Ma quali riforme del referendum… Solo il Federalismo è competitivo

FEDERALISMO

di Chiara Battistoni –  Nel suo libro Esportare la democrazia, Landau editore, Francis Fukuyama, economista, ha chiarito il nesso che esiste tra la dimensione prettamente economica della pubblica amministrazione e quella organizzativa, la cui impostazione, però, è ben più articolata e complessa della prima. Anzi, Fukuyama va oltre, osservando che benché la progettazione e la gestione delle organizzazioni siano suscettibili di formalizzazione e trasferibilità attraverso le società e le culture, non esiste una forma ottimale di organizzazione, per il privato come per il pubblico.

Per Fukuyama, il fatto che non esistano regole universalmente valide per la progettazione organizzativa, fa sì che «il campo della pubblica amministrazione sia necessariamente più un’arte che una scienza».
Vogliamo tradurlo in qualcosa di concreto? Non vi viene in mente il pensiero di Miglio?
Ragioniamo insieme: se, come ci dice anche Fukuyama, le buone soluzioni ai problemi della pubblica amministrazione devono essere locali, allora abbiamo bisogno di una relazione davvero diversificata tra i Governi dei Paesi. Portiamo questo ragionamento dall’orizzonte planetario di Fukuyama all’orizzonte
di casa nostra e troviamo uno dei capisaldi del Federalismo: avvicinare il governo alla gente per controllare meglio, governare con maggior efficienza.

Si tratta dell’approccio glocale di cui tante volte abbiamo scritto. Ma c’è di più a sostegno del Federalismo, a tutto vantaggio degli scettici a oltranza (nel nostro Paese sempre più numerosi); sempre Fukuyama, che pure nel suo testo affronta anche il tema del Federalismo, ricorda la tesi di Jensen, uno dei principali teorici dell’organizzzaione, che dichiara: «Poiché non è possibile allocare tutte le informazioni in un decisore centrale, che sia il pianificatore centrale di un’economia o l’amministratore delegato di un’azienda, la maggior parte dei diritti decisionali deve essere delegata a persone in possesso delle informazioni rilevanti. Il costo dello spostamento delle informazioni da una persona all’altra crea la necessità di decentralizzare alcuni dei diritti decisionali. (…)

La decentralizzazione, dal canto suo, conduce alla creazione di sistemi che attenuino il problema del controllo, risultante dal fatto che persone con interessi propri (…) esercitano diritti decisionali in quanto agenti di altre persone e quindi non si comportano come agenti perfetti». (da Esportare la democrazia, Francis Fukuyama, landau editore, pag. 66).

Si tratta del principio della discrezionalità delegata, che sta alla base della teoria dell’organizzazione, ma che Fukuyama considera centrale nel problema del Federalismo e dell’attribuzione dei meriti dei processi
decisionali autoritari rispetto a quelli democratici. Portare il fulcro delle decisioni più in basso nella scala gerarchica e più vicino alle fonti di informazione, mette le organizzazioni nelle condizioni di risparmiare
risorse e reagire con agilità e tempestività ai cambiamenti; in linea teorica, anche l’innovazione dovrebbe essere recepita con maggior rapidità, trovando terreno fertile per essere accolta e implementata.

Il decentramento, tuttavia, porta con sé costi di transazione (cioè di trasferimento delle informazioni e delle risorse, soprattutto quando il modello è fortemente centralista) e una delega del rischio che, portato a livelli
inferiori della struttura, potrebbe non trovare soggetti capaci di gestirlo, generando così livelli prestazionali diversi nei servizi di governo e una conseguente variabilità auspicabile in alcuni casi (quando è competizione
costruttiva), deleteria in altri.

È il livello di discrezionalità conferito alle parti a essere una tra le decisioni più importanti di progettazione istituzionale; su questo tema destra e sinistra dovrebbero davvero confrontarsi perché da esso discendono
due visioni profondamente diverse dello Stato, da una parte lo Stato al di sopra di tutto e di tutti, dall’altra la persona al centro, protagonista unica della propria storia e di quella della propria comunità.

Se, come dice Fukuyama a pagina 104 del suo libro, il problema centrale che tutte le organizzazioni affrontano è la delega della discrezionalità, allora dovremmo chiederci quanto si è fatto e si sta facendo per affrontare le tre fonti dell’ambiguità organizzativa che caratterizzano le società contemporanee, ovvero la limitata razionalità nello stabilire gli obiettivi dell’organizzazione, la presenza di metodi alternativi per il controllo del comportamento di colui che riceve la delega, l’incertezza su quanta discrezionalità delegare. (Fukuyama, 2005).

Di cosa ha davvero bisogno il nostro Paese per rilanciare la crescita? Maggior libertà nel mercato dei prodotti e soprattutto dei servizi, migliore e minore regolamentazione, maggiore semplificazione, più concorrenza. Ma è di Federalismo, Federalismo competitivo, che abbiamo soprattutto bisogno. Non dimentichiamoci che «La competizione è una macchina di esplorazione dell’ignoto; arricchisce il mondo di idee, beni, servizi – e di nuovi problemi; è strumento di solidarietà poiché viene incontro ai consumatori: consente l’appagamento dei loro bisogni e delle loro preferenze al costo più basso. (…) E va da sé che chi aborrisce la competizione, deve avere chiaro il suo rapido ritorno nella vita della tribù o all’interno della caverna.

La competizione, infatti, è il terrore di tutti i conservatori – conservatori di destra e di sinistra» (da Pensieri Liberali, Dario Antiseri, Rubbettino, pag. 44) n La competizione è una macchina di esplorazione dell’ignoto; arricchisce il mondo di idee, beni, servizi e di nuovi problemi; è strumento di solidarietà poiché viene incontro ai consumatori: consente l’appagamento dei loro bisogni e delle loro preferenze al costo più basso.

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