L’unità costruita in laboratorio, perché l’Italia continua a fallire

 

 

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di ACHILLE LEGA – Ha fallito lo Stato nazionale italiano? E, se sì, rispetto a quali obiettivi, aspettative o “modelli”? L’interrogativo è destinato a riproporsi con singolare insistenza, non importa quale sia l’una o l’altra delle tre fasi principali vissute dal nuovo Paese:
quella liberalmonarchica, quella mussoliniana o fascista, e infine quella repubblicana democratica dopo il 1945. La storiografia per parte sua continua ad alimentare il dubbio che lo Stato unitario fondato nell’Ottocento (retoricamente attribuito al Risorgimento, termine che merita qualche considerazione) non sia una sicura e incontrovertibile “success-story”.

(Pubblichiamo un’inchiesta storica che mi fu regalata dall’amico e collega Achille Lega, recentemente scomparso. Inviato dell’Ansa a New York, giornalista poi a Il Giorno, impegnato nel sindacato lombardo dei giornalisti, Achille era un sincero federalista, col coraggio di denunciare le falsità storiche del risorgimento e dell’unità forzata. Questo suo lavoro che scrisse espressamente per me per Il Federalismo, è ancora attuale e fresco di stampa. Ciao Achille! Aiutaci da lassù. ste.pi.)

Di recente uno studioso che si è particolarmente dedicato al dilemma, non per caso molto italiano, sull’esistenza o meno della “identità nazionale”, Gian Enrico Rusconi, ha affrontato il caso cruciale della nostra partecipazione alla “Grande Guerra” (L’azzardo del 1915, Il Mulino 2005), un intervento improvvido sostanzialmente deciso e imposto dal re al Paese, con significativo metodo autoritario. Sullo sfondo, piuttosto torbido fra l’altro, campeggiava l’ossessione politica dei poteri insindacabili di fare del giovane Stato una grande potenza. Un altro puntuale saggio storico (Roberto Chiarini, 25 Aprile, Marsilio 2005) a proposito della memoria tuttora “divisa” sulla Resistenza e l’ultima guerra, illumina e conferma senza ipocrisie la diffusa debolezza di un comune sentire “nazionale”. E vanno ricordati poi, su questo terreno della
coscienza dimezzata o incompiuta, studiosi contemporanei come Virgilio Ilari, Ernesto Galli della Loggia, Renzo De Felice e di nuovo lo stesso Rusconi.

Ma in che senso e perché lo Stato italiano, nella sua forma reale e non immaginata, ha vissuto sin dall’inizio uno “scarto”, una dissonanza
cronica, sempre in qualche misura riemergente, fra potere pubblico nazionale e cittadini? E, molto spesso, fra prassi e valori? Prima di tentare una risposta aggiornata, serve precisare su quale terreno, a nostro giudizio, si è registrato l’insuccesso storico, secondo alcuni parziale, secondo altri assai diffuso, dell’operazione politica riassunta nella fondazione dello Stato italiano. Assumendo – ma
è discutibile se non illusorio – che spetti al potere pubblico, per di più d’impronta autoritaria come quello sabaudo, creare “ex novo” una società civile autonoma e responsabile che fornisca le basi reali spontanee di una “coscienza” collettiva, l’impresa ha mostrato (e ancora mostra) la corda in due capitoli cruciali per la vita di un Paese consapevole, maturo.

Non è riuscita a promuovere o favorire ovunque nella penisola il consolidamento di una duplice etica assolutamente indispensabile per la convivenza. E cioè l’etica individuale proiettata nel sociale; e l’etica pubblica riguardante il rapporto con le istituzioni politiche. La prima prescinde da e precede lo Stato (come insegna fra le altre l’esperienza fondante americana) appartenendo proprio alla natura intrinseca di una comunità, con radici in Occidente nella cultura cristiana: è naturalmente decisiva per assicurare che il cittadino viva i suoi doveri “verso l’altro” come spontaneo obbligo morale al di là della sanzione. La seconda deriva dalla prima come attitudine matura, e si sviluppa all’interno di sistemi sociali organizzati semplici o complessi – sino agli Stati moderni – riconosciuti come legittimi
e partecipati in libertà. L’assenza o la gracilità dell’una o dell’altra etica (appartenenti entrambe alla categoria generale del “civismo”) – conferma ancor oggi la nostra cronaca definita “nera” – possono essere interpretate come fatto degenerativo “locale”, transitorio, oppure riportarci invece, per meglio capire, alle origini del Paese in quanto creatura politica.

Il disagio e lo smarrimento che il cittadino normale prova tuttora di fronte alla diffusa e percepita assenza fra gli italiani di quella duplice etica alimentano la pericolosa sensazione di eterna precarietà, di invincibile relativismo civile. Ora, andando appunto alle origini dello Stato nazionale unitario, il modo con cui esso è stato creato nell’Ottocento si fonde con la diffusa debolezza e insufficienza della società civile negli Stati italiani di allora – con alca separato dalla Costituzione formale via via da noi in vigore nelle diverse epoche o
regimi politici. Un soggetto burocratico-amministrativo dotato di straordinaria continuità, notano gli storici, che perpetua alcune sue caratteristiche fondanti dell’Ottocento.

Lo Stato unitario nasce sostanzialmente, lo riconobbero diversi contemporanei, in circostanze che – retorica a parte – ne fanno subito un
potere imposto con la forza. Uno Stato nazionale voluto, certo, anche da minoranze idealiste, ma pesantemente condizionato fra l’altro, dietro le quinte, dall’ideologia massonica di circoli influenti, italiani ed europei, con un loro specifico disegno di potere geopolitico assai lontano dai cittadini. E naturalmente condizionato dai Savoia.

Un “ente” gestito nella fattispecie dalla visione militar-sabauda del regno annessionista che sin dall’inizio si rivela autoritaria, centralista su modelli addirittura napoleonici, gretta e inadeguata ad assimilare realtà così diverse nella penisola, alcune ben più avanzate del piccolo Piemonte (vedasi il Lombardo-Veneto ma non solo). Al di là degli ideali liberali o repubblicani, che pure c’erano, l’unificazione politica si fa “senza il popolo” e ideologicamente contro la religione italiana storica – il Cattolicesimo – che, avviandosi comunque all’esaurimento il potere temporale pontificio, costituiva il solo fattore valoriale unificante delle così diverse specificità evidenti nella
penisola. Nella tormentata nascita, inoltre, del nuovo Stato sono presenti virtualità positive e negative.

Forte è innanzitutto l’aspettativa nazionalista che percorre, nella autorappresentazione retorica, il concetto stesso di Risorgimento. Del resto – chiediamoci – che cosa sarebbe dovuto “risorgere”, considerato che l’Italia si era distinta per essere, molto più che uno Stato, una “civiltà”, una grande componente della cultura occidentale e che l’Impero romano era altra cosa? Ma è proprio la tardiva mitologia
nazionalista che semina la nostra storia di decisioni belliche sbagliate – e negative per l’equilibrato sviluppo del Paese, oltre che dolorose per i cittadini – a partire dall’improvvido intervento nella “Grande Guerra” con apparenti motivazioni “irredentiste”, passando
per le guerre coloniali e culminando nella disastrosa partecipazione al secondo conflitto mondiale.

Il patriottismo romantico in una civiltà – quella italiana – secolare, culturalmente estranea al concetto riduttivo di “Stato-nazione”, viene cinicamente sfruttato per nobilitare disegni di “grandeur” addirittura neo-imperiale. Il costo umano di tutto ciò è sotto gli occhi di coloro che vogliono vedere, e infatti la storiografia tuttora è costretta a chiedersi chi sia stato “pro tempore” responsabile della “morte della patria” o della sua incompleta e precaria nascita. All’interno, distinguendo sempre fra Stato e Paese, le virtualità positive legate all’idea
indipendentista liberale o repubblicana dell’Ottocento hanno finito ripetutamente per scontrarsi – pur realizzate in parte per tratti significativi della nostra storia unitaria – con la prassi di un potere pubblico centrale troppo spesso in contrasto con princìpi e valori.

Un potere materiale tuttavia mai in grado – nemmeno nel Ventennio – di affermarsi senza ambiguità e compromessi, condizionato, come scriveva lo storico triestino Fabio Cusin, da “oligarchie e corporazioni” (i poteri forti, diremmo oggi). Lo scarto fra i valori e la prassi ha gravato quindi sulla crescita della società italiana. Ma soprattutto grave handicap nella terza e migliore epoca, quella attuale, è stata la difficoltà di costruire per la prima volta appieno la fiducia fra cittadini e Stato, fra Repubblica e Stato. Se ora si vuole rimediare al vizio d’origine dello Stato nazionale imposto dall’alto, l’unica strada rimasta è quella di tentare con coraggio la riforma del Paese partendo dal basso, e cioè promuovendo col modulo federalista sostenuto dal patriota Carlo Cattaneo – l’autogoverno locale (in forza del principio di sussidiarietà) –  la rinascita o lo sviluppo di libere e responsabili società civili, dando simultaneamente credibilità e linearità di comportamenti a un efficace e rispettato governo federale (gli Usa e la Svizzera insegnano).

“Scomporre e ricomporre” democraticamente lo Stato, per cancellare le tare dell’Ottocento e, perché no? del Novecento. Dopo tutto l’Italia sarebbe dovuta essere sin dall’origine “naturaliter” federale. Come il Primo Console Bonaparte dovette riconoscere per la Svizzera, il 12 dicembre 1802, dopo aver tentato invano di farne con la forza uno Stato unitario sul modello francese.

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4 Comments

  1. Borbonico says:

    L’unica vera Colonia in Italia, è la Borbonia…Nazione che ha perso la guerra ed è stata conquistata dai nazisti norditaliani 155 anni fa ! Ma i figli di Allah ci vendicheranno visto che ormai sono il primo gruppo etnico tra i nuovi nati degli ospedali padani dove, inshallah, un giorno proclameranno la Repubblica Islamica del Padanistan !

  2. lombardi-cerri says:

    Caro BBadano, maledico più di lei i Savoia che si sono lanciati nell’avventura del Sud.
    Il Sud si è ampiamente vendicato conquistando da oltre 50 anni il potere e succhiando sistematicamente soldi al Nord.
    Ora , come tutte le coppie che non riescono più a stare insieme , non ci rimane che un civile divorzio.
    Noi non dovremo più lavorare per mantenervi e voi, data la vostra millenaria civiltà, avrete aperte le porte
    che vi permetteranno di diventare la prima o la seconda potenza industriale del mondo.
    Ad majora!

  3. lombardi-cerri says:

    Qualcuno mi vuole spiegare perchè due etnie, abissalmente diverse, con interessi diversissimi e mentalità opposte devono assolutamente convivere ?
    Essendo tra l’altro, una di queste etnie, assolutamente prevalente nella gestione di tutto ciò che è Stato.

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