L’olocausto dimenticato dell’Irlanda. An Gorta Mór, il primo genocidio europeo!

An Irish flag flies

Patate puzzolenti insozzarono la terra
fosse di pus che si trasformarono in sudici tumuli
e dove sono gli scavatori di patate
si può ancora sentir l’odore della ferita purulenta
(Seamus Heaney, “At a Potato Digging”, 1966)
di Riccardo Michelucci – C’è chi la chiama Great Famine (Grande Carestia), chi invece ritiene più corretto definirla Great  Hunger (Grande Fame), oppure usa la variante gaelica di quest’ultima, An Gorta Mór. Quello che a  prima vista può apparire poco più di un sottile gioco lessicale sancisce in realtà una differenza so-stanziale, capace di riaccendere rancori antichi e persino di innescare richieste di risarcimento. Ciò  che è fuori di dubbio è che quella che si verificò in Irlanda tra il 1845 e il 1850 fu la più immane tra-gedia avvenuta in epoca moderna nel Vecchio Continente prima dell’Olocausto. In poco meno di  cinque anni circa un milione di irlandesi furono uccisi dalla fame, dal tifo e dal colera, mentre altri  due milioni furono costretti all’emigrazione. Ma l’incerta contabilità di questa ecatombe non basta,  da sola, a raccontare i paradossi che aggravarono ulteriormente le sue dimensioni epocali.
Quasi mezzo secolo prima l’Irlanda era stata costretta all’unione politica con la Gran Bretagna e  privata del proprio parlamento. Era dunque parte integrante dell’impero britannico, la più grande,
ricca e moderna potenza mondiale dell’epoca: gli Irlandesi erano a tutti gli effetti sudditi della regina Vittoria e soggetti alle leggi del parlamento di Londra. Le prospettive di sviluppo per l’econo-mia irlandese erano così favorevoli da spingere le classi industriali britanniche a opporsi fermamente al libero scambio tra le due isole. Gli inglesi temevano di vedere il mercato inondato da merci a basso prezzo con una conseguente emigrazione massiccia di manodopera e di capitali. L’Irlanda era il paese più sovrappopolato d’Europa: oltre otto milioni e mezzo di abitanti rappresen-tavano la più consistente densità media per chilometro quadrato. Il paese aveva anche enormi squilibri sociali: il 20% della popolazione era composto da ricche famiglie immigrate protestanti di  origine inglese o scozzese, mentre il restante 80% era costituito da autoctoni di religione cattolica divisi in due categorie, gli affittuari e gli operai agricoli. Le fattorie erano di dimensioni molto ri-dotte e divise in subaffittanze. A causa della concorrenza provocata dalla sovrappopolazione gli affitti erano particolarmente alti e gli affittuari vivevano una condizione miserabile che li costrin-geva a lavorare quasi esclusivamente per pagare l’affitto e le decime alla chiesa anglicana.

Nella seconda metà del secolo precedente, per favorire gli interessi dell’Impero, l’Irlanda era stata trasformata in un’enorme fattoria capace di rifornire di prodotti alimentari a basso costo le classi industriali britanniche. Per farlo era stato concepito un apparato legislativo che impedise ai contadini irlandesi di elevare il proprio tenore di vita. Anche negli anni di An Gorta Mór l’Irlanda continuò a essere un’importante produttrice di grano e di altre materie prime, ma queste vennero quasi interamente esportate in Inghilterra. Il cibo prodotto in Irlanda sarebbe stato più che suf-ficiente per sfamare la popolazione autoctona, ma i contadini erano costretti a venderlo per pagare i debiti fondiari ai proprietari terrieri. La patata era rimasta l’unico alimento che garantiva la loro sussistenza. Nell’estate del 1845, però, la rapida diffusione della Phytophtora infestans, un fungo proveniente dall’America del nord, causò la completa distruzione del raccolto e creò le premesse di
una delle più gravi carestie dell’Europa contemporanea. Quando la gente cominciò a morire i gran-di latifondisti inglesi si preoccuparono soltanto di salvare i propri beni facendo espellere migliaia di contadini dalle terre e creando i presupposti di un gigantesco esodo.

In assenza di stime ufficiali è praticamente impossibile calcolare con precisione quante persone morirono di fame e malattie in quegli anni, ma secondo gran parte degli storici e dei demografi furono almeno un milione. Per
quanto riguarda gli emigrati, si calcola che nello stesso quinquennio circa tre quarti delle persone che lasciarono l’Irlanda siano sbarcate negli Stati Uniti e in Canada. Questi viaggi transoceanici, compiuti in condizioni disumane che rimangono ancora ben impresse nella memoria popolare, hanno dato vita alla grande diaspora irlandese. Nell’arco di una sola generazione il paese celtico conobbe un declino demografico senza paragoni in Europa, perdendo circa un terzo della popola-zione. Una tragedia di tali dimensioni non poteva non segnare la storia recente del popolo irlan-dese, aprendo una ferita che avrebbe lasciato segni profondi.

Oggi molti considerano riduttivo imputare questa tragedia soltanto alla malattia delle patate, ed è proprio dalle differenti interpretazioni di quei fatti che si è sviluppato un ampio dibattito. L’interrogativo principale è questo: in un paese ricco di materie prime può verificarsi una carestia soltanto perché “mancano le patate”? Non è forse più corretto affermare che il popolo irlandese fu volutamente ridotto alla fame? È innegabile che le catastrofiche conseguenze della perdita dei raccolti
dipesero dal contesto socio-economico di stampo coloniale e dall’atteggiamento del governo bri-tannico, che decise di non aiutare i propri cittadini. Per evitare la tragedia sarebbe bastato inter-rompere le massicce esportazioni di generi alimentari che proseguirono regolarmente anche negli anni della carestia. Enormi quantitativi di avena, burro, carne, grano e uova continuarono a uscire dall’Irlanda diretti in Inghilterra a causa degli esosi affitti imposti a fittavoli poverissimi. Soltanto
nel cosiddetto Black ’47, l’anno peggiore della carestia, circa quattromila navi cariche di generi a-limentari lasciarono l’isola dirette a Bristol, Glasgow, Liverpool e Londra. È evidente che gli inglesi non pianificarono lo sterminio per fame della popolazione irlandese, ma di sicuro non fecero niente per prevenirla o per ridurne le tragiche conseguenze. Gran parte della classe politica e del-l’opinione pubblica inglese continuava a credere che la miseria e la povertà dell’Irlanda fossero le
conseguenze dell’arretratezza e dell’inferiorità socio-culturale del suo popolo.

Di fronte alle dimensioni dell’ecatombe il governo britannico decise di prendere alcuni provve-dimenti per salvare almeno le apparenze, ma questi si rivelarono del tutto inefficaci. Nel 1846 abolì i dazi sulle importazioni di grano fissati a difesa della produzione interna e avviò un programma di lavori pubblici a beneficio di chi era ancora in grado di lavorare. Poi introdusse gli aiuti stabiliti dal Poor Relief Act, ma li accompagnò a una crudele speculazione: chi possedesse “sotto qualsiasi forma” oltre un quarto di acro inglese di terra non avrebbe potuto ottenere aiuti. Ciò significava che per non morire di fame gli affittuari avrebbero dovuto abbandonare le terre e le case.
In quegli anni, inoltre, gli inglesi mostrarono un atteggiamento ostile, razzista e carico di pregiudizi, arrivando a considerare la carestia come un modo efficace per risolvere il “problema irlandese”. La crisi del raccolto delle patate offriva infatti all’impero britannico l’occasione propizia per una profonda riorganizzazione dell’economia attraverso il controllo della popolazione e il consoli-damento della proprietà con vari metodi, tra i quali cui l’emigrazione. Ed è proprio qui che ri-spunta fuori il problema lessicale evocato in precedenza: secondo molti studiosi contemporanei il fatto che gli inglesi abbiano sfruttato quell’ecatombe per eliminare i contadini irlandesi può essere senza dubbio definito genocidio. La tesi è confermata da alcuni giuristi americani che hanno analiz-zato la questione sulla base del moderno diritto internazionale. Se il governo inglese avesse voluto limitare gli effetti della carestia avrebbe avuto i mezzi per farlo, mentre preferì usare la situazione
che si era venuta a creare per fingere una riforma agraria a lunga scadenza al costo di morti, malattie ed emigrazione. In quegli anni la “peste della patata” colpì anche altri paesi europei, ma soltantoin Irlanda ebbe conseguenze così devastanti. Per tutti questi motivi, e basandosi anche sulla sem -plice considerazione che non si può morire per mancanza di patate, in Irlanda e negli Stati Uniti molti preferiscono parlare di “fame”, piuttosto che di “carestia”.

In tempi recenti alcuni studiosi della Shoah hanno affermato che An Gorta Mór è stato il primo caso di genocidio europeo, arrivando a paragonare l’operato del Ministro del Tesoro britannico  Charles Trevelyan a quello di Adolf Eichmann durante lo sterminio ebraico. Eppure, a quasi due secoli da quell’immane tragedia, l’establishment britannico non manifesta la minima intenzione di  assumersi la responsabilità della tragedia. I motivi non sono solo di carattere simbolico: esiste in-fatti il rischio concreto che il governo britannico, come accadde ai nazionalsocialisti con gli ebrei,  vengano sommersi da un’infinità di richieste di risarcimento da parte dei discendenti delle vittime.

Alan John Percivale Taylor, uno dei più prestigiosi storici britannici contemporanei, è arrivato a  paragonare le condizioni degli irlandesi ai tempi della Grande Fame a quelle dei disperati rinchiusi nei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale:appena un secolo fa, tutta l’Irlanda si trovava nelle condizioni del campo di concentramento di Bergen Belsen. Circa due milioni di irlandesi morirono di fame e di malattie in soli cinque anni […]. La popolazione
venne cacciata dalle proprie terre, fu affamata e trattata peggio degli animali. Quello che stupisce, semmai, è l’atteggiamento di molti accademici irlandesi, assai cauti nell’affer-mare le responsabilità di Londra. Non è un caso che la svolta sia arrivata solo quattro anni fa per opera di uno storico inviso al mondo universitario: Tim Pat Coogan. L’anziano studioso – già au-tore di opere importanti sull’IRA, sulla guerra civile e sulla diaspora irlandese – si è mosso con tutta la sua autorevolezza per rimuovere il velo di ipocrisia che cercava di nascondere una verità così scomoda.

Nel suo libro The Famine Plot: England’s Role In Ireland’s Greatest Tragedy (Palgrave Macmillan, 2012) sostiene che quanto accadde in Irlanda può essere paragonato ai recenti fatti del Darfur, perché rientra perfettamente nella definizione di genocidio approvata dalle Nazioni Unite. Lungi dal demonizzare il popolo inglese o la politica britannica nel suo insieme, Coogan mette sul banco degli accusati il governo dell’epoca, guidato dal liberale Lord John Russell, sostenitore di
un liberismo sfrenato basato sulla dottrina del laissez-faire, e concentra le proprie accuse sul Ministro del Tesoro Charles Trevelyan, che gestì la crisi da plenipotenziario. Il libro dello studioso ri-produce integralmente una lettera inedita diTrevelyan, dalla quale emerge che fece di tutto per far morire o costringere all’emigrazione i contadini, consentendo ai latifondisti di convertire la produ-zione in modo più redditizio. Questo prova in modo definitivo che Londra non solo non volle alleviare le sofferenze della popolazione irlandese, ma che si adoperò deliberatamente per esacerbarle.

Bibliografia
Cahill T., Come gli irlandesi salvarono la civiltà, Fazi, Roma 1997.
Coogan T. P., The Famine Plot: England’s Role In Ireland’s Greatest Tragedy, Palgrave Macmillan, London 2012.
Keneally T., The Great Shame, Vintage, London 1998.
Kinealy C., This Great Calamity: The Irish Famine 1845-1852, Boulder, Roberts Rinehard, 1995
Laxton E., The Famine Ships: Irish Exodus to America 1846-1851, Bloomsbury, London 1996.
Mitchel J., Giornale di prigionia, Lubrina, Bergamo 1991.
Ó Grada C., The Great Irish Famine, MacMillan, London 1989.

Solidarietà transatlantica
La carestia irlandese non fu dimenticata da tutti. Numerose raccolte di fondi furono organizzate in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Anche l’impero ottomano inviò degli aiuti. Ma il contributo più inatteso venne dagli indiani Choctawdell’Oklahoma. Nella primavera del 1847, nonostante le loro scarse possibilità, que-sti raccolsero 170 dollari e li inviarono a un’associazione umanitaria americana. Questo avvenne perché i Choctaw si sentivano idealmente legati alla tragedia del popolo irlandese. Sedici anni prima, nel 1831, gli indiani erano stati deportati dalle proprie terre divise fra Alabama, Louisiana e Mississippi e costretti a sta -bilirsi in Oklahoma. Molti erano morti per la fame e per il freddo nelle 500 miglia di marcia. Questa solidarietà transatlantica fra popoli oppressi ha creato un legame ancora vivo. Nel 1990 una delegazione choctaw è stata invitata a Mayo dall’associazione Action from Ireland (AFRI). Due anni dopo un gruppo di
irlandesi ha ripercorso le 500 miglia che i Choctaw avevano fatto nel 1831. Ne llo stesso anno gli indiani hanno conferito il titolo di capo onorario a Mary Robinson, allora presidente dell’isola verde.
Giovanna Marconi 

fonte

https://issuu.com/lacausadeipopoli

 

 

PS La rivista è pubblicata dal Centro di documentazione sui popoli minacciati, la sola biblioteca pubblica italiana dedicata a questi temi.

Il nostro indirizzo è: Centro di documentazione sui popoli minacciati, C.P. 6282, 50127 Firenze, 055-485927, 327-0453975,

popoli-minacciati@ines.org    

 

 

Print Friendly

Recent Posts

Leave a Comment