Ma sono tutti cattivi questi turchi?

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di DIEGO GELMINI – Mamma li turchi! Che paura ci fanno, così baffuti, così mussulmani, così bravi di combattere e vincere mille battaglie, rubicondi color rosso lambrusco e nariciuti come i comunisti di Guareschi. Quando finì la Seconda guerra mondiale Charles De Gaulle, il generalissimo col nasone da italiano in gita, si rifiutò di mettere piede nel patto atlantico. Eppure doveva la sua popolarità agli inglesi a ai microfoni di Radio Londra. Poco tempo dopo il Vicario Roncalli a Istanbul teneva in equilibrio le sorti del pianeta tra russi, francesi, turchi, greci e – ovviamente -americani (generalmente portandoseli a tavola), e appunto questi zòtici turconi, stavano già dalla nostra parte, erano un partner fidato ed affidabile della Nato, erano la porta d’ingresso dell’Oriente verso l’Europa sedicente civile, la quale, per non smentirsi, aveva appena fatto quella moderna carneficina nota ai più come Olocausto. I turchi, così poco istruiti, sapevano già benissimo da che parte stare, e non hanno mai tradito.
Ora, per chi volesse dimenticare a tutti i costi la nostra storia recente, occorre ricordare che dal 1989 noi non siamo più un Paese di confine, e di fronte agli americani, che sono sempre i padroni del vapore (e dell’energia, e delle biotecnologie, e delle basi aeromissilistiche, e dello spazio satellitare delle comunicazioni), abbiamo cominciato a contare come il due di picche al gioco delle carte, quando la briscola è a bastoni: siamo uno scarto in questo Risiko bestiale del terzo millennio. Nasce quindi spontaneo e vigoroso il sospetto che la nostra opinione italiota, circa l’ingresso dei turchi nell’Europa allargata, sia rilevante più o meno
come quella sbandierata in arcobaleno al tempo dell’intervento americano in Iraq. Briscola! Come sopra.

Però tutti sappiamo che in turcolandia abitano anche patentati mascalzoni e abili delinquenti (per i sempre deboli di memoria è bene rammentare che i tanti, troppi morti anche degli anni Settanta e Ottanta li abbiamo fabbricati pure noi, nella nostra avanzatissima democrazia delle banane, e quindi – per dirla con il Padre Eterno – sarebbe meglio evitare di scagliar la prima pietra) e di conseguenza non possiamo astenerci dal rammentare a lor Signori “mammaliturchi” che la pena di morte va abolita, che laddove fosse capitato non è gentile gasificare i kurdi e affamare gli armeni, che Ali Agca deve svernare in galera almeno fino a quando non ha raccontato la verità sull’attentato al Papa, che sarebbe il caso di capire dov’è finito Ocalan, che l’occupazione e la segregazione militare di Cipro ovest è onestamente una stupidaggine di rito aggravato, che avvelena ormai da troppo tempo la vita di una pacifica popolazione mite e intelligente al centro del Mediterraneo, e che quelle persone cipriote sono greci a tutto tondo, cioè europei, non turcomanni!

I popoli devono essere aiutati a crescere, magari con nerbo littorio, ma è auspicabile farlo senza installar loro nel tinello la democrazia esportata all’uranio impoverito, che di solito ha effetti allergizzanti soprattutto su donne e bambini. E bisogna metterli in condizione di restare a casa propria, kurdi o armeni che siano, perché altrimenti con la scusa che là sparano si presentano in casa nostra senza chiedere permesso, si mettono a tavola – insalutati ospiti – nell’attesa del momento buono per privarci dell’argenteria. E a noi, vecchi mitteleuropei decaduti, questa è una cosa che ci dà tanto, tanto fastidio.

La manodopera turca è piuttosto capace e costa la metà della nostra, ossia può aiutare molte nostre imprese senza metterci a rischio di disoccupazione e dissanguarci alla cinese, e in più la Turchia è sufficientemente vicina per essere un buon partner industriale, e un ottimo mercato di esportazione, come i Paesi dell’Est ex sovietici. All’epoca della guerra fredda i turchi erano la forza lavoro più efficace in Ger-mania e facevano concorrenza agli italiani del Sud che salivano al freddo di Amburgo per trovare uno stipendio. Quindi ci somigliano sorprendentemente, a dispetto dei loro baffoni, e ci somigliano dall’epoca di Costantino che trasferì in Turchia la capitale dell’impero romano, ossia 1.600 anni orsono, non l’altroieri.
Hanno un solo serio difetto: generalmente si portano dietro quattro mogli, e per noi – che talora rinunciamo volentieri anche all’unica consorte titolare, quella vidimata dal sindaco – è un salto culturale onestamente e francamente impegnativo.

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