Lombardo-Veneto, cercasi statisti… Indipendenti per cosa?

Capanna-zio-tomdi ENZOTRENTIN – John Fitzgerald Kennedy asseriva: «I lobbisti impiegano dieci minuti e tre pagine per farmi capire un problema. I miei assistenti hanno bisogno di tre giorni e di una tonnellata di cartacce.» Si noti che da un punto di vista squisitamente etimologico, il termine lobby nasce intorno al diciannovesimo secolo nel Regno Unito per fare riferimento all’atrio antistante la House of Commons, deputato a luogo di incontro tra i parlamentari e la società civile, già allora rappresentata da quei “gruppi di interesse” a cui, per metonimia, è oggi affibbiato l’appellativo di lobby. È dunque una questione strettamente legata all’annoso tema del “deficit democratico”.

 

L’Italia è un paese malato di questo “deficit democratico”, perché una associazione lobbistica poco commendevole di stampo politico-burocratico ha trasformato la Res Publica in “Cosa Nostra”. Questa lobby si comporta (all’incontrario degli assistenti kennedyani) come un agente patogeno. I Virus; Procarioti: batteri; Eucarioti: miceti e protozoi, sono agenti biologici responsabili dell’insorgenza della condizione di malattia nell’organismo ospite. Dalla predetta lobby “malata”, dunque, non può scaturire alcuna cura efficace. È la storia a testimoniarlo.

 

C’è voluto il cento-cinquantenario, col coro stonato di agiografi che l’hanno arricchito di elementi favolosi e/o leggendari a scopo celebrativo, per misurare l’inconsistenza e la fragilità dello spirito italiano. Detto en passant, anche la grande crisi che l’Europa attraversa è anzitutto una crisi di identità. È sufficiente poi seguire le cronache dei giorni nostri per capire come gli stessi agenti patogeni (partiti e burocrazia) si rendano conto che lo Stato italiano non si regge più in piedi, e nel varare leggi e proposte di riforma costituzionale, altro non fanno che accrescere la confusione, il disagio, l’inconcludenza. Infatti, ripetiamo: possono essere gli agenti patogeni responsabili della malattia, a curare la malattia stessa? La questione non è: se il pregiudizio ideologico riuscirà ad andare oltre il buon senso, è solo una questione di meri interessi personali. Difficilmente chi ha il potere è disposto a cederlo.

 

Dopo aver inutilmente cercato di cancellare l’Ente Provincia, ora si danno al gran discutere per ridisegnare il regionalismo. Sostanzialmente cercano di anestetizzare ancora una volta l’opinione pubblica per guadagnare tempo. Tempo in cui loro continueranno ad auto elargirsi prebende e privilegi, ma che non muterà affatto il problema di fondo: ovvero il corretto equilibrio dei poteri, che non sono solo il legislativo, l’amministrativo e il giurisdizionale, perché sopra di essi deve presiedere la sovranità popolare, che a sua volta non può essere esercitata il solo giorno delle elezioni. Non a caso e molto argutamente Mark Twain diceva: «Se elezioni servissero a qualcosa non ce le farebbero fare

 

Analizzando il mondo indipendentista lombardo-veneto, perché è quello che conosciamo un po’ meglio, ma anche per la sua rilevanza economica, dobbiamo rilevare che esso è composto da innumerevoli sognatori, nessun statista, qualche disinvolto Zio Tom che ha “brigato” per entrare nelle istituzioni italiane e al di là di “risoluzioni” d’appoggio non va, oltre a 5 o 6 autorevoli cattedratici, nessuno dei quali però ha proposto, ad oggi, una bozza di nuovo assetto istituzionale; per cui rimane inevasa la domanda: essere indipendenti per diventare cosa?

 

Crediamo che gli indipendentisti che ci leggono dovrebbero recuperare la concezione neofederale del prof. Gianfranco Miglio. Secondo Miglio «Il nuovo federalismo che sta dilagando in tutto il mondo, ha un’origine totalmente opposta rispetto a quella da cui nasceva il federalismo “tradizionale”. Mentre, ancora nel secolo scorso, il problema dominante era come fare di ogni pluralità di paesi minori un più o meno grande “Stato nazionale”, oggi la questione cruciale è come restituire, o assicurare, alle convivenze particolari il diritto a conservare e sviluppare la loro identità nel quadro dei sistemi economico-politici non dominati dai principi dell’unità o dell’omogeneità.»(1)

 

Per Miglio il vecchio federalismo era uno strumento tollerato per generare presto o tardi uno Stato unitario, mentre il neofederalismo è destinato a dare vita a un modello istituzionale creato per riconoscere, garantire e gestire le diversità. «Il federalismo dei nostri giorni è tutto il rovescio di quello tradizionale. […] È corretto parlare di ‘nuovo federalismo’ proprio perché è rovesciato rispetto a quello che ha dominato fino ai giorni nostri.»(2) «L’approccio è rovesciato: il federalismo finora sperimentato deriva da un foedus che produce e pluribus unum, l’unità nella pluralità. Noi oggi cerchiamo invece il foedus che consenta il passaggio dall’unità alla pluralità, ex uno plures.»(3)

 

Il vero ordinamento federale per Miglio è contrassegnato da una pluralità di fonti di potere, almeno da due: quella delle entità federate e quella della federazione. Pluralità di sovranità finisce per significare “nessuna sovranità”. Infatti: «La radice del neofederalismo è l’affermazione di una pluralità di sovranità contro l’idea della sovranità assoluta [ed è] fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla pluralità di tutti i rapporti, sull’eliminazione dell’eternità del patto [politico].»(4) «Per essenza una struttura federale è una struttura “a pluralità di sovranità”, cioè non a piramide. Johannes Althusius aveva sviluppato l’idea contrattuale sostenendo un’immagine dell’aggregazione federale come formata “a scatole cinesi”, però tutte scomponibili in qualsiasi momento: […] erano tutti contratti di diritto privato e non patti politici.»(5)

 

Dal momento che il potere politico è nato con il popolo, i cosiddetti ‘rappresentanti’ non hanno diritti di sovranità o sulla proprietà privata, né possono appropriarsi, attraverso una imposizione fiscale persecutoria, della ricchezza dei singoli cittadini con argomentazioni relative ad un deficit pubblico che è una loro precisa responsabilità.

 

La critica al sistema pseudo-democratico vigente in Italia avrà grande impopolarità solo presso quella fasce di popolazione che vivono di rendite politiche, ovvero la classe politico-burocratica e i loro clientes; ma poiché tutti stanno ora gemendo sotto i disagi derivanti dal malgoverno, e pochi hanno il coraggio di redigere soluzioni credibili, giustizia richiede che si debba agire per esprimere pubblicamente una soluzione.

 

Quando una combinazione di paura e corruzione cospirano per mettere a tacere i critici, ci dovrebbe essere almeno un soggetto politico nel Paese che conosce la verità che abbia il coraggio di farlo notare a tutti. Lo svilimento è di per sé una tassa nascosta assai pesante sulla vita privata dei cittadini, e nella teoria politica nessun re o principe ha mai imposto tasse e balzelli vari senza il consenso del popolo; pena il pagarne, prima o poi, le conseguenze.

 

In conclusione i sinceri indipendentisti non hanno che una strada: prefigurare, e trovare il maggior consenso possibile ad un nuovo progetto istituzionale, ostracizzando tutti gli pseudo indipendentisti (gli Zio Tom) che siedono nelle istituzioni italiane, o che brigano o hanno brigato per entrarci. Conquistate le menti ed i cuori dell’uomo qualunque, l’indipendenza sarà cosa fatta.

 

* * *

NOTE:

(1) Gianfranco Miglio, “Prefazione” a Gianfranco Morra, Breve storia del pensiero federalista (Milano: Mondatori, 1993), pag. 5.

(2) G. Miglio, “Il sistema federale tradizionale basato sulla necessità d’insiemi plurietnici”, in: AA.VV., Nuovo federalismo in Europa. Atti del Convegno internazionale di Stresa, 25-26 giugno 1993, 14.

(3) G. Miglio, “Ex uno plures”, in: Limes, 4 (1993), pag. 174.

(4) Ibidem, pag. 176.

(5) G. Miglio, “La prospettiva teorica del nuovo federalismo”, in: Federalismo & Società, 1 (1994), pag. 38.

 

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3 Comments

  1. Giancarlo says:

    Dico solo che ormai è chiaro che a livello interno delle istituzioni italiane ogni via è chiusa.
    Inutile insistere anche democraticamente perché è ormai chiaro che non molleranno la gallina dalle uova d’oro, piuttosto preferiscono farla morire con l’intera italia.
    Mi riferisco naturalmente al VENETO che è l’unica regione italiana ad avere le carte in regola in tutto e per tutto se fosse uno stato indipendente al’interno dell’europa, non questa, ma l’altra che continuiamo a sognare, quella dei popoli.
    Dunque non rimane che la carta internazionale. Qui e solo qui si potrà giocare l’ultima partita a scacchi per l’indipendenza del Veneto.
    Tutto il resto può senz’altro servire, ma senza perseguire ora questa strada con determinazione il tempo che servirà per arrivare all’indipendenza vera non farà che aumentare la voglia a molti di usare modi più sbrigativi per ottenerla, oppure, forse anche quella di abbandonare l’dea definitivamente.
    Certo, serve un leader, ma anche eventualmente qualcuno in più purchè siano persone serie,determinate e soprattutto generose verso gli altri perché è di questo tipo di uomini che il VENETO ha bisogno e non di fotocopie italiote mascherate da indipendentisti Veneti.
    Niente è facile ma tutto è raggiungibile ,dicava mio nonno, se si agisce onestamente e duramente si lavora.
    Alla fine tutto viene premiato se non fosse così non si capirebbe perché il mondo va avanti nonostante tutto e ciò è reso possibile solo da , purtroppo, pochi uomini che anche nel passato abbiamo visto all’opera per migliorare le cose.
    WSM

  2. Pippo Gigi says:

    Credo che l’esperienza della Lega ci abbia insegnato qualcosa: prendete l’indipendentista più puro di cuore e mettetelo alla testa del movimento. Supponiamo che sia capace, intelligente, svelto di lingua, con cultura. Supponiamo che similmente a Salvini abbia successo. Aumenti in breve tempo le percentuali di adesione a favore del movimento indipendentista. Di fronte non abbiamo dei santarellini, abbiamo i servitori di un mostro che campa solo divorando le ricchezze della Padania e quindi ha tutto l’interesse, letteralmente di vita o di morte, per mantenere l’occupazione illegale della Padania. Inoltre gli avversari dell’indipendetismo non sono dei nordici corretti ma dei levantini disonesti, maestri dell’inganno e della doppiezza.
    Cosa accadrebbe? Dapprima l’eroe dell’indipendenza padana verrebbe deriso, ignorato dai media. Ma se il movimento continuasse ad avere successo si passerebbe ai soliti 4 metodi sempre usati in questi casi:
    1) corromperlo offrendogli un mucchio di denaro come non potrebbe mai vedere in tutta la sua vita
    2) minacciarlo se ha dei punti deboli, fosse anche solo un mutuo, un finanziamento in banca, una moglie che lavora nel settore statale o ricattarlo se ha degli scheletri nell’armadio (ma allora non sarebbe il nostro eroe senza macchia)
    3) se non è ricattabile allora si inventano qualcosa, droga nell’auto, prostitute che affermano di incontrarlo, ecc
    4) infine rimane l’ultima carta, l’incidente, come a Farange (andato a male) o al gemello del premier polacco (riuscito) o a un leader xenofobo olandese (riuscito).
    Detto questo e sapendo i brogli elettorali di cui sono capaci mi pare evidente che seguire la strada normale come ha fatto la Lega non porta a nessun risultato.
    L’indipendenza si può raggiungere solo nell’ombra, nel silenzio, trovando le giuste alleanze e saltando fuori al momento giusto agendo con velocità. Occorre sempre essere un passo avanti al nemico. Scordatevi un voto visto che voterebbero anche gli italiani immigrati in Padania e non esiste un anagrafe padano (senza parlare dei brogli, chi controlla? degli osservatori internazionali corruttibili?)

  3. renato says:

    L’ultima proposizione dell’articolo potrebbe ben essere il suo incipit

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