRAFIA DELLA SUDDIVISIONE TERRITORIALE È L’UNICA AUSPICABILE e vera riforma nell’individuazione di territori che tra l’altro sono fortemente cambiati dal dopoguerra ad adesso.

A dare nuovo impulso all’ipotesi “Macroregioni” è arrivata una proposta di legge a firma dei parlamentari del Pd, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che prevede uno Stivale diviso in 12 Regioni. E’ molto simile, ripresa quasi in modo uguale, alla proposta fatta una ventina di anni fa dalla Fondazione Agnelli (che proponeva in uno studio appunto l’istituzione di 12 Macroregioni al posto delle attuali 20 regioni).FONDAZIONE AGNELLI 1992_1996 PROPOSTA DI 12 MACRO-REGIONI

DA PARTE NOSTRA CREDIAMO CHE POTREBBERO ESSERE SOLO 5 LE MACROREGIONI IN ITALIA, e cioè:

– due MACROREGIONI DEL NORD, una del NORDEST (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e l’altra del NORDOVEST (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria);

– poi due MACROREGIONI DEL CENTRO (la prima formata dai territori attuali di Toscana, Umbria, Marche; e la seconda da Lazio, Abruzzo, Molise, ma anche dalla Sardegna così da togliere quest’ultima dall’isolamento politico-insulare);

– e una sola possibile MACROREGIONE MERIDIONALE (formata dai territori di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia)

L’idea di UN’UNICA MACROREGIONE MERIDIONALE è sostenuta da chi crede che il mancato sviluppo nei decenni (nei secoli!) del meridione d’Italia dipenda anche da poteri locali (regionali) non in grado di uscire da clientelismi, da rapporti indiretti con organizzazioni criminose (mafia, ndrangheta, camorra…). Azzerare le regioni meridionali, sostituendole con un’unica Macroregione, toglierebbe l’aria al malcostume amministrativo radicato, mettendo in auge un nuovo sistema in grado di distogliere mafia, camorra, ndrangheta, “sacra corona unita” etc. dai rapporti locali che ancora riescono a mantenere i gruppi criminosi… (tra i sostenitori di una Macroregione unica meridionale, invitiamo a leggere di GIORGIO RUFFOLO “Un paese troppo lungo”, ed. Einaudi, euro 12,00).

E l’azzeramento degli attuali poteri regionali meridionali, con la creazione di una MACROREGIONE DEL SUD, collegata in modo naturale con le economie emergenti del Mediterraneo (dei paesi arabi della Costa nord africana, -Maghreb e Mashrek-, dei Balcani, verso il Medio-oriente…) potrebbe essere l’elemento virtuoso per un autonomo avvio di scambi culturali, economici, di sviluppo… nuovi (sull’energia, l’agroindustria, il turismo, gli scambi commerciali al centro di quello che resta nonostante tutto il mare più importante del pianeta, il Mediterraneo…). Così da poter finalmente far decollare una possibile MACROREGIONE DEL SUD verso nuovi mercati e opportunità di benessere.

Perché la nuova visione territoriale che si verrebbe ad avere con lo scioglimento delle attuali regioni ha pure il compito di fare delle nuove macro-aree che si verrebbero a creare soggetti di motore dello sviluppo economico (incentivando e sviluppando i fattori economici esistenti, la manifattura competitiva globale, l’agricoltura pulita e dei prodotti tipici da esportare ma anche per il commercio a Km0, i trasporti efficienti e sostenibili, la minor spesa e più qualità in tutti i servizi…).

La difficile strada delle riforme concrete degli assetti territoriali geografici da sostituire (Macroregioni al posto delle Regioni; l’eliminazione totale che noi vorremmo delle Province; la creazione di Città Metropolitane in ogni luogo; il mettersi assieme di più comuni medio-piccoli per creare al loro posto CITTA’ di almeno 60.000 abitanti), tutto questo nuovo assetto territoriale trova le difficoltà ad esprimersi definitivamente. Ma, nei fatti dell’economia e della vita urbana delle persone, sta già avvenendo da tempo (e urge una risposta politica ed istituzionale che lo riconosca e lo aiuti a funzionare). (s.m.)

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