lo Zar Putin e la lezione inferta agli americani

di PAOLO MATHLOUTHI

Paura e meraviglia. Su questa misteriosa, alchemica combinazione si erge il potere delle autocrazie dai tempi del Faraone Tutankamon: le piramidi, la Grande Muraglia, il Taj Mahal, la reggia di Versailles, i castelli della Baviera sono solo alcuni esempi di monumenti eretti da sovrani eccentrici e visionari ad imperituro ricordo della magnificenza terrena e della loro megalomania. L’architettura ha sempre avuto una funzione politica. In luoghi e tempi diversi essa ha rappresentato la proiezione plastica dell’ansia dell’uomo di “lasciare una cicatrice sulla terra”, come avrebbe detto Malraux, un segno che sapesse sfidare il tempo. La Russia ha fatto tesoro di questa lezione. Se nel XVIII secolo Grigory Potemkin, consigliere privato di Caterina II, poteva far comparire dal nulla intere città lungo le coste del golfo di Crimea al solo scopo di compiacere la Zarina, Alessandro III diede l’avvio alla costruzione della transiberiana che con i suoi 9.236 chilometri di strada ferrata attraversa un intero continente ed è la più estesa linea ferroviaria del mondo. In epoca sovietica segretissimi centri di ricerca spaziale ed avveniristiche stazioni meteorologiche strappavano alla desolazione porzioni di deserto gelato altrimenti disabitate, mentre la stella rossa che sovrasta la torre dell’Università Lomonosov di Mosca è issata su una guglia di cinquantasette metri e, fino al 1988, contendeva alle Torri Gemelle di New York il primato di edificio più alto del mondo.

Il villaggio olimpico di Sochi, che in questi giorni ospita la XXII edizione delle Olimpiadi invernali, obbedisce, mutatis mutandis,  alla medesima logica prometeica. E’ anch’esso un assalto al cielo. Sulle sponde temperate del mar Nero, laddove sorgevano i sanatori di staliniana memoria e i fatiscenti caseggiati popolari del realismo socialista, sono piovuti dal 2007 ad oggi trentacinque miliardi di euro, una cifra senza precedenti adoperata per  plasmare la periferia malconcia dell’Impero e trasformarla nel centro ultramoderno che tutti oggi osservano, una cattedrale di luce innalzata a trafiggere l’oscurità, sfolgorante emblema del nuovo corso della Russia al tempo dello Zar Putin.

Lo stadio olimpico Fisht, solido e mastodontico come la montagna di cui porta il nome, può contenere quarantamila persone e, visto dall’alto, sembra un enorme fiocco di neve; il palazzo del ghiaccio si chiama Bolshoi, come il teatro di Mosca, ospita le gare di hockey e somiglia a una goccia d’acqua gelata: una nuova ferrovia conduce gli atleti in trenta minuti dal villaggio olimpico alle piste da sci. A Vancouver, nel 2010, ci volevano due ore per il medesimo tragitto. Questo è lo stile russo: la ricchezza non è il risultato di una progressiva evoluzione ma esprime volontà di potenza. Cala dall’alto, come una benedizione ortodossa, ti arricchisce o ti travolge e, spesso, fa entrambe le cose. Chiaro è il messaggio che il Cremlino ha inteso lanciare al mondo con questa operazione mediatica in grande stile: la Russia non ha rivali, è un Paese forte, sicuro di sé, certo del proprio peso internazionale e l’attentato terroristico di matrice cecena che appena due mesi fa ha funestato le strade di Volgograd non le impedirà di occupare il posto che le spetta di diritto nel novero delle nazioni evolute. Solo quindici anni fa, a pochi chilometri da dove oggi sorge la cittadina olimpica, Mosca combatteva infatti una guerra sanguinosa  contro un nemico insidioso, determinato e sfuggente, costata cinquantamila vittime. San Giorgio ha però trafitto il drago ceceno, l’autorità legittima è ristabilita nel Caucaso, Ramzan Kadyrov ha deposto le armi e la Grande Madre Russia può accogliere a braccia aperte i visitatori stranieri, sull’incolumità dei quali vigilerà, fino al 23 febbraio, un corpo di sicurezza forte di settantamila effettivi in assetto permanente. So che questo getterà nello sconforto gli amici autonomisti che piangono lacrime di sangue e organizzano petizioni in difesa della piccola patria cecena minacciata dall’orso russo ma, piaccia o meno, non esiste miglior deterrente al Caos della paura.

Come già era accaduto nel 1980, quando molti Paesi boicottarono le Olimpiadi di Mosca per protestare contro l’occupazione sovietica di quell’Afghanistan che anni dopo gli Usa avrebbero invaso sostenuti dal plauso pressoché unanime della comunità internazionale, Washington ha disertato i Giochi, ufficialmente come atto di ritorsione contro le leggi omofobiche approvate dalla Duma. C’è da credere, tuttavia, che sulla decisione abbia pesato assai più l’imbarazzo dell’Amministrazione Obama per lo scacco subito nella questione siriana. Rinnovando il proprio appoggio ad Hassad la Russia ha non solo rivendicato la sua preminenza strategica nell’area, dimostrando, qualora ve ne fosse ancora bisogno, di essere un’ interlocutrice dalla quale è impossibile prescindere, ma ha impedito che la logica della “guerra preventiva” coinvolgesse un altro tassello della delicata scacchiera mediorientale. Se a questo aggiungiamo l’asilo politico offerto dal Cremlino all’analista informatico della CIA Edward Snawden e la beffa  dell’umiliazione inflitta agli Americani dallo stesso Presidente russo che, in un suo editoriale pubblicato sulle colonne del “New York Times” il 12 settembre scorso (caso unico nella storia delle relazioni tra le due Potenze), ha inteso “rammentare” loro i rudimenti della politica internazionale, credo vi siano gli estremi per inoltrare dalle colonne di questo giornale formale richiesta a Carlo Gustavo XVI di Svezia perché conceda a Vladimir Putin il Premio Nobel per la Pace.

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3 Comments

  1. Pedante says:

    La Russia ha la sua legge Mancino (Taradash/Modigliani) nell’articolo 282 del Codice penale. Un duemila persone languono nelle carceri russe per aver espresso sentimenti nazionalisti.

  2. Pedante says:

    Come disse Solzenicyn, “il nostro passato è il vostro futuro”

    Pochi sanno dell’esistenza del suo capolavoro, Duecento anni insieme, forse perché non è mai stato pubblicato in inglese.

  3. Dan says:

    Negli anni a venire guarderemo sempre più verso la russia e meno verso l’america.
    UE e USA presto collasseranno sotto il peso dei rispettivi debiti pubblici e questo secolo parlerà russo e cinese

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