L’Ue dei Trattati crea solo disastri

Il meglio dell’Indipendenza

di ENZO TRENTIN

Gli errori commessi nel 1919-20, l’incapacità della Società delle Nazioni di correggerli, il tracciato spesso arbitrario delle frontiere e le tensioni che ne conseguono, la creazione di Stati in cui nazionalità con differenti tradizioni e culture devono vivere insieme, costituiscono elementi sufficienti a individuare il “brodo di coltura” che agevolò lo scoppio del secondo conflitto mondiale. La crisi del 1929 che colpisce duramente la Germania e tutti i paesi dell’Europa centrale, il nazionalismo economico crescente e lo sfruttamento politico che ne viene fatto, portano all’ascesa di Hitler in Germania. Negli stati beneficiari dei trattati il nazionalismo diventa il leitmotiv della politica governativa. Le principali vittime di questa situazione diventano le minoranze nazionali, nei cui confronti si pratica una assimilazione forzata. I trattati di protezione delle minoranze imposti dalla Società delle Nazioni dovevano garantire alle minoranze il libero uso della loro lingua, l’uguaglianza civile e il diritto di beneficiare di un insegnamento nella loro lingua materna. Gli Stati, di fatto opereranno nel senso di limitare al massimo l’esercizio di tali diritti, fino a renderli praticamente impossibili.

È una fotografia sbiadita di circa un secolo fa, che tuttavia illustra una analoga situazione odierna. Gli scenari di disintegrazione dell’Ue e del sistema dell’euro diventano sempre più inquietanti. Attualmente le leggi europee sono racchiuse in quattro trattati: quelli di Roma, di Maastricht, di Amsterdam e di Nizza. Si da’ il via ad un lungo processo di ratifica di un testo costituzionale da parte dei 25 paesi dell’Unione europea (oggi 27), ratifica che avviene o per via parlamentare – come nel caso italiano – o tramite referendum popolari. In quest’ultimo caso, hanno risposto favorevolmente alle urne i cittadini di Spagna (20 febbraio 2005) e Lussemburgo (10 luglio 2005), mentre i cittadini di Francia (29 maggio 2005) e Paesi Bassi (1 giugno 2005) hanno votato in maggioranza no. Quest’ultimo risultato ha praticamente congelato l’iter di ratifica, che doveva concludersi entro la fine del 2006: alcuni paesi (tra cui Danimarca e Regno Unito) che ancora non hanno ratificato la Costituzione non hanno ancora fissato date per eventuali referendum. Si ripiega allora sull’ennesimo trattato, quello di Lisbona firmato il 13 dicembre 2007. Se i popoli non vogliono questa UE, si impongono i trattati che, come è noto, grazie all’articolo 75 della Costituzione gli italiani non possono accettare o rifiutare. In altre parole: gli italiani (più degli altri europei) sono sotto la tutela delle élite economico-politiche.

Sempre più spesso sentiamo prese di posizione contro l’UE e l’Euro. C’è chi, come il M5* vorrebbe indire un referendum per l’uscita dalla moneta comune. Ma molti non afferrano che per uscire dall’Euro, è prima necessario uscire dall’UE. Ed in ogni caso tale uscita non può avvenire prima di due anni dalla denuncia dei Trattati.

È una fatica di Sisifo aggirarsi tra le norme e la burocrazia dell‘UE. Tanto che la stessa ha sentito la necessità di mettere in rete la VERSIONE CONSOLIDATA DEL TRATTATO SULL’UNIONE EUROPEAVedasi la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. La questione riguardante la recessione dall’UE è prevista dall’Articolo 50:

1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.

2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con  tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.

4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano.

Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49.

In attesa che i vari soggetti politici decidano cosa fare della propria presenza nell’UE, ai Paesi cosiddetti PIIGS, (si tratta di un acronimo dispregiativo utilizzato dai giornalisti economici, per lo più di lingua inglese, per riferirsi a diversi paesi dell’Unione europea, in particolare Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna le cui iniziali formano l’acronimo in questione) si contrappongono i Paesi BRICS. Questi ultimi si sono recentemente ritrovati a Durban in Sud Africa, per lavorare alacremente e unitariamente al fine di “creare un nuovo asse di sviluppo globale”, ipotizzando profondi cambiamenti dell’ordine economico e dei poteri mondiali. Nella logica di un mondo multilaterale e multipolare i BRICS affermano che l’attuale architettura della governance globale dominante è obsoleta, per cui essi “esplorano nuovi modelli di sviluppo più equo”. È da ricordare che i Brics ormai rappresentano il 20% del Pil mondiale. La Cina è il primo esportatore mondiale e nel 2020 diventerà la prima economia del globo. Il Brasile è l’”azienda agricola più grande del mondo”. La Russia, come noto, è ricchissima di petrolio e gas. L’India è diventata la “centrale” della tecnologia informatica. Il Sud Africa è la miniera di tutte le risorse: le sue materie prime sono oggi stimate intorno a 2,5 trilioni di dollari. Ma la loro principale ricchezza ovviamente sta in una popolazione di circa 3 miliardi di cittadini, in maggioranza giovani.

È giunto il tempo che gli indipendentisti dello stivale individuino una intellighenzia in grado di prefigurare nuovi assetti istituzionali ed economici all’insegna del “piccolo è bello”. Come affermava Don Lorenzo Milani (Profeta in Barbiana, 31 luglio 1966): «Gli imperialismi? Ci vorrebbero ventimila sammarini per eliminarli. Il mondo cambierebbe radicalmente in meglio, sarebbero protette le culture e le identità. Sostanzialmente sarebbe protetta anche la pace, perché le guerre diverebbero guerricciole.»

Finora gli indipendentisti hanno lasciato spazio ai politici, anziché ad una intellighenzia indipendente e progressista. Hanno rincorso elezioni politiche o amministrative senza alcun risultato degno di nota. Si sono delegittimati ed insultati vicendevolmente. Stanno ancora rincorrendo istituzioni internazionali e nazionali per l’indizione di referendum consultivi (Tsz!), e non fanno quasi nulla per “educare” e soprattutto informare la vasta platea degli elettori che dovrebbero legittimare con un democratico voto le loro aspettative. E non a caso usiamo il termine aspettative, perché di progetti concreti non ce ne sono. Al contrario si lasciano circolare senza smetirle, giustificazioni bizzarre come questa tratta da un commento in calce ad un articolo di questo quotidiano: «In questa fase, e fino ad indipendenza raggiunta (o almeno fino a referendum fissato) occorre mettere insieme “cani e porci”. Poi ci sarà tempo per decidere, consapevoli che qualunque forma di governo, politica economica, energetica e altro che ci troveremo ad avere in un Veneto indipendente, non potrà mai essere peggiore di quello che subiamo oggi.». È un singolare modo di ragionare se si constata che lo Scottish National Party ha già pronta, da molto prima che venisse programmato il referendum per la sua indipendenza, una bozza di nuova Costituzione per la Scozia indipendente.

Gli attuali assetti europei ci sembrano poco adeguati rispetto alle grandi sfide. C’è troppa pigrizia che cozza con la intelligenza, e gli indipendentisti dello stivale non brillano per soluzioni adeguate. Hitler riuscì a sfruttare le diverse incoerenze dei trattati del 1919-20. Con il colpo di forza contro Danzica nel settembre 1939 istituì il nuovo ordine europeo, che fortunatamente cadde definitivamente in pezzi. Ma a prezzo di quali immani sacrifici. Oggi il novello Hitler è il sistema finanziario internazionale, i suoi prodotti tossici, le sue banche e i partiti politici felloni (1). Per costituire le prime cellule del federalismo, è sufficiente la volontà e la determinazione di pochi individui capaci e determinati che ignori la civiltà costruita sulla base delle idee di potere, di dominio e di onnipotenza per affidarsi all’innata socialità che è presente in tutti gli uomini di buona volontà orientata verso la cooperazione, e la consapevolezza del reciproco interesse.

Una Intellighenzia indipendentista non dovrebbe – secondo noi – nemmeno fare grandi sforzi di creatività. Nella CollanaARCANA IMPERII – COLLANA DI SCIENZE DELLA POLITICA DIRETTA da Gianfranco Miglio, c’è già tutto, o quasi, quello che serve per rendersi indipendenti. C’è solo da prendere atto che – oltre a quelli già schierati – esiste una fascia di popolazione rappresentata da circa 11.750.000 italiani che non ha votato il 24/25 febbraio 2013, ai quali vanno aggiunti i circa 2 milioni di schede bianche e nulle. Tutta gente evidentemente insoddisfatta dello Stato italiano. Persone che andrebbero informate opportunamentepoiché come sosteneva il Prof. Miglio: «Con il consenso della gente si può fare di tutto, cambiare i governi, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo.»

NOTE:

(1) Nella common law in uso negli Stati Uniti (ed in precedenza anche nel Regno Unito), la fellonia (felony) è un raggruppamento dottrinale di talune categorie di delitti di particolare gravità e riprovazione sociale, che vanno (per citare solo alcuni esempi) dall’aggressione all’evasione fiscale, dalla violazione di domicilio allo spionaggio, ma anche omicidio, stupro, sequestro di persona, truffa e molti altri.

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