Indipendenza: i popoli d’Europa guarderanno al referendum catalano

di STEFANO CRIPPA

Ci siamo, dopo mesi di trattative fra i partiti presenti nel Parlament de Catalunya, è stato stipulato un accordo sulla data della consultazione referendaria riguardante l’indipendenza della regione dallo Stato spagnolo, che si svolgerà il 9 novembre 2014, precisamente venti giorni dopo la analoga consultazione che si farà in terra scozzese; al contrario però di quanto avverrà in Scozia, nel caso catalano la scheda elettorale conterrà due domande: “Vuoi che la Catalunya sia uno stato?”  “In caso affermativo, vuoi  che questo stato sia indipendente?”

L’attesa è stata estenuante e, credetemi, non solo per i catalani, che alla fine però ci sono riusciti, hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, infischiandosene dell’articolo 2 della costituzione spagnola (l’equivalente del “nostro” articolo 5), che gli unionisti continuavano ad utilizzare come clava giuridica, unitamente al resto della carta costituzionale, la quale prevede, tra l’altro, la possibilità di intervento militare nel caso ci sia una minaccia all’integrità territoriale dello stato spagnolo. Come dimostra peraltro la storia, gli spagnoli non scherzano su queste cose. Ma tant’è, nemmeno i Catalani hanno dimostrato di voler scherzare. Il dado è tratto, come si dice in questi casi. Ora ripercorriamo velocemente il percorso fin qui fatto dai nostri fratelli catalani.

La prima tessera del domino cadde l’11/09/2012, giorno della festa nazionale di Catalunya, quando due milioni di cittadini scesero in piazza per chiedere, o meglio, pretendere l’attuazione del proprio diritto di decidere sull’indipendenza della Comunità autonoma. A seguito dell’immensa prova di forza della società civile, guidata dall’Assemblea Nazionale Catalana, organizzatrice di quella manifestazione letteralmente oceanica, il Presidente Artur Mas si convinse a dimettersi  per consentire la convocazione di elezioni anticipate, per poter arrivare alla formazione di un governo locale con un pieno mandato referendario e indipendentista.

Le cose però non andarono come tutti avevano pronosticato, sondaggisti in primis: i partiti “nazionali” spagnoli vennero ridimensionati, Socialisti (PSC) e Popolari (PP) persero voti a favore del partito unionista più intransigente, Ciutadans – Partido de la Ciudadanía, il partito autonomista storico Convergencia i Uniò (CiU) cedette voti alle formazioni dichiaratamente indipendentiste (Esquerra Republicana de Catalunya -ERC- e Candidatura d’Unitat Popular -CUP-) e a quelle favorevoli al referendum (Iniciativa per Catalunya Verds – Esquerra Unida i Alternativa -ICV-EuiA-).

Le elezioni si erano svolte a fine novembre regalando il quadro di un parlamento regionale senza maggioranza, ma è proprio a questo punto che cadde la seconda tessera del domino: i due partiti storicamente rivali CiU ed ERC raggiunsero di fatto l’accordo per un governo, definito sovranista, gestito da CiU e non osteggiato pregiudizialmente da ERC; anche CUP e ICV-EUiA si mostrarono favorevoli a sostenere la maggioranza sovranista nell’ambito del percorso referendario.

Il primo atto della maggioranza pro-referendum fu la “Dichiarazione di sovranità e del diritto di decidere del popolo di Catalogna” che sanciva il diritto dei catalani di votare in ordine allo status della propria comunità politica, in virtù della sovranità che la stessa si autoriconosceva. I mesi seguenti registrarono una trattativa molto intensa fra ERC, che spingeva per decidere la data del referendum, e l’ala più moderata di CiU, che cercava di ritardare la decisione, forse perchè spaventata dalle continue minacce che giungevano da Madrid. Alla fine tutte le parti in causa sono riuscite a trovare un accordo sia sulla data che sul tipo di domanda, dimostrando che prima delle pretese politiche vengono i Catalani e i loro diritti.

I Catalani hanno adesso davanti a sé undici mesi di campagna elettorale, prima dell’appuntamento con la storia che coinciderà, e non è un caso, con il venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Il muro che i Catalani andranno ad abbattere non sarà fatto di cemento, ma di pensieri che da secoli tengono loro e noi imprigionati in un mondo che non ci appartiene e che ci costringe a ragionare come vogliono i padroni del vapore che siedono a Roma, a Madrid, a Parigi.

Il 9 novembre 2014 Lombardi, Veneti, Triestini, Bretoni, Fiamminghi, Gallesi guarderanno a Barcellona come ad un faro di speranza, perchè in quella data non si deciderà il destino di un solo popolo, ma anche, probabilmente, quello di tanti altri che sono stanchi di vivere all’interno di stati nazionali nati al solo scopo di negare ogni tipo di libertà individuale, impedendo alle persone di vivere in pace e secondo le proprie aspettative.

Thomas Jefferson scrisse sulla dichiarazione d’indipendenza americana che quando  “…una lunga serie di abusi e usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli [i cittadini] ad un duro dispotismo, è loro dovere abbattere un tale governo e procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura”. Questo vuol dire che il futuro dei popoli è nelle mani di questi ultimi e spetta loro abbattere ogni ostacolo o impedimento al raggiungimento della piena felicità che tutti noi ricerchiamo: se per raggiungerla dobbiamo passare per il nostro sacrosanto diritto all’autodeterminazione nessuno può impedircelo o negarcelo, perchè la libertà non è di proprietà di nessun governo, anche se democraticamente eletto, ma appartiene soltanto all’individuo.

I Catalani, in quanto individui e per questo dotati del diritto all’autodeterminazione, il  9 novembre 2014 dimostreranno al mondo intero che si considerano comunità politica pronta a prendersi le proprie responsabilità e noi, quel giorno, saremo moralmente -e chi potrà anche fisicamente- al loro fianco, perchè  junts farem la història.

Tratto da: http://www.dirittodivoto.org

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2 Comments

  1. fabio ghidotti says:

    quanti Lombardi? Quanti Veneti? (“guarderanno a Barcellona…” ecc.)
    Avete finito di insultare i Catalani e con loro la realtà?
    Se questo de “L’indipendenza” è un club privato, perché non chiudete i commenti invece di sollecitarli e poi non rispondere? (cfr, articolo di G.I.Vio del 21 u.s.).
    C’è da qualche parte qualcuno (uno psicanalista, suppongo) che possa spiegarmi che senso ha il vostro gioco?

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