Ma quali riforme, la sinistra impone la dittatura del Partito-Stato

GUIDO FANTI

di Alina Mestriner Benassi * – Tutti, anche gli avversari attuali, sono disposti ad ammettere che la Lega Nord è stata, di recente, in assoluto, il Movimento politico cui si deve l’idea di Federalismo, in un Paese in cui soltanto il pensiero di sfiorare appena il concetto “metafisico” dì unità può provocare il crucifige immediato dei tanti ayatollah di comodo, che questa strana e disgraziata nazione nutre e blandisce, nel suo tronfio nazionalismo da operetta.

La Devoluzione, presentata come riforma federalista dello Stato, si inseriva in un progetto più vasto di autogoverno e, a causa delle differenti interpretazioni sul concetto di Stato federale esistenti nell’attuale maggioranza, e rimaneva, in effetti, condizione minima, punto d’inizio da cui partire per affermare, nel tempo, un’autentica riforma federale dello Stato. Sempre che si continui, da parte dei padani degni di questo nome, a coltivare il progetto di fare nascere una patria con i confini che millenni di storia, cultura e identità avrebbero già tracciato.

Sempre che, “dopo aver annusato l’inebriante profumo della indipendenza”, non ci si dichiari disponibili a sciapi odorini o, peggio, ad asfissianti fetori, dimenticando come “il diritto alla libertà sia fatto naturale e prepolitico, insito nella naturalezza della civiltà”.

«La libertà della Padania verrà perché è nella forza delle cose». Gianfranco Miglio credeva fermamente in questa possibilità per la nostra gente, nella nostra terra, e noi, che l’abbiamo intravista e sognata qualche anno fa, ci vogliamo credere, anche perché altri, di pur antitetica cultura, hanno, in tempi non sospetti, formulato proposte atte a disegnare un’autentica riforma federalista nel Paese.

Tra tutti, va ricordato Guido Fanti, comunista comunista dal dopoguerra, rampollo della media borghesia bolognese e membro di quel “culturame”, all’inizio malvisto nelle prime sezioni della rossa Emilia, i cui politici emergenti non si vergognavano di esibire la feroce rozzezza dei bolscevichi cui tanto si ispiravano.
Quest’uomo seppe proporsi nel partito con discrezione e intelligenza e, stemperandone l’ideologia, mediare con la Chiesa cattolica un modus vivendi, nell’interesse della città di cui divenne sindaco, dopo Giuseppe Dozza, per esplicito volere di Palmiro Togliatti, nell’aprile del 1966.

Seguirono gli anni in cui Bologna fu centro dei grandi progetti architettonici di Alvar Aalto e di Kenzo Tange, per il decentramento delle attività e la difesa dell’integrità funzionale e architettonica del centro storico, ma anche delle occupazioni studentesche del ’68 e dell’autunno cosiddetto caldo. Guido Fanti, ereditò quindi una città in buona salute anche dal punto di vista del bilancio comunale, che era sempre stato un “chiodo fisso”, un punto d’onore, del suo predecessore, che aveva avviato un buon dialogo con il cardinale Lercaro, uomo proveniente dalla gavetta e sensibile ai problemi della gente. Al prelato Fanti conferì, ben presto, la cittadinanza onoraria, nel novembre del 1966.

Va detto che la Bologna di quegli anni aveva messo in luce, più di ogni altra città d’Italia, la contraddizione tra il modello di sviluppo attuale e la democrazia nelle fabbriche, nella scuola e nella società.
Il rapporto della amministrazione, in primo luogo con il movimento studentesco, risentì parecchio di un ritardo di analisi su una società non certo preparata alla fine così traumatica di quella pace sociale, perseguita con vero e proprio accanimento e, per anni, sostenuta dal Partito comunista e da quel nuovo strato sociale, che fu poi definito “borghesia rossa”, formatesi e consolidatesi in quegli ultimi anni con il beneplacito di tutti i partiti di sinistra.

Numerosi furono gli episodi che videro contrapposti i movimenti antagonisti agli operai e al ceto medio, soprattutto gli impiegati delle varie amministrazioni, in parte abilmente manovrati dal Pci, anche se, a volte, i partiti di sinistra palleggiavano per i cosiddetti contestatori, che in città e nella sua provincia facevano il bello e il cattivo tempo. Non dimentichiamo che la federazione bolognese del Partito comunista era  la più importante d’Italia e quella con le casse più fornite.

La scelta del Partito e dell’amministrazione fu perciò di coniugare la linea degli anni dei rinnovamento postbellico con le nuove richieste di rappresentanza e di potere, avanzate dal ceto medio e dalla “borghesia rossa”, cercando di contenere e incanalare le proteste di piazza.

Guido Fanti, questo bolognese tipico, innamorato della cosa pubblica, in cui si adoperava con generosità, si convinse, a quell’epoca, che c’erano due strade percorribili. La prima, con parole sue, era di dare respiro, a livello cittadino, metropolitano, regionale e nazionale all’indicazione di un certo tipo di società in cui gli elementi costitutivi del rapporto tra le persone potessero contribuire all’unica finalità di un disegno riformista, che non poteva però essere concepito soltanto nell’ambito della sua regione. La seconda via era invece quella che, attraverso il fallimento del compromesso storico, si sarebbe conclusa poi con l’uccisione di Aldo Moro.

Fanti aveva ereditato una città che portava ancora i segni delle ferite della guerra, ma che stava anche diventando un punto di riferimento importante per le altre amministrazioni dell’Italia ricostruita. Il capoluogo emiliano fu il primo, in Italia, per esempio, a pensare e ad attuare una suddivisione in quartieri, connessa con il nuovo piano regolatore, che avrebbe accompagnato lo sviluppo economico e sociale, finalizzata a creare una partecipazione attiva dei cittadini alla vita collettiva.

Guido Fanti, a questo punto, da sempre convinto assertore dell’importanza e del peso che le amministrazioni locali dovrebbero assumere a livello del Governo dello Stato, e, forse anche per questo, fu designato come primo Presidente della Regione. Non a caso l’Emilia Romagna, così, fu all’avanguardia nell’attuare l’articolo della Costituzione riguardante l’istituzione delle entità regionali.

Il sindaco era persuaso che bisognasse insistere sulla strada della riforma per rendere l’Italia un Paese competitivo. Dovette però ben presto ammettere di trovarsi nell’impossibilità assoluta di realizzare riforme adeguate, costretto a muoversi all’interno di un «sistema a Costituzione invariata», come lui stesso lo definì, profondamente persuaso che questa riforma dell’ordinamento dello Stato non fosse soltanto uno sfizio per giuristi o politologi, rimasti ancorati a una vecchia concezione del regionalismo.

La mancata riforma avrebbe avuto, secondo lui, delle conseguenze gravi non per un astratto ordinamento istituzionale migliore dell’attuale, ma per la realtà stessa del Paese. Tutto quell’insieme di problemi economici, sociali, culturali avrebbero richiesto, per essere affrontati con quella forza d’urto che tutti richiamavano e che tutti proponevano e pretendevano, ma soltanto a parole, la presenza di un insieme di istituzioni pubbliche, dal Parlamento alle Regioni, alle Province, ai Comuni, vale a dire dall’insieme me dello Stato, capaci di affrontare e di risolvere i complessi problemi di governo di un territorio in modo reale.

Il Presidente proponeva, in definitiva, che le regioni del Nord, costituenti un’innegabile unità organica, con un comune retaggio culturale e medesimi interessi economici, si coordinassero in un progetto comune per la valorizzazione del territorio (1). La sua proposta tuttavia, mentre era sostenuta apparentemente dagli organismi ufficiali della Regione Emilia Romagna, su un binario parallelo diventava oggetto di preoccupazione agli alti vertici del Pci, messi in fibrillazione da alcuni esponenti meridionali che vedevano minacciato un certo loro diritto acquisito di mungere denaro dalle regioni del Nord.

A farne le spese, ovviamente, furono Guido Fanti e il suo progetto. Promosso deputato, secondo la prassi in uso, fu costretto ad abbandonare la sua regione e il suo disegno federalista: niente di nuovo per una parte politica che non ha mai tollerato autonomie di sorta, amministrative o quantomeno ideologiche.

Il politico emiliano aveva recepito la richiesta, del resto, della società nelle sue diverse articolazioni, dei sindacati, delle associazioni imprenditoriali, del mondo cooperativo, artigianale, della cultura: tutti ponevano e proponevano temi che hanno necessariamente come interlocutori non soltanto un governo centrale, ma un governo articolato nell’ambito del territorio, a tutti i suoi livelli.

Fanti aveva intuito che, se non si fosse stabilito un corretto e moderno sistema di governo che consentisse alla società, nel suo complesso, di affrontare, nelle migliori condizioni, le sfide della globalizzazione, noi ci saremmo ben presto trovati di fronte a una prospettiva molto pericolosa e seria.

Ne aveva parlato, in un convegno, Augusto Barbera, ponendo, appunto, il tema del modo in cui questa globalizzazione, accanto alla crescente internazionalizzazione dell’economia e della finanza, registrasse
l’importanza del decentramento produttivo. Nel senso che si era accelerato quel passaggio dal modello dell’impresa “fordista” al modello dell’impresa diffusa, interconnessa e ad alta tecnologia. La competizione ormai riguardava non solo e non tanto le imprese in sé, quanto i sistemi territoriali entro cui si collocavano le imprese.

Di tali sistemi sono parte essenziale i governi locali e regionali. L’esperienza diretta, che si stava già vivendo del resto, poneva come interlocutori, a livello internazionale, non singole imprese, non singoli gruppi d’impresa, ma sempre di più il sistema dei distretti: a cominciare, ad esempio, dai distretti della ceramica di Sassuolo, della maglieria di Carpi, del calzaturiero delle Marche, del tessile di Prato, che avevano come esigenza assoluta stabilire un rapporto e un collegamento diretto con il sistema dei governi locali. Questa proposta fu tacciata dagli avversari di non concludere, non completare il disegno federalista di riforma; affermarono che mancavano alcune cose, a cominciare dalla modifica del Parlamento stesso, con l’attuazione di quella Camera delle Autonomie che doveva sostituire il Senato.

Fanti ammise, nella sua relazione introduttiva, che occorreva eliminare la proposta, che era stata avanzata, di regolare i rapporti Stato-Regioni attraverso un comitato di raccordo tra Governo e Regioni, come quello attualmente in essere e che la riforma andava completata con l’attuazione della seconda Camera, la Camera delle Autonomie, ma non fu sufficiente.

Non potendo alla fine di una legislatura pretendere che si procedesse a un cambiamento del sistema parlamentare, aveva tuttavia in animo di fare avanzare questo processo complessivo o tramite un’Assemblea costituente o tramite una legge costituzionale nell’ambito della futura legislazione, ben conscio che la mancanza del processo di riforma, che era all’esame allora in Parlamento, avrebbe portato a
conseguenze molto gravi (2).

La Costituzione, non ancora riformata, assegnava alle Regioni compiti vecchi, superati, che facevano a pugni con la realtà e le necessità del momento, ma impedire la possibilità di attuazione della riforma proposta significò perdere anni preziosi, significò certamente, per la legislazione regionale, condannarla a un’inattività pericolosa.

Guido Fanti aveva concluso la sua introduzione richiamando il discorso del ministro Maccanico al convegno
del ’99, quando aveva affermato che bisognava insistere sulla strada della riforma se si voleva fare dell’Italia un Paese competitivo; perché non si poteva perdere questa scommessa, venendo noi da due fallimenti: il fallimento dello Stato storico accentratore (sic), ormai inadeguato a governare società complesse come quelle attuali e il fallimento dello Stato autonomistico, così come era stato previsto dalla Costituzione del 1948.

Dobbiamo impegnarci – diceva Maccanico – perché non si arrivi a un terzo fallimento. Enrico Berlinguer bloccò il progetto invece, mentre, dalle pagine del Corriere della Sera, Gianfranco Miglio prendeva posizione a favore dell’iniziativa di Fanti, che volle conoscere rimanendone colpito in senso positivo, come racconta in un suo libro il professore, all’epoca, non aveva dietro a sé alcuna forza politica e si muoveva
nell’ambito cattolico, dove i democristiani avevano, a suo dire, abbracciato, senza pudore, la causa dello Stato unitario e centralizzato.

Miglio collaborò in seguito, in qualità di consulente della Regione Emilia-Romagna, con Guido Fanti a quel progetto e fu, in quella occasione, che, per la prima volta, venne fuori il termine Padania. Questa idea tuttavia, come si è visto, fece concludere a Fanti la sua ascesa politica, causa le enormi pressioni dei meridionali che si sentivano evidentemente minacciati nel pecunio. Miglio, da parte sua, avvertì, in questa presa di posizione, la linea scelta da Palmiro Togliatti per il suo partito: mobilitazione dei braccianti e dei ceti diseredati del Sud e diffidenza nei confronti del Comunismo emiliano e toscano, in via di integrazione
con la società neo-capitalista.

Il Partito emarginava così gli individui poco manovrabili e considerava pericolosi gli spiriti liberi: vizio peraltro condiviso, secondo il grande lombardo, anche dalla Democrazia Cristiana. Guido Fanti, rieletto nel giugno del 1970, lasciò la poltrona di primo cittadino al professor Renato Zangheri e, il 23 luglio dello stesso anno, diede le dimissioni da consigliere. Nel 1975, una sua intervista, pubblicata su La Stampa di Torino, suscitò un vespaio di polemiche, avendo individuato il nostro, nel superamento del centralismo dello Stato e in un rapido decentramento, la possibilità reale di uscire dalla crisi che stava attraversando l’Italia. Proponeva, oltretutto, di aggregare le cinque regioni della Valle padana, con un ruolo fondamentale in una politica nazionale e regionale di programmazione. Egli guardava, in definitiva, a un nuovo tipo di sviluppo del Paese e alla riduzione effettiva degli squilibri tra il Centro Nord e il Meridione d’Italia.

Questo progetto per la nascita della Padania, accolto con un certo favore soprattutto dal Presidente della Liguria, suscitò invece “l’ira funesta” del repubblicano Compagna, che credeva di cogliere, nel “mito della Padania”, la «premessa se non di una scissione dell’Italia, certo di una erosione della sua unità», con il rischio, non troppo remoto, che, sulla proposta di Fanti, «si potesse innestare il separatismo del Nord, armato da interessi ben più consistenti di quelli che operavano nell’arcaico retroterra del separatismo siculo».

Lo stesso intervento di Gianfranco Miglio, comparso in quei giorni sul Corriere della Sera, con l’aperta allusione a una Padania, inserita in una rifondazione federalista della nazione italiana, in cui era messa in discussione persino la sopravvivenza di uno Stato unitario, improbabile già, a ben vedere, anche nel 1860,
contribuì non poco a gettare compagni e Compagna nel panico più totale Fanti, in seguito, nel giugno del ’77, durante i lavori per la commissione per i problemi regionali, di cui era il presidente, osserverà che il lavoro
della sua commissione aveva consentito di dare organicità ai compiti delle regioni, le quali, a loro volta, avrebbero assegnato ai Comuni funzioni esclusivamente locali (polizia, licenze, eccetera); in particolare, sottolineava come le funzioni pubbliche, attribuite ad alcuni enti (come le Camere di commercio), sarebbero passate alle regioni, auspicando una seria programmazione per armonizzare i piani di sviluppo nazionali e regionali.

Su l’Unità del 20 luglio 1977, il presidente emiliano dichiarerà il vecchio Stato “colpito a fondo”, accusando, nel frattempo, la Dc di attaccare il nuovo quadro politico, cogliendo l’occasione dell’approvazione della legge in materia di autonomie locali, essendo la legge suddetta considerata da Fanti come la più importante riforma istituzionale fino allora realizzata.

Guido Fanti è stato il primo presidente della Regione Emilia Romagna, membro del comitato centrale e della direzione del Pci, parlamentare nazionale ed europeo. Nel 2001 ha dato alle stampe, assieme a Gian Carlo Ferri un libro dal titolo forse emblematico intitolato Cronache dall’Emilia Rossa. L’impossibile riformismo del Pc. Sotto forma di cronaca dei principali avvenimenti di quegli anni, sono quindi state scritte queste pagine per aiutare la sinistra italiana, e non solo, attraverso la comprensione vera del percorso compiuto, a individuare la strada da intraprendere per dare inizio e prospettive alla sua politica e per proporre un nuovo, unitario progetto riformista.

Parafrasando le parole di chi, tra i primi seppe scorgere la nostra Padania, guardare alle vicende degli anni passati per capire le ragioni di fondo che resero possibili, anche se circoscritti, quei primi tentavi di politica riformista, può forse offrire un’arma in più a quanti oggi sono chiamati a essere partecipi della nuova fase di grandi trasformazioni in corso.

Note
1) Sergio Salvi, L’Italia non esiste. Camunia 1996.
2) Guido Fanti, Primo Presidente Regione Emilia Romagna. Relazione introduttiva: «Intanto bisognava andare avanti, a cominciare da quel punto avanzato e decisivo per ogni successivo passo, costituito dall’attuazione del rivoluzionario rovesciamento che attribuisce alle Regioni l’insieme delle competenze legislative su tutte le materie, lasciando al Parlamento competenze solo sulle materie specificatamente individuate di carattere nazionale, quali vengono chiaramente definite. Era questo rovesciamento la condizione principale per avviare quel nuovo assetto dell’ordinamento dello Stato che solo poteva garantire nel rispetto della irrinunciabile unità nazionale, l’autonomia e l’autogoverno delle sue istituzioni senza squilibri, senza anarchia, ma con una solidarietà consapevole fra Stato, Regioni; fra Nord e Sud del Paese».
* da I quaderni padani, Anno XI, n. 60

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