Lombardia, una rappresentanza del piffero

di BRUNO DETASSISregione_lombardia

C’è una questione. Si chiama rappresentanza. Non è di moda, ma è la questione di fondo. C’era una volta un Nord con una speranza, la speranza almeno di pesare nelle scelte della politica. Aveva la forza, forse, quel Nord, di discutere con Roma, anzi, di “trattare”, parola magica. Se non per essere indipendente, almeno per avere più autonomia. Si è passati dalla secessione al federalismo ai ministri per le riforme e il federalismo, alle macroregioni. Al nulla. Anzi no. Alle inchieste, alla magistratura. Bossi aveva creato una sorta di Padanistan, nel fortino di via Bellerio. Una società “padana”, con un imperatore. Poi, l’impero è venuto giù. Ora risorge pescando voti al Sud e, non a caso, il congresso straordinario qualcosa sulla nuova mission della Lega lo dirà.

A due anni dalla notte delle scope, è venuto giù il Piemonte, traballa la Lombardia di Finmeccanica. Sul Veneto meglio fare silenzio, non si sa mai.

Doveva essere il partito egemone del Nord. E’ stato il partito egemone nel Sannio. Eppure il governatore lo aveva detto poco tempo fa: “La mia idea è che si debba passare dai partiti personali, e anche la Lega e il Pdl lo sono stati, a un vero partito territoriale. Una reale rappresentanza del Nord è quello che serve e che dovrebbe mettere insieme le forze nordiste”.

Si sa, in politica tutto cambia e può cambiare. Erano i giorni in cui Maroni affermava, lanciando già Tosi, “Lega primo partito al Nord, senza Pdl”. Ora, primo partito del Nord che fa parlare di sè in procura a Busto. Con una corsa a due per la leadership del centrodestra. Finché non esplode altro.

Si disse: via da Roma. Un anno e mezzo dopo, sedi a Roma.

Doveva nascere una  Csu di ispirazione leghista. Un “modello confederale che è anche quello della Lega, che al congresso dell’anno scorso è passata da partito federale a partito confederale. Qual è la grande differenza che in pochi hanno compreso? Se un partito è federato, su un determinato territorio c’è spazio per un solo soggetto politico. Se invece è confederato, c’è  lo spazio per più soggetti politici”. E dove sono? Sono nel modello Verona, pezzi di Futuro e Libertà, di ex Dc (ad esempio Vito Giacino, Pdl, sospeso da Alfano, ma non espulso; Fratelli d’Italia, ad esempio Ciro Maschio, responsabile del nuovo movimento)?  Anche quelle cose lì.

La questione della rappresentanza politica del territorio, che dovrebbe configurarsi nel modello vuoi bavarese che catalano, assai improbabili da modellarsi sul territorio lombardo, veneto o piemontese, non avendo noi a casa nostra una comune lingua, bensì  identità linguistiche diverse e pure culturali e pure economiche, si misura con una classe politica che non può scaricare solo su Roma o su Francoforte le proprie responsabilità. Però attira voti.

Il Nord delocalizza, non modernizza. Le aziende vanno via, lo ha fatto la valtellinese Cossi di recente, preferendo le opere pubbliche svizzere a quelle lombarde. Chissà perché.

Con i suoi 18 voti il Carroccio maronizzato della Lombardia è incastrato dentro i numeri di una maggioranza che non ha, e dentro le promesse mancate che avevano convinto i lombardi. Ora il 75% delle tasse a casa nostra sono il 75% di qualcos’altro a casa d’altri. Roma doveva essere la nostra Berlino, la Berlino contro la quale la Csu padana aveva promesso di mostrare tutto l’impeto di un cambiamento, per di più dentro lo Stato italiano. Perché, sia chiaro, la macroregione di Maroni non sarebbe andata da nessuna parte. Dentro lo Stato, che piace a Tosi che non vuole spaccare l’Italia e l’euro che non piace a Salvini, che vede accomunati Milano e Palermo da un solo problema comune: la moneta europea. Una sola risposta per tutti: no euro.  Una pillola per tutti i mali.

 

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