Lo Stato? Un imprenditore che ha clamorosamente fallito

di MATTEO CORSINI

“Per favorire un processo di distruzione creativa, le imprese non vanno lasciate sole nel gestire il salto verso l’avvenire: nuovi prodotti, anche molto lontani dal DNA originario, nuove fasi del processo produttivo. La scelta non è tra favorire gli amici o lasciar sempre decidere il mercato, ma piuttosto identificare le funzioni in cui questo fallisce e i settori che ne soffrono di più, per poi intervenire in maniera mirata. Il mercato non è spesso all’altezza nel finanziare le attività innovative – più rischiose e che maturano lentamente – e nel favorire la cooperazione tra attori con logiche distinte. Solo in questi casi vale la pena mettere in moto lo “Stato stratega”, per riprendere la felice espressione di Philippe Aghion. Questo dovrebbe focalizzarsi su formazione continua, ricerca e finanziamento di piccole e medie imprese (che hanno bisogno di essere capitalizzate) in pochi settori innovativi e dinamici. Una transizione nella missione dello Stato che va accompagnata dal rinforzo di una vera cultura della valutazione e del risultato”.

Nelle parole che ho riportato, Andrea Goldstein fornisce un esempio quanto mai chiaro di come ragiona uno statalista dei nostri giorni. Dato che lo Stato imprenditore ha clamorosamente fallito e invocarne una rinnovata funzione nella gestione diretta delle aziende suona anacronistico e un po’ veterocomunista, gli economisti “progressisti” adesso preferiscono riservare allo Stato il ruolo di stratega. Ciò che, se possibile, è ancora peggio. Ovviamente per giustificare pseudo-scientificamente (altrimenti non ci si potrebbe annoverare fra i “tecnici”) lo “Stato stratega” è necessario imputare al mercato qualche fallimento. In questo non c’è nulla di nuovo rispetto agli ultimi 80 anni di mainstream in economia. Il fallimento consisterebbe, secondo Goldstein, nel non riuscire a gestire correttamente il processo di “distruzione creativa” di schumpeteriana memoria. Non tanto, probabilmente, nella fase distruttrice, quanto in quella creativa. In sostanza, il mercato “non è spesso all’altezza nel finanziare le attività innovative – più rischiose e che maturano lentamente – e nel favorire la cooperazione tra attori con logiche distinte”.

In altri termini, lo stesso Stato che per decenni ha gestito o sovvenzionato imprese per le quali il mercato avrebbe decretato il fallimento (e anche all’epoca l’intervento pubblico era giustificato da carenze e fallimenti del mercato), caricandone il conto sulle spalle dei cosiddetti contribuenti, adesso dovrebbe dimostrare una lungimiranza ben superiore a quella di milioni di soggetti privati nell’individuare “settori innovativi e dinamici” che il mercato non è “all’altezza” di finanziare. In ultima analisi, coloro che parlano di “fallimenti del mercato” non fanno altro che ritenere fallimentare un esito diverso da quello che essi stessi, soggettivamente, ritengono essere corretto o giusto. I comportamenti volontari di milioni di individui devono pertanto essere “corretti” loro malgrado, perché non allineati ai desiderata di chi governa e/o di chi consiglia i governanti. Il fatto è che se un’attività non trova finanziatori è evidente che chi investe ritiene che i rischi non sarebbero adeguatamente remunerati. L’intervento dello “Stato stratega” non consisterebbe in altro se non nell’abbassare artificialmente il costo dei finanziamenti di quelle attività, rendendole apparentemente redditizie, anche in questo caso imponendo ai cosiddetti contribuenti di assumere rischi che da privati investitori non assumerebbero, per di più a remunerazioni inferiori a quelle di mercato. Ne trarrebbero vantaggio i soggetti finanziati e i burocrati “strateghi”; vantaggi ben visibili.

Meno visibili, anche perché più granularmente spalmati, sarebbero i costi a carico dei cosiddetti contribuenti e di tutti coloro che dovrebbero continuare a stare sul mercato con le proprie gambe sopportando anche l’onere di finanziare indirettamente le attività “innovative”. Se poi qualcuno avesse dei dubbi, oltre che sulla legittimità del ruolo redistributivo dello Stato, anche sui probabili risultati (dubbi più che legittimi, visti i precedenti storici), Goldstein indica la via da seguire: il “rinforzo di una vera cultura della valutazione e del risultato”. Si suppone che ciò dovrebbe suonare rassicurante. Non nel mio caso.

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5 Comments

  1. marco preioni says:

    Ottimo scritto. Equivoco il titolo. Lo stato non è un impresa. E l’ azienda-stato è una perversa descrizione della società che travisa e confonde fa funzione e le priorità nella gestione delle pubbliche risorse.
    Dalla questione nominalistica deriva l’ errata ed aberrante conseguenza della “privatizzazione” delle pubbliche risorse e della “privatistica” impostazione delle procedure e delle limitate responsabilità che danno luogo a commistione di funzione di servizio e di finalità di lucro.
    Mutuare definizioni, espressioni e termini da istituti del diritto privato e commerciale ed estenderle alle funzioni proprie dello stato, è operazione capziosa che confonde il significato delle cose ed inibisce la netta e nitida distinzione tra pubblico e privato. La nebulosa galassia lib-lab e social-liberista celano insidiose commistioni a danno dei cittadini-contribuenti ed a vantaggio di gestori di soldi pubblici con libertà di azione padronali senza il presidio delle leggi che tutelano la collettività dal pericolo, dalla frode e dal danno che possono essere perpetrati dell’ amministratore pubblico infedele.

  2. Alcalde. says:

    Concordo pienamente ma bisogna anche dire che il flop di Malpensa è stato anche causato dall’ingordigia della SEA e dalle lobby delle maggiori compagnie aeree europee.
    Il decreto di rendere Linate city airport fù anche affossato dai sindaci milanesi di quel tempo.
    Quindi oltre ai soldi della politica,del Papa, i romani si prendono anche la compagnia aerea dove si inizia a lavorare soltanto dopo il cappuccino e i commenti sulla Magica
    Alcalde

    • marco preioni says:

      La grande Malpensa è nata per sottrarre ricchezza al popolo italiano e trasferirla nelle tasche di pochi e loschi personaggi collusi con gestori di associazioni politico-affaristiche.
      Malpensa è la declinazione ‘ndranghetara della Milano da bere con partecipazione leghista in corso d’ opera. Ideazione, progettazione, realizzazione e utilizzazione sono originate da un movente criminale. Disegno politico immorale a misura di prodotto criminogeno; ed epilogo ovviamente dannoso per l’ intera collettività.
      Favoreggiamento e concorso esterno, anche senza alcuna diretta propria utilità, della stampa locale, Corriere della Sera e La Prealpina inclusi, commessi nel diffondere opinione della bontà del progetto e della sua realizzazione, col colpevole effetto di aver celato al lettore – elettore una chiara conoscenza dei fatti e di aver concorso a creare le condizioni politiche per la realizzazione del progettato crimine. Se poi gli elettori sono anche marcioni, vebbè, è pur sempre gente padana. Ma senza cominciatori che danno l’esempio, tante persone intellettualmente e moralmente deboli non si accodano ai ladroni.

  3. pippogigi says:

    Lo stato italiano non può non fallire come imprenditore, in quanto gestisce se stesso e le imprese controllate non come un impresa efficiente, ma con criteri politici.
    Prendiamo il personale, una impresa assume in base alle capacità del candidato, lo stato italiano no. Per esso una laurea ottenuta al Politecnico di Torino, ha lo stesso valore di una ottenuta in un esamificio del sud, dopo un diploma ottenuto in una altro esamificio. I test Invalsi ed altri test dimostrano che nonostante i voti più bassi (da noi si devono sudare) i ragazzi padani sono più preparati dei coetanei magnogreci. Gli imprenditori padani lo sanno, i magnagreci lo sanno (chi può cerca di frequentare università al nord) lo Stato finge di ignorarlo. No contento fa concorsi truccati, mette dei premi per chi risiede al sud, i risultati si vedono.
    Ma se la bassa manovalanza non è delle migliori anche la dirigenza sfugge ad ogni criterio di efficienza, politici trombati, manager con l’unica qualità di essere legati a pariti politici imperano.
    Quindi sul piano umano è un disastro. Ma il disastro non finisce qui, prendiamo l’Alitalia. Ci sono paesi come il Regno Unito e la Francia in cui la capitale economica coincide con quella politica, altri come la Germania o gli Stati Uniti in cui risiedono in due città diverse. In America l’hub è a New York, in Germania a Francoforte. In Italia la capitale economica è Milano, con scorno di Roma. La logica vuole che l’Hub nazionale sia a Milano, la Malpensa era stata creata apposta. Ma ecco che la mentalità italiana ci mette lo zampino, l’Alitalia non ha dipendenti assunti per capacità, ma per raccomandazione. Al 90% sono laziali, vi pare normale? In una Società normale l’Hub sarebbe stato a Milano, in Padania vengono staccati il 70% dei biglietti, i dipendenti con sede di lavoro a Malpensa avrebbero dovuto prendere la residenza in Lombardia. Ma siamo in italia, in Padania, fa freddo, c’è la nebbia, la gente lavora, per carità…. ecco che unica azienda al mondo i dipendenti risiedevano nel Lazio, a casa loro, al mattino prendevano una aereo ed andavano a Milano, economico, vero? Perché stupirsi delle perdite allora. Ma non è finita, ecco la genialata, l’hub deve diventare Roma (scalo con importanza solo turistica…). I padani che non sono scemi, piuttosto che spendere soldi per andare a Fiumicino e farsi perdere le valigie o on partire per sciopero preferiscono andare ad Amsterdam o Francoforte. Tutto per non far muovere il sedere ai dipendenti raccomandati o far di Roma una “capitale2 come Parigi, perfino la moda, il gran premio di F1 hanno cercato di rubare, non gli bastavano i soldi delle tasse.
    Indipendenza subito.

    • marco preioni says:

      Veramente anche a Malpensa rubavano i bagagli. E’ vero anche che sui voli Alitalia Milano-Roma le prime 19 file di posti erano riservate al personale che faceva “navetta”. Ed alla biglietteria ed imbarco varesotti apparivano sovente belle romane in camicetta bianca e gonna verde. Ma a Malpensa mi è anche capitato di dover mostrare la mia carta d’ identità e subir controllo di personale straniero extracomunitario che era stato assunto per la vigilanza agli imbarchi.
      Ricordo anche di aver fatto il viaggio accanto ad un signor,e che arrivava dall’ Africa e doveva tornare a casa in Sardegna e che mi raccontò: “Sono in aereo da un giorno e mezzo. Prima sbarcavo a Roma e prendevo il volo per Cagliari. Da quando c’ è il nuovo aeroporto, mi portano a Malpensa, poi devo prendere l’ aereo per Roma e da Roma vado a Cagliari. Non era meglio prima ?; chi paga tutti questi inutili trasferimenti ?”.
      Lasciamo perdere poi il discorso sui collegamenti ferroviarii e sul contorno mafioso di alberghi e parcheggi.

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