Lo Stato che finanzia la cultura è per forza totalitario

di GIOVANNI BIRINDELLI

«Lei ce la fa a promettere che questa volta scuola, ricerca e cultura, cioè futuro e felicità non si toccano?». Scrosci di applausi da parte del pubblico. «Mi prendo l’impegno. Io mi dimetto se dovremo fare dei tagli alla cultura, alla ricerca e all’università». Le tesi implicite nella domanda di Fabio Fazio sono peggiori di quelle implicite nella risposta del neopremier Enrico Letta. Ma quello che è ancora peggiore, se possibile, è quell’aria soave e angelicamente sorridente con la quale entrambi, confortati dagli applausi di quel campione rappresentativo della massa che è il pubblico presente, promuovono idee totalitarie il cui effetto è la soppressione della cultura.

Prima di vedere perché uno Stato che promuove la cultura è necessariamente totalitario, vediamo perché quello Stato necessariamente la sopprime. Questo avviene per due ragioni, la prima delle quali è strettamente economica. Nel momento in cui lo Stato finanzia la cultura, questa diventa economicamente dipendente da finanziamenti pubblici invece che dalla disponibilità a spendere (cioè a scambiare liberamente) delle persone. Quando questi finanziamenti pubblici finiscono, la “cultura” crolla. Prendiamo per esempio i finanziamenti pubblici previsti dalla “legge” sull’editoria: molti giornali esistono solo perché ricevono questi finanziamenti senza i quali essi crollerebbero (e questa concorrenza sleale è una barriera all’entrata molto efficiente, anche se per fortuna non sempre sufficiente, per sbarrare la strada a competitors che vogliono reggersi sulle loro gambe). È bastato che il governo Monti limasse leggermente questi finanziamenti perché gran parte di questi giornali andasse in “solidarietà”, cioè in crisi.

Il punto è che prima o poi questi finanziamenti pubblici devono necessariamente finire. Infatti, se lo Stato può finanziare la cultura questo vuol dire che l’idea di legge lo consente. E c’è un’unica idea di “legge” che consente allo Stato di finanziare la cultura: il positivismo giuridico, cioè la “legge” intesa come provvedimento particolare, come strumento di potere. Dove c’è questa idea di “legge”, e ancora di più dove questa idea di “legge” è combinata a un assetto istituzionale cosiddetto “democratico”, lo Stato tende necessariamente a espandersi. Ma questa espansione dello Stato, e quindi della spesa pubblica, può essere finanziata solo da tre cose: maggiori tasse, maggiore debito pubblico e maggiore stampa di moneta (inflazione), nessuna delle quali può crescere all’infinito. Quando si raggiunge il limite, i finanziamenti pubblici finiscono e la struttura produttiva della cultura, che si reggeva su questi finanziamenti invece che sulla disponibilità delle persone a scambiare liberamente, si scioglie come neve al sole. Ecco perché la prima ragione per cui il finanziamento dello Stato della cultura è il modo più sicuro per distruggerla.

La seconda ragione è molto semplice: la cultura è tale se non è asservita. Una cultura finanziata dallo Stato è necessariamente asservita, e quindi non è cultura. Basti pensare alla cura con la quale il liberalismo classico in generale e la Scuola Austriaca di economia in particolare (cioè le uniche teorie che in modo coerente dimostrano come la radice dei problemi economici e sociali sia da ricercarsi nell’arbitrarietà del potere politico) sono stati eliminati da ogni corso universitario. La cultura (quella senza virgolette) per esistere non ha bisogno dell’impegno che un parassita prende di fronte a un presentatore televisivo (per di più di una televisione pubblica): essa dipende dalle capacità creative individuali di coloro che producono cultura in qualunque forma, dal loro coraggio, dalla loro imprenditorialità e dalla loro integrità morale, una misura della quale è data dalla loro disponibilità o meno ad accettare denaro che è stato estorto con la forza e con la violenza ai cittadini (in altri termini, dal loro essere parassiti o meno).

Uno Stato che finanzia la cultura è necessariamente uno Stato totalitario. Lo Stato totalitario, infatti, è quello che promuove il “bene” (la “felicità” nelle parole del leggiadro presentatore televisivo). Infatti il “bene” ha due caratteristiche interdipendenti fra loro che rendono lo Stato che si occupa della sua promozione necessariamente totalitario. La prima è quella di essere necessariamente soggettivo. Ognuno ha la propria idea del “bello”, di ciò che è “importante”: in breve, di ciò che secondo lui è il “bene”. Quindi nel migliore dei casi quando lo Stato finanzia la “cultura” ricorre alla violenza (tasse, debito o inflazione) per finanziare ciò che chi detiene il potere politico ritiene arbitrariamente essere “cultura meritevole”, il che implica la discriminazione arbitraria di coloro per i quali “la cultura meritevole” è una cosa diversa. Viceversa, dove lo Stato si limita a difendere la legge intesa come principio generale e astratto questa discriminazione e questa imposizione ad altri di scelte arbitrarie non ci sono: Tizio e Caio possono facilmente avere idee diverse su cosa è “culturalmente meritevole” ma non sul fatto che il furto o la frode siano atti illegittimi. Il rispetto e la valorizzazione della diversità si ottiene non nominando una persona di colore come Ministro dell’Integrazione ma introducendo il libero mercato, cioè la sovranità della legge intesa come principio generale e astratto.

La seconda ragione per cui uno Stato che si occupa di finanziare il “bene”, e quindi anche la “cultura”, è necessariamente totalitario è che il “bene” è illimitato: al di là della quantità di denaro che chi detiene il potere politico può saccheggiare a questo scopo, non ci sono limiti non arbitrari alle cose soggettivamente ritenute essere importanti, belle o meritevoli che lo Stato può finanziare con la coercizione; e l’assenza di limite non arbitrario alla coercizione è la definizione stessa di totalitarismo. Una società libera, quella in cui fiorisce la cultura senza virgolette, è quella in cui il limite alla coercizione e alla violenza è costituito dalla legge intesa come principio generale e astratto. Questa, non essendo un provvedimento particolare risultato della decisione di un’autorità ma un principio generale risultato di un processo spontaneo di selezione di usi e convenzioni di successo, non è arbitraria. In una società libera, quindi, lo Stato non promuove il “bene” ma si limita ad arginare il male, un male che è necessariamente limitato e non arbitrariamente definito: più precisamente, in essa lo Stato (o chi per esso) può usare coercizione solo contro chi ha violato la legge intesa come principio e oltre quel punto la sua coercizione non può spingersi.

Nelle menti più deboli, lo Stato totalitario riesce facilmente a inculcare l’idea che il suo compito sia quello di promuovere e finanziare la “felicità”. Queste menti sono infatti incapaci di concepire un ordine spontaneo. Per esse, l’assenza di disegno da parte dello Stato significa caos; l’assenza di finanziamento pubblico significa impossibilità. Su queste menti, la deresponsabilizzazione implicita nelle ideologie collettiviste come quella su cui è fondata la repubblica italiana ha un fascino molto forte e non è difficile capire perché. Sono queste menti deboli che Frédéric Bastiat identificava non solo come gli avversari della libertà e della sovranità della legge ma anche della cultura. A proposito di esse affermava: «I nostri avversari ritengono che un’attività che non sia né aiutata da sussidi, né regolata dal governo, sia un’attività distrutta. Noi pensiamo il contrario. […]. Il Signor Lamartine disse: “in base a questo principio dovremmo abolire le mostre pubbliche, che sono l’onore e la ricchezza di questo paese”. Ma io risponderei al Signor Lamartine: “in base al suo modo di pensare, non sussidiare significa abolire; infatti, partendo dal presupposto che nulla esista indipendentemente dalla volontà dello Stato, Lei conclude che niente vive tranne ciò che lo Stato fa vivere. Ma io oppongo a questa asserzione lo stesso esempio che ha scelto Lei, e La prego di notare che la più grandiosa e nobile delle esposizioni, quella che è stata concepita nello spirito più liberale e universale (e potrei anche utilizzare il termine umanista, in quanto non sarebbe un’esagerazione) è l’esibizione che viene adesso preparata a Londra; l’unica in cui nessun governo ha parte alcuna, e che non è finanziata dalle tasse». Altro che Expo e commissario unico.

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22 Comments

  1. Tito Livio says:

    Se lavori nel pubblico sei servo, se lavori nel privato sei libero….ma certo ragazzi.
    Io a volte mi domando dove vive certa gente….forse dentro i libri di Mises o di Rothbard…tra pag 1-2.

    • Giovanni Birindelli says:

      Se lavori nel pubblico non sei servo: sei un parassita in quanto i soldi con cui paghi l’affitto sono stati presi con la forza alle persone. Se lavori nel privato dipende: se sei un imprenditore per esempio sei servo, in quanto paghi fino all’80% di tasse (inflazione, IVA sui consumi, accise, tasse di successione, RAI, ecc ecc escluse): più precisamente lo Stato ti può far lavorare gratis per lui per l’80% del tuo tempo (senza contare la regolamentazione a cui sei sottoposto). Se sei un dipendente del privato (per esempio un impiegato a tempo indeterminato) la cosa è ambivalente: sei servo in relazione alle tasse che paghi e parassita in relazione ai vincoli di “legge” che limitano la libertà contrattuale fra te e il datore di lavoro (per esempio in relazione al fatto che il datore di lavoro non può proporti un contratto in cui è stabilito che ti può licenziare su due piedi). Forse lei di Mises e di Rothbard non è arrivato nemmeno a pagina 0,1.

  2. Dan says:

    L’unica cultura che uno stato deve finanziare è quella scientifica dove esiste una logica concettuale e sperimentale che non può essere piegata in alcun modo ai capricci del governante di turno.

  3. Mario says:

    Un bel pezzo, non fa una piega.

  4. Luca says:

    Ma dai, l’economia austriaca non viene insegnata perchè non è ritenuta valida da nessun maggiore economista, non perchè quella che si fa nelle università è “asservita”.

    Comunque, per il resto, concordo con l’articolo. Perchè mai dovrei pagare io il biglietto di chi va a teatro? Non stiamo parlando di cure mediche o altre cose indispensabili alla vita, ma di passatempi che ognuno si deve pagare coi suoi soldi. E se senza contributi pubblici quel settore “culturale” non sopravvive, vuol dire che non ha mercato, e quindi non ha senso tenerlo in piedi artificialmente, dal momento che non interessa a nessuno o quasi.

    • Giovanni Birindelli says:

      E’ vero che i “maggiori economisti”, cioè gli economisti che tendenzialmente insegnano nelle università pubbliche e/o la cui carriera è dipendente direttamente o indirettamente dallo Stato, ritengono la Scuola Austriaca di economia non valida. Ma nessuno di loro (ripeto: nessuno, nemmeno uno di loro) è in grado di rispondere in modo coerente alle obiezioni degli economisti della Scuola Austriaca. E la misura della validità delle teorie a cui aderiscono questi “maggiori economisti” è misurata da una cosa sola: dalla loro coerenza. Nelle loro teorie non c’è nessuna coerenza fra economia e legge, fra le regole di comportamento che vincolano i comportamenti dello Stato e quelle che regolano i comportamenti dell’individuo, fra macroeconomia e microeconomia, fra la teoria e l’esperienza individuale comune: solo questo basta per dimostrare l’invalidità di queste teorie. Una sola teoria, quella che attacca il potere arbitrario e illimitato dello Stato, può vantare coerenza e, guarda caso, è proprio quella che viene esclusa dagli insegnamenti nelle università pubbliche. La mia non è una tesi complottista, ma semmai psicologico-economica: questi “economisti” si sono sinceramente autoconvinti che la teoria austriaca non sia valida e si rifiutano di insegnarla perché altrimenti perderebbero il posto di lavoro. Ma nessuno di loro è in grado di spiegare quale è la differenza, su un piano di principio, fra le banche che operano in riserva frazionaria e il garagista che affitta la macchina che Tizio ha parcheggiato nel suo garage; oppure fra la banca centrale che stampa moneta e il contraffattore che riduce a insaputa del proprietario la quantità d’oro di un gioiello. Non potendo rispondere a queste e altre domande, hanno scelto di eliminare la possibilità che vengano poste.

      • Luca says:

        “guarda caso, è proprio quella che viene esclusa dagli insegnamenti nelle università pubbliche”

        Veramente è una delle tante. Altrimenti si dovrebbe insegnare anche la scuola storica tedesca, no?

        • Giovanni Birindelli says:

          Nelle università finanziate generalmente con soldi pubblici nessuno insegna quella scuola di pensiero che quei soldi pubblici li abolirebbe (una scuola di pensiero che nessuno riesce coerentemente a scalfire e che ha predetto tutte le crisi economiche inclusa la presente)… Mentre non c’è una sola scuola che non insegni Keynes, che dà una belle scusa ai politici per spendere e spandere, quando si dicono le coincidenze…

        • Giovanni Birindelli says:

          pardon, il link è stato rimosso… provvederò a riportare quello giusto a breve.

    • meno stato per tutti says:

      scusi sig. Luca ma mi può spiegare una cosa?
      un “maggior economista” è quello che dice la cosa piu corretta e corrispondente alla realtà, e la supporta con teorie solide, oppure quello che dice la cosa piu comoda a chi detiene il potere?
      tragga le sue conseguenze…..

      • Luca says:

        Non so se ha presente come funziona il mondo accademico. Nel caso glielo spiego io: a determinare l’importanza di un accademico (e quindi anche di un economista) sono principalmente le sue pubblicazioni, e l’attenzione che esse ricevono da parte degli altri studiosi (quante volte vengono citate, ecc.).
        Ci sono anche appositi ranking che cercano di classificare l’importanza degli economisti in base a questi criteri. Quello di IDEAS è uno:
        http://ideas.repec.org/top/top.person.all.html

        Quelli che detengono “il potere” non c’entrano nulla. Si tratta di questioni meramente accademiche.

    • Diego Tagliabue says:

      La scuola austriaca, o almeno quella dei neoclassici dell’economia, non viene insegnata in Fallidagghia e negli altri PIGS, ma è uno standard in diversi Paesi dell’Europa centro-nord.

  5. Franco says:

    Benito Mussolini docet

  6. Ottimo articolo Giovanni. Ho smesso da piccolo di andare all’opera, quando mi sono reso conto che un biglietto in un contesto di libero mercato sarebbe costato un milione e non cinquantamila lire. Personaggi come Fazio e Letta, al solo nominarli, mi convincono sempre più di continuare a lottare, fino alla morte, per un Veneto libero.

    • Giovanni Birindelli says:

      Grazie Paolo. Oggi lo Stato è talmente pervasivo che è quasi impossibile sfuggire ai suoi sussidi. Maggiore è la frammentazione dello Stato, meglio è: ma dal mio punto di vista il problema radice, anche in un micro-Stato o addirittura in una società senza Stato, è l’idea astratta di legge. Finché la legge non sarà intesa nel suo senso originario di principio generale ma continuerà a essere intesa come decisione particolare, il totalitarismo avrà la meglio.

  7. I contratti di finanziamento soggetti alle norme antiusura (cioè i contratti le cui clausole possono prevedere la corresponsione di interessi usurari), attualmente, sono i seguenti dieci tipi: a) aperture di credito in conto corrente, b) finanziamenti per anticipi su crediti e documenti e sconto di portafoglio commerciale, c) crediti personali, d) crediti finalizzati all’acquisto rateale, e) credito revolving e con utilizzo di carte di credito, f) operazioni di factoring, g) operazioni di leasing, h) mutui, i) prestiti contro cessione del quinto dello stipendio e della pensione, l) altri finanziamenti a breve e medio/lungo termine [15].

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