Ma questi partiti politici sono essenziali per la democrazia?

soldi ai partitidi ENZO TRENTIN – Tutti lo dicono, e forse è vero, ma… loro, sono democratici al loro interno? e soprattutto: loro, sono interessati alla democrazia?

Come ogni organismo vivente anche i partiti politici hanno alcune esigenze fondamentali, che sono obbligati a rispettare per poter restare in vita debbono:

Respirare avendo accesso ai media

Riprodursi mediante il potere di «collocare in posti»

Chi di loro si organizzerà meglio nel procurarsi:

  1. Accesso ai media
  2. Finanziamenti

Potere di “collocare in posti”

Avrà maggiori possibilità di sopravvivere alla dura selezione naturale (che caratterizza lo spietato mondo della politica).

Dove trovare mezzi per ottenere:

Accesso ai media

Finanziamenti

Potere di “collocare in posti”

Principalmente dalla ricchezza sociale e dal potere pubblico che sono chiamati a gestire, ma anche da «poteri forti» (economici, finanziari o altro) interessati a prestare servigi ed offrire servizi ai partiti, in cambio di favori. Ogni forma di potere la si vorrà ricondotta al potere politico. In mancanza di regole precise, vincoli forti e freni etici si instaura una spirale perversa che induce i partiti politici a “lottizzare” qualsiasi aspetto della società…

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali… Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire.

(da un’intervista a Enrico Berlinguer del 28-7-1981)

Si selezionerà una classe di politici di professione… specializzati nell’aumentare il potere del partito stesso e non nell’elaborare strategie politiche utili alla società. (da «La politica come professione» Ed. Comunità, Torino 2001 del sociologo Max Weber, ritratto a fianco nel 1894).

I partiti politici nascono per dare risposta ad esigenze sociali che emergono dai problemi dalla società ma evolvono in entità diverse, con un unico altro fine: ingigantire per sopravvivere. (diventano: autoreferenziali).

Come per altri casi, oltre a quello della politica, a situazioni di concorrenza pura subentra una situazione nella quale gli attori del gioco della concorrenza (pur mantenendo la competizione tra di loro) identificano alcuni elementi di interesse comune e cooperano nella difesa di tali interessi.

Anche nel campo della politica alcuni interessi comuni ai politici di professione ed ai partiti politici si sono ormai chiaramente delineati:

Impedire la nascita di altri partiti (esempio: «bipartitismo»)

Ridurre l’indipendenza di altri poteri (esempio: Magistratura)

Monopolizzare l’informazione (lottizzazione)

Nello sforzo di: assicurarsi il potere, i politici di professione ed i loro partiti sono indotti ad alleanze con «poteri forti». Questi hanno interessi non sempre coincidenti con gli interessi della società. Le guerre sono decise da oligarchie, e non mediante referendum democratici. Non vengono annunciate in liste di «grandi opere» preparate a scopi elettorali. Occorre saper valutare ed apprezzare il fatto che tra i politici di professione spesso si trovano persone di grandissimo valore culturale ed etico. Vedasi il Mahatma Gandhi. Eppure, sono le esigenze oggettive che influenzano la dinamica dei partiti e ne determinano l’evoluzione.

Inoltre tali condizioni oggettive influenzano la qualità media generale e tendenziale dei politici di professione, anche al di là della volontà dei singoli individui.

Che fare per:

Difendere la democrazia,

* Impedire la (tendenziale) degenerazione oligarchica dei gestori del potere.

* Preservare il benessere e la pace nel mondo.

Occorre imporre ai partiti politici condizioni «ambientali» che ne garantiscano uno sviluppo sano e democratico. Soprattuto: mai dimenticare che i partiti che si alternano al potere non hanno (oggettivamente) necessità di PIÙ

DEMOCRAZIA, ma di PIÙ POTERE, e: PIÙ SICURO.

Occorre esigere:

1) regole democratiche di vita interna ai partiti e nei loro rapporti con la società ed i cittadini (Es. primarie aperte e per legge)

2) Referendum per tutte le leggi che modifichino il potere dei partiti politici e i loro rapporti con altri poteri (es: Magistratura), impedendo la (tendenziale) autoreferenzialità.

(esempi: leggi elettorali, sull’impunità, ecc.)

3) Informazione libera ed indipendente, mediante:

  1. a) Leggi contro il monopolio nel campo della informazione.
  2. b) Elezione, da parte dei cittadini, dei direttori delle testate dei canali televisivi pubblici e della stampa finanziata dallo Stato (quindi con i soldi dei contribuenti)

4) Limitazione temporale per tutte le cariche che implichino il diretto esercizio del potere politico.

Ricordiamo che:

1) «Dobbiamo attenerci, noi, ed esigere da altri, un’etica di vita ed un’azione politica che miri al: MASSIMO BENE COLLETTIVO». Stuart Mill

2) «I partiti politici non sono, non possono e non devono essere l’unico strumento per l’attività politica.

Essi stessi necessitano di essere sottoposti ad un continuo controllo, politico, da parte di organizzazioni indipendenti di cittadini che ne impediscano la tendenziale degenerazione oligarchica». Esempi: «Bürger Iniziative» (D); «Democrazia diretta» (CH)

3) «Il federalismo è soprattutto ordine e capacità di coordinamento, basati sulla consapevolezza della varietà che significa ricchezza di cultura e di civiltà, come pure autodecisione responsabile dell’ individuo e diritto alla conservazione della propria identità per ogni popolo».

Erwin Sennhauser, giornalista svizzero

1 solo articolo su 157

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20 sole parole su 10548

143 soli caratteri su 70.678

in fin dei conti: il 2 per 1.000 del tutto.

In definitiva poche striminzite parole e solo per dire, quasi di malavoglia, che i cittadini hanno il diritto (possono, ma non è obbligatorio e forse neanche opportuno) di organizzarsi in partito.

Questi partiti italiani, che non hanno né valore costituzionale e neppure giuridico, pretendono invece che gli elettori firmino, con il loro voto, una cambiale in bianco, e si arrogano il monopolio dell’attività politica. Di più: questi partiti pretendono d’insegnare ai cittadini l’esercizio della democrazia. «Tra le varie argomentazioni con cui abitualmente si tenta di ridicolizzare la democrazia diretta, ¨ la più ricorrente è che il cittadino “medio” sarebbe impreparato ad affrontare le difficili e delicate questioni politiche nonché, per sopramercato, che esso sarebbe privo delle competenze “tecniche” necessarie a produrre decisioni razionali ed efficienti. Occorre uscire da un equivoco: la legittimità delle decisioni politiche assunte in un sistema democratico non si basa sul loro contenuto tecnico, bensì sul consenso¨.

Per sua natura la democrazia deve tendere al perseguimento del bene comune, e l’unico metodo compatibile con tale fine consiste nel dare a tutti la stessa possibilità di incidere sulle scelte.

¨È l’ idea di eguaglianza a permeare di sé il fenomeno democratico, intesa come “eguale considerazione che deve essere data al bene e agli interessi di ciascuna persona [Robert Dahl, “La democrazia e i suoi critici“, 1990].

Ciò premesso, secondo alcuni agenti di dizinformacja , i cittadini dovrebbero attendere ancora a esercitare la loro “sovranità” per lasciare spazio ai politicanti che continuano a dichiarare che i cittadini… “sono inadeguati e impreparati”. Sic! In estrema sintesi, noi non abbiamo bisogno di buoni politici, abbiamo bisogno di buoni cittadini.

È Bene sapere… che i cittadini possono esercitarsi alla “Sovranità”, partendo dal proprio Comune, ed esercitando quegli “Istituti di partecipazione” che sono previsti dalla Carta europea delle autonomie locali, dalla legge n. 142-1990, dalla Legge n. 265-1999, e dal D. l.vo 267-2000 «Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali».

­ Così facendo essi cominceranno ad esercitare quella “Sovranità” che hanno – esempio tra i tanti – i cittadini svizzeri, o statunitensi, i quali utilizzano i referendum «d’iniziativa» e «di revisione» su materie nelle quali il Consiglio comunale (e Provinciale) ha competenza deliberativa e che riguardano gli interessi dell’intera comunità.

­ Per «iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme. * Utilizzando inoltre le petizioni, le istanze, le proposte, il difensore civico e quant’altro, i cittadini sono in grado d’imporre la loro volontà ai pubblici amministratori. «Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni».

L’idea di partito non rientrava nella concezione politica francese del 1789, se non come quella di un male da evitare. Ma giunse il momento del club dei giacobini. Era questo, inizialmente, soltanto un luogo di libera discussione. A trasformarlo non fu una qualche specie di meccanismo fatale: fu soltanto la pressione della guerra e della ghigliottina a farne un partito totalitario. Le lotte tra fazioni nel periodo del Terrore furono governate dal pensiero così ben formulato da Tomskij: «Un partito al potere e tutti gli altri in prigione». Così, sul continente europeo, il totalitarismo è il peccato originale dei partiti. Il fatto che esistano non è in alcun modo un motivo per conservarli. Soltanto il bene è un motivo legittimo di conservazione.

Il male dei partiti politici salta agli occhi. La questione da esaminare è se ci sia in essi un bene che abbia la meglio sul male e renda così la loro esistenza desiderabile. Se individui appassionati, inclini per via della passione al crimine e alla menzogna, si compongono allo stesso modo in un popolo vero e giusto, allora è bene che il popolo sia sovrano. Una costituzione democratica è buona se per prima cosa realizza nel popolo questo stato di equilibrio, e soltanto in seguito fa in modo che le volontà del popolo siano eseguite. Se un’unica passione collettiva si impadronisce di tutto un Paese, il Paese intero è unanime nel crimine.

Se due o quattro o cinque o dieci passioni collettive lo dividono, il Paese sarà spaccato in varie bande criminali. Le passioni divergenti non si neutralizzano, come avviene per la polvere delle passioni individuali fuse in una massa. Il loro numero è decisamente troppo piccolo, la forza di ognuna è decisamente troppo grande, perché sia possibile una neutralizzazione. La lotta le esaspera. Si urtano con un clangore infernale, che rende impossibile sentire anche per un secondo la voce della giustizia e della verità, sempre quasi impercettibile. L’autorità del popolo, in democrazia, non dipende affatto da sue presunte qualità sovrumane come l’onnipotenza e l’infallibilità.

Dipende invece dalla ragione esattamente contraria, dall’assunzione cioè di tutti gli uomini, e del popolo tutto intero, come necessariamente limitati e fallibili. Ciò non sta a significare che il popolo ha la capacità di non sbagliare mai, di essere sempre intrinsecamente giusto. Sempre più frequentemente si levano voci da ogni parte che denunciano il difetto di qualità della democrazia e pongono la domanda di come possano le giuste soluzioni dei problemi sociali venire dalla massa del popolo, privo di qualunque attitudine e strumento per poterli affrontare?

Come può la volontà dell’imbecille che fa massa valere come e più di quella del sapiente che diventa sempre più raro? Non sarebbe meglio che il popolo tacesse e lasciasse la parola ai migliori che sono in lui, ai più onesti, ai più competenti (categorie cui inevitabilmente si ascrivono i politicanti e coloro che pongono la domanda)? Occorre uscire da un equivoco: la legittimità delle decisioni politiche assunte in un sistema democratico non si basa sul loro contenuto tecnico, bensì sul consenso.

Per sua natura la democrazia deve tendere al perseguimento del bene comune, e l’unico metodo compatibile con tale fine consiste nel dare a tutti la stessa possibilità di incidere sulle scelte. È l’idea di eguaglianza a permeare di sé il fenomeno democratico, intesa come “eguale considerazione che deve essere data al bene e agli interessi di ciascuna persona”. È dunque possibile che il popolo – o meglio la sua maggioranza – sbagli, ma deve sempre essere messo nella condizione di ritornare sulle proprie deliberazioni. Altrimenti non è democrazia, ma tirannia.

I partiti post-ideologici sono «illegittimi» nel modo più radicale. Sotto i loro artigli, lo Stato è diventato uno spazio vuoto, pieno solo del denaro dei contribuenti; una res nullius esposta al saccheggio. Per pensare a un rimedio, bisognerebbe essere capaci di ripensare radicalmente la democrazia. E avere il coraggio di pensare a una democrazia senza partiti. Naturalmente, sentiamo già tutto un insorgere di obiezioni.

Democrazia senza partiti! E’ una contraddizione in termini. Oppure una surrettizia proposta totalitaria? Invece no! A proporre una democrazia libera dai partiti fu non già un dittatore, ma Simone Weil.

Incaricata, nel 1943, dal governo di De Gaulle in esilio, durante la guerra, di elaborare una forma di costituzione per la Francia futura, essa pensò in modo radicalmente nuovo. A come garantire la libertà da ogni limite: e l’esistenza di partiti era, per lei, il limite più insidioso. Il risultato del suoi pensieri è scritto nel suo libro migliore: «L’enracinement» (nell’edizione italiana, «La prima radice»).

Ed anche nel: «Manifesto per la soppressione dei partiti politici»

Vi si legge: «Dovunque ci sono partiti politici, la democrazia è morta. Non resta altra soluzione pratica che la vita pubblica senza partiti». Bisogna creare un’atmosfera culturale tale, dice Simone Weil, che «un rappresentante del popolo non concepisca di abdicare alla propria dignità al punto da diventare membro disciplinato di un partito». Simone Weil respinge l’obiezione che l’abolizione dei partiti avrebbe colpito la libertà d’associazione e d’opinione. «La libertà d’associazione è, in genere, la libertà delle associazioni», contro quella degli esseri umani. Infatti, «la libertà d’espressione è un bisogno dell’intelligenza, e l’intelligenza risiede solo nell’essere umano individualmente considerato. L’intelligenza non può essere esercitata collettivamente, quindi nessun gruppo può legittimamente aspirare alla libertà d’espressione».

Come premessa ci sia consentito di fare un paio di domande delle cento pistole. Si tratta di un quesito difficile la cui risposta esatta meriterebbe una ricompensa di cento monete d’oro. (Allegria! Direbbe Mike Bongiorno):

  1. L’indipendenza retta dal sistema dei partiti che miglioramento della vita provocherebbe per il popolo veneto?
  2. La rinata Repubblica di Venezia, e territori annessi, quale classe dirigente è oggi in grado di esprimere a superamento della partitocrazia?

Sono domande che s’impongono, laddove ci sono dei sedicenti indipendentisti che si costituiscono in partito, o pronosticano di farlo per perseguire il loro obiettivo politico. Tutti lo dicono, e forse è vero, ma… i partiti politici sono democratici al loro interno? E soprattutto: loro sono interessati alla democrazia?

Ebbene come ogni organismo vivente anche i partiti politici hanno alcune esigenze fondamentali, che sono obbligati a rispettare. Per poter restare in vita essi devono:

  1. Nutrirsi (con finanziamenti);
  2. Respirare (avendo accesso ai media);
  3. Riprodursi (mediante il potere di «collocare in posti»).

Chi di loro si organizzerà meglio nel procurarsi:

  • Accesso ai media;
  • Finanziamenti;
  • Potere di “collocare in posti”;

avrà maggiori possibilità di sopravvivere alla dura selezione naturale che caratterizza lo spietato mondo della politica. Dove trovare mezzi per ottenere: Accesso ai media? Finanziamenti? Potere di “collocare in posti”? Principalmente dalla ricchezza sociale e dal potere pubblico che sono chiamati a gestire, ma anche da «poteri forti» (economici, finanziari o altro) interessati a prestare servigi ed offrire servizi ai partiti, in cambio di favori.

Secondo il pensiero espresso nei primi anni del 1900 in numerosi libri dal bielorusso Moisei Ostrogorski (1854-1919):  «Se un partito qualsiasi: A, viene e trovarsi al potere e gestisce la ricchezza sociale, gli enti pubblici, i canali di comunicazione, il potere delle banche e della finanza, i legami con i poteri economici (non politici, o non ancora tali) e persino influenza la giustizia, al fine di rafforzare il potere del partito stesso, allora un altro partito: B, dovrà fare altrettanto se non intende trovarsi in serie difficoltà nella competizione.» (Vedasi: «Contro i partiti». Saggi sul pensiero di Moisei Ostrogorski). Ogni forma di potere la si vorrà ricondotta al potere politico.

In un’intervista  del 28-7-1981 Enrico Berlinguer  (PCI) argomentava:  «In mancanza di regole precise, vincoli forti e freni etici si instaura una spirale perversa che induce i partiti politici a “lottizzare” qualsiasi aspetto della società… I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali… Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire.»

Molto prima, nel 1919,  l’economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber scriveva:  «Si selezionerà  una classe di politici di professione… specializzati nell’aumentare il potere del partito stesso e non nell’elaborare strategie politiche utili alla società.» (da «La politica come professione» Ed. Comunità, Torino 2001)

I partiti politici, del resto,  nascono per dare risposta ad esigenze sociali che emergono dai problemi della società  ma evolvono in entità diverse, con un unico altro fine: ingigantire per sopravvivere. Diventando, inevitabilmente, autoreferenziali.

Come per altri casi, oltre a quello della politica, a situazioni di concorrenza pura subentra una situazione nella quale gli attori del gioco della concorrenza (pur mantenendo la competizione tra di loro) identificano alcuni elementi di interesse comune e cooperano nella difesa di tali interessi.  Anche nel campo della politica alcuni interessi comuni ai politici di professione ed ai partiti politici si sono ormai  chiaramente delineati:

  • Impedire la nascita di altri partiti (esempio: «bipartitismo»)
  • Ridurre l’indipendenza di altri poteri (esempio: Magistratura)
  • Monopolizzare l’informazione (esempio: lottizzazione)

Nello sforzo di assicurarsi il potere, i politici di professione ed i loro partiti sono indotti ad  alleanze con «poteri  forti». E costoro hanno interessi non sempre coincidenti con gli interessi della società. Ad esempio: Le guerre sono decise da oligarchie, e non mediante referendum democratici. Esse non vengono annunciate in liste di «grandi opere» preparate a scopi elettorali. Occorre tuttavia saper valutare ed apprezzare il fatto che tra i politici di professione spesso si trovano persone di grandissimo valore culturale ed etico. Il Mahatma Gandhi, per esempio.

Eppure, sono le esigenze oggettive che influenzano la dinamica dei partiti e ne determinano l’evoluzione. Inoltre tali condizioni oggettive influenzano la qualità media generale e tendenziale dei politici di professione, anche al di là della volontà dei singoli individui.

Ne conseguono alcune domande. Che fare per:

  1. Difendere la democrazia?
  2. Impedire la (tendenziale) degenerazione oligarchica dei gestori del potere?
  3. Preservare il benessere e la pace nel mondo?

Occorre imporre ai partiti politici condizioni “ambientali che ne garantiscano uno sviluppo sano e democratico.  Soprattuto: mai dimenticare che i partiti che si alternano al potere non hanno (oggettivamente) necessità di  PIÙ DEMOCRAZIA, ma di PIÙ POTERE, e PIÙ SICURO.

È indispensabile esigere:

  • regole democratiche di vita interna ai partiti, nei loro rapporti con la società, ed i cittadini (Es. primarie aperte e per legge).
  • Referendum per tutte le leggi che modifichino il potere dei partiti politici e i loro rapporti con altri poteri (Es. Magistratura), impedendo la (tendenziale) autoreferenzialità. (Es. leggi elettorali, sull’impunità, sull’autofinanziamento etc.).
  • Informazione libera ed indipendente, mediante Leggi contro il monopolio nel campo della informazione. Elezione, da parte dei cittadini, dei direttori delle testate dei canali televisivi pubblici e della stampa finanziata dallo Stato (quindi con i soldi dei cittadini-elettori-contribuenti).
  • Limitazione temporale per tutte le cariche che implichino il diretto esercizio del potere politico.

Il filosofo ed economista britannico John Stuart Mill già nel XIX secolo ci ricodava che: «Dobbiamo attenerci, noi, ed esigere da altri, un’etica di vita ed un’azione politica che miri al MASSIMO BENE COLLETTIVO».

Sia  la germanica «Bürger Iniziative» che la svizzera «Democrazia diretta», due organizzazioni che hanno a cuore il corretto esercizio della democrazia ammoniscono : «I partiti politici non sono, non possono e non devono essere l’unico strumento per l’attività politica. Essi stessi necessitano di essere sottoposti ad un continuo controllo politico, da parte di organizzazioni indipendenti di cittadini che ne impediscano la tendenziale degenerazione oligarchica.»

E ancora, il giornalista svizzero Erwin Sennhauser scrive tra l’altro: «Il federalismo è soprattutto ordine e capacità di coordinamento, basati sulla consapevolezza della varietà che significa ricchezza di cultura e di civiltà, come pure autodecisione responsabile dell’individuo e diritto alla conservazione della propria identità per ogni popolo.»

Tra le varie argomentazioni con cui abitualmente si tenta di ridicolizzare l’esercizio di un corretto bilanciamento tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, la più ricorrente è che il cittadino “medio” sarebbe impreparato ad affrontare le difficili e delicate questioni politiche nonché, per sopramercato, che esso sarebbe privo delle competenze “tecniche” necessarie a produrre decisioni razionali ed efficienti.

Occorre uscire da un equivoco: la legittimità delle decisioni politiche assunte in un sistema democratico non si basa sul loro contenuto tecnico, bensì sul consenso. Per sua natura la democrazia deve tendere al perseguimento del bene comune, e l’unico metodo compatibile con tale fine consiste nel dare a tutti la stessa possibilità di incidere sulle scelte.

È l’idea di eguaglianza a permeare di sé il fenomeno democratico, intesa come “eguale considerazione che deve essere data al bene e agli interessi di ciascuna persona” [Robert Dahl, La democrazia e i suoi critici, 1990].

In estrema sintesi, come affermava  J.J. Rousseau, noi non abbiamo bisogno di buoni politici, abbiamo bisogno di buoni cittadini.

Tutti gli attuali partiti – italiani e non – sono “illegittimi” nel modo più radicale. Sotto i loro artigli, lo Stato è diventato uno spazio vuoto, pieno solo del denaro dei contribuenti; una res nullius esposta al saccheggio. Per pensare a un rimedio, bisognerebbe essere capaci di ripensare radicalmente la democrazia. E avere il coraggio di pensare a una democrazia senza partiti. Naturalmente, sentiamo già tutto un insorgere di obiezioni:

  • Democrazia senza partiti?
  • È una contraddizione in termini!
  • Oppure una surrettizia proposta totalitaria?

Invece no!

A proporre una democrazia libera dai partiti fu non già un dittatore, ma Simone Weil. Personalità forte e volitiva che per la sua fede nella verità fu spesso pietra d’inciampo e che eccelse in coerenza fino al limite dell’estremismo più radicale. Fu incaricata, poco prima della morte avvenuta nel 1943, dal governo di Charles de Gaulle in esilio a Londra durante la II G.M., di elaborare una forma di Costituzione per la Francia futura.

Essa pensò in modo radicalmente nuovo a come garantire la libertà da ogni limite: e l’esistenza di partiti politici era, per lei, il limite più insidioso. Il risultato dei suoi pensieri è scritto nel suo libro migliore: «L’enracinement» (nell’edizione italiana, «La prima radice»).

E anche nel: «Manifesto per la soppressione dei partiti politici» si legge: «Dovunque ci sono partiti politici, la democrazia è morta. Non resta altra soluzione pratica che la vita pubblica senza partiti. […] Bisogna creare un’atmosfera culturale tale che un rappresentante del popolo non concepisca di abdicare alla propria dignità al punto da diventare membro disciplinato di un partito».

Simone Weil respinge l’obiezione che l’abolizione dei partiti avrebbe colpito la libertà di associazione e d’opinione: «La libertà d’associazione è, in genere, la libertà delle associazioni, contro quella degli esseri umani. Infatti, la libertà d’espressione è un bisogno dell’intelligenza, e l’intelligenza risiede solo nell’essere umano individualmente considerato. L’intelligenza non può essere esercitata collettivamente, quindi nessun gruppo può legittimamente aspirare alla libertà d’espressione.»

In conclusione, dunque, è necessario che gli indipendentisti veneti non facciano confusione tra la necessità di darsi un’organizzazione politica, con l’inopportunità che questa sia strutturata come un partito.

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6 Comments

  1. giancarlo says:

    SCUSATE, ma qualcosa non ha funzionato ..
    La denuncia sulla Deusche Bank è riportata sul – ” Wall Street Italia – novità 18 Maggio 2017 “”
    ed è stata allegata al mio scritto..un errore?! non so.
    Scusate !!!

  2. luigi bandiera says:

    Se servono i partiti che non partono mai..?

    R: NO..!

    Sono ASSO con fini non di PROCURARE BENESSERE AI CITTADINI ma solo di stare al COMANDO dove si sa se MAGNA MEJO DE NDAR A LAORAR… eppoi si suda mai..!

    Ne trovate uno di appartenente al partito MORTO DI FAME o di TROPPO SUDORE DELLA FRONTE..?

    Se si allora mi sbaglio.

    Potete censurarmi fin che volete ma i FATTI non potrete mai censurarli o nasconderli..!!

    Preghiamo

  3. alessandro says:

    Ma come è stato impaginato questo articolo??

    • Luciano Spiazzi says:

      Sembra anche a me!
      Non sarebbe la prima volta:
      il 3 marzo 1942, a Nairobi (Kenya) moriva IL DUCA Amedeo di Savoia-Aosta e il Corriere della Sera intitolava: E’MORTO IL DUCE!
      Hahaha!

  4. caterina says:

    L’Italia?. tutta da rifare… ma cominciamo dal Veneto.. Dove il popolo ha gia’ votato nella primavera 2014, conferma OSCE fine 2015, e nel frattempo i suoi organi, Consiglio dei Dieci, e Parlamento, tutti “non polittici” di strutture esistenti, hanno lavorato per predisporre il seguito… ma fondamentale e prevista sarà Dimocrazia diretta, tipo Svizzera…
    Certo, e’ la fine dei partiti… perciò la realizzazione dell’indipendenza e’ ostacolata!… che farebbero sennò tutti quelli che ora siedono su poltrone ben pagate grazie ai partiti che rappresentano e non hanno certo a cuore la gente ma la sorte dei partiti… per non parlare anche di tutti coloro che cavalcano ora l’autonomia ora l’indipendenza solo per acquisire visibilità e fans in vista di tutte le prossime tornate elettorali vecchio regime che alla fine non cambieranno niente!
    Non c’è piu’ tempo di cincischiare… i giovani se ne vanno e le aziende pure…

    • luigi bandiera says:

      Cara Caterina,
      siamo sempre teoricamente attivi.
      Beh, basta con i teoremi: ora serve MALTA E MATTONI UNO SU L’ALTRO.
      Qualcuno starnazzera’: no no muri…
      Beh, le case di cosa le facciamo..? Di teorie..?
      I valori della societa’ si fondano su che piedistallo?
      TEORICO O PRATICO..?
      I me veci me dixea: …val pi’ a pratica che ea gramatega.

      Oggi prevalgono i teorici (TV stracolme di presunti sapiens) e la fine per forza di cose o giocoforza sara’ moolto vicina.

      Scrivevo anche che l’INTELLIGHENZIA E MOOLTO MALATA… (commemorazioni e marce varie docet).
      Beh, non credo minimamente di essere capito, pero’ se uno legge i fatti odierni (che si ripetono come siamo costretti noi, a ripeterci) comprende senz’altro. Sara’ come (metafora) si faceva una volta con le oche: con l’aiuto di un imbuto le riempivano il gozzo.
      Cioe’ si comprende per forza.

      Ma i grandi appartenenti alla BANDA DEI QUATTRO sanno come spostare il GREGGE e passare inosservati..
      E a tal proposito ricordo questa:
      da sempre e’ il pastore che sceglie il gregge e mai sara’ il viceversa..!!

      Speriamo e preghiamo.
      Amen

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