Ma basta col Paese di sales manager, businnes lawyer, public relationer, account director e start up!

mani_unite1di RICCARDO POZZI – Il recente e un po’ surreale dibattito sui robot in Italia, oltre a stimolare riflessioni e ragionamenti sul lavoro, sembra generare anche curiose forme di delirio mediatico.

Ascoltare le anime belle del cazzeggio televisivo parlare a sproposito di automazione è, per gli addetti del settore come il sottoscritto, irresistibilmente esilarante.  Addirittura  meraviglioso assistere alle strampalate congetture di tutti quei miracolati del talk, con le loro alte formazioni classiche, tentare acrobazie tecnicistiche  sull’automazione nelle fabbriche, ormai diffusissima da trent’anni, spalancando gli occhi al cospetto dei numeri di robot attualmente attivi nel tessuto produttivo.

Almeno quanto attendere che qualcuno di loro si faccia qualche domanda  vagamente razionale sul perché nessuno proponga di eliminare tutti i computer dagli uffici, liberando così qualche milione di posti da impiegato, magari con le mezze maniche.

La discussione è tuttavia, a parte l’ilarità, l’occasione per riparlare di lavoro e non solo di posti di lavoro.

La robotica nelle produzioni, come l’informatica negli uffici, ha cambiato la mappa delle mansioni lavorative. Robotnick in polacco significa lavoratore,  ma sembra che nessuno ricordi più alcune verità che, chi al lavoro di produzione  ci va ogni giorno e non ne discute solo in termini teorici, conosce molto bene e ricorda essere state il motore dell’avanzata dell’automazione nelle fabbriche e nelle campagne.

Nessuno si chiede il perché se metti un annuncio con ricerca saldatori risponde il 95% di stranieri. Nessuno si chiede come mai se cerchi un addetto alla stalla c’è il 99% di probabilità che ti rispondano in indiano.

Nessuno lo fa perché in questi decenni ci siamo progressivamente illusi di poter diventare una nazione di dirigenti, abbiamo tutti sperato che i nostri figli potessero fare tutti quanti il manager o almeno il creativo, senza “sporcarsi le mani” e senza rischiare di svolgere lavori umili, spesso umilmente remunerati.

L’automazione è esplosa anche per questo, oltre che per alleggerire da mansioni gravose milioni di lavoratori stanchi di far fatica.

E allora occorre che qualcuno, ogni tanto ci ricordi qualcosa di scomodo che in pochi vogliono sentirsi ripetere, bisogna che qualcuno si incarichi di ricordare che non può stare in piedi un paese solo di architetti, sales manager, businnes lawyer , public relationer, account director, e via via fino al pubblico burocrate  e alla sua sacra pausa caffè.  Con le start up non paghiamo le bollette a 60 milioni di persone, ma solo a una sparuta nicchia, le app del telefonino non danno tutte le risposte e, anzi, spesso ci impediscono di farci domande.  Esiste ancora chi usa la carriola, il martello, chi fa ciabatte, chi raccoglie pomodori,  chi rastrella il fieno, chi pascola ovini e chi assiste anziani non autosufficienti. Ci sono tantissime mansioni di cui abbiamo preferito dimenticarci, perché in cuor nostro  tutti vorremmo  che i nostri figli svolgessero mansioni alte e ben remunerate. Vorremmo che diventassero tutti  capi di qualcosa o  responsabili di qualcos’altro.

I famosi  lavori-che-gli-italiani-non-vogliono-più-fare, per scriverla alla Oriana, li dobbiamo un po’ rivedere e dobbiamo ripensare al perché ci sono tanti italiani che possono permettersi di non cercarlo nemmeno un lavoro, oppure di rifiutarlo  nonostante una perdurante crisi.

Ovviamente chi disquisisce in tv  di robotica, magari  citando romanticamente Azimov,  dal lavoro duro, ripetitivo e gravoso del produrre si è sempre tenuto accuratamente lontano, ha curato le amicizie giuste mantenendo i contatti più utili e, fateci caso, i loro figli non fanno mai gli “opevai”.

Perciò possono permettersi di cavalcare l’allarme dell’automazione che ruba posti di lavoro.  In quei posti non rischiano certo di andarci loro.

 

 

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