LOMBARDI, SPRANGHIAMO LE PORTE AL FISCO ITALIANO

di PAOLO AMIGHETTI

Nell’universo dei movimenti indipendentisti c’è una sorta di diffidenza verso quei gruppi che, distaccandosi dalle formazioni etno-nazionaliste, cercano di porre al centro della propria azione e propaganda le motivazioni economiche a sostegno della tesi separatista. La Lombardia, che conta più partiti indipendentisti di quanti se ne possa permettere, non fa certo eccezione. Le critiche mosse dalle organizzazioni che fondano la loro protesta anti-centralista su una base etnico-storica sono sempre le stesse: “non ci si può limitare all’ambito economico”, “è un modo sterile di occuparsi dei problemi”, e così via. Mentre prendono di mira le iniziative altrui, questi dotti secessionisti si dedicano alla riscoperta delle radici lombarde, allo studio della lingua dei nostri bisnonni, al revisionismo storico in chiave regionalista dai molteplici esiti.

Nobili occupazioni, senza dubbio. Ma la comunità da cui dovremmo farci ascoltare noi indipendentisti non assomiglia ad un club di lord o ad un’associazione di studiosi. La realtà lombarda è ben lontana dalle rosee aspettative di alcuni sognatori: una forza politica capace di camminare con le proprie gambe non può dotarsi di fondamenta fragili come quelle dell’analisi storica e dello studio dell’etnia. Non sapete con quanto rammarico constati quest’evidenza: la passione per la storia che mi anima, però, deve tacere dinanzi alle dure necessità dell’arte della politica.

Per ottenere in breve tempo una sufficiente visibilità e una autorità morale bisogna far pesare il più possibile, sulla bilancia dell’insoddisfazione lombarda, l’istinto predatorio e criminale dello Stato italiano. Bisogna insomma far sì che la rivolta separatista assuma i netti contorni di una rivolta fiscale. Le tasse esose e inutili, non il sentore di un potere foresto, sono la causa prima del diffuso e crescente astio verso la stanza dei bottoni all’interno della quale si decidono i destini della Lombardia. La vocazione tutta mediterranea per il bizantinismo, le gabelle, i balzelli, la burocrazia produce l’insofferenza a cui il potere dovrà far fronte. Ed è perchè l’amministrazione meridionalista assume questi caratteri, di tipo prevalentemente economico, che i lombardi se ne sentono sempre più estranei. Un sentimento nazionale, in terre come le nostre, calpestate da tutti i popoli d’Europa, è quasi andato perduto. Inutile far leva, dunque, su un impulso romantico incapace di spingere alla rivolta e di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica. Serve invece una presa di posizione chiara e netta contro la spoliazione governativa.

Nella nostra epoca, una delle poche facoltà rimaste agli Stati nazionali (in tutto il resto fagocitati dalle organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea) è quella di imporre tasse: e lo Stato italiano si rivela, ancora e sempre, implacabile esattore e severo controllore. Ma la proprietà è libertà. Il tentativo di difendere la nostra ricchezza è il segnale più potente di una completa rivendicazione dei nostri diritti di comunità desiderosa di autodeterminarsi. Affermare che noi esigiamo che il governo smetta di tartassarci, che il fisco ritiri le sue grinfie criminogene, è oggi ben più rivoluzionario di ogni altro slogan. La presa della Bastiglia e la festa del tè di Boston furono gesti d’insurrezione dettati da ragioni economiche; Francia e America non furono più le stesse in seguito a quelle dichiarazioni di guerra alla politica fiscale. Perchè l’Italia deve ingrassare con il nostro denaro? Perchè alla Lombardia il governo tende la mano solo quando ne preleva la ricchezza? E soprattutto, a cosa sono serviti decenni di assistenzialismo? Per alimentare il malaffare levantino, statale e mafioso?

Nel 1789 in Francia ci si ribellò per molto meno. Può l’Italia continuare ad offendere la Lombardia, derubandola senza ritegno? O non sarebbe forse ora di opporre all’arroganza del governo italiano un diniego potente come la nostra rabbia? Spranghiamo le porte al fisco, lombardi: una volta per tutte.

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8 Comments

  1. marino reginoni says:

    Insistere sulle ragioni etniche significa farsi concedere qualche ridicolo grado di autonomia, vedersi concedere il parlare in milanese e poter coltivare le baggianate meneghine… Ma al tempo stesso significa farsi derubare del 75% di quello che si produce.

  2. Giacomo says:

    Amighetti pone un problema reale e cruciale.

    Chiediamoci perché un popolo che avrebbe tutto l’interesse ad acquisire una maggiore autonomia (idelmente l’indipendenza) dall’idrovora italica sceglie in maggioranza di votare contro il partito sedicente autonomista, e volta per volta indipendentista o federalista o devoluzionista? Perché la lega fa schifo, ecco perché, ed ecco perché piuttosto che dare il potere a gente come i leghisti molti lombardi preferiscono lo status quo.

    Costruiamo un movimento indipendentista tanto duro quanto dignitoso, tanto intransigente sui principi quanto serio ed affidabile nei progetti e nei programmi.

    Costruiamolo sull’idea di indipendenza economica, come suggerisce Amighetti, e su quella di un potere che parte dalle realtà locali per arrivare al centro federale solo quando necessario. E sotto il controllo spietato dei cittadini sovrani.

    Sarebbe il contrario di ciò che il satrapo di Gemonio ha voluto incarnare con la sua setta sciamanica di fedeli oltre ogni ragionevolezza. Fedeli a qualunque scempiaggine, pur di imbullonare le terga a uno sgabello.

  3. Domenico says:

    Passando a cose concrete: i consigli comunali devono approvare l’introduzione e l’applicazione della famigerata IMU. E’ chiedere troppo che i consiglieri (tutti, maggioranza e opposizione) votino contro e non l’approvino? Se lo facessero la maggior parte dei comuni voglio vedere le prefetture a commissariarli tutti!

  4. dante says:

    Sono d’accordo la leva economica può facilitare molto il movimento indipendentista evitando scontri frontali con altri popoli.

  5. Roberto says:

    Certo, e dov’è la Lega che di disobbedienze fiscali ne ha annunciate decine che però servivano solo per il gioco politico di Bossi?
    Invece di litigare fra loro che i vertici leghisti comincino a fare cose serie.

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