Lo sfasciume pendulo. Italia unita nei terremoti e nei disastri procurati

cavalcavia

di ROMANO BRACALINI –  La politica italiana è sempre stata debole e non ha mai inciso sulle scelte di fondo. La politica del territorio ha perso ogni priorità e interesse: lo si manomette impunemente senza calcolo, vincolo o studio competente; e si permette agli irresponsabili, ai vandali moderni, di fare altrettanto. Deviamo il corso dei fiumi, avveleniamo i mari, disboschiamo le colline. Finchè l’ambiente non si ribella. Eppure ci culliamo nella convinzione che un’opera pubblica quando sarà compiuta difenderà le case, le scuole, gli ospedali, e soprattutto le strade dove si muore ogni giorno, di traffico, ma dove si muore anche di autunno, di pioggia.

In Italia tutto ciò che è pubblico non funziona.I treni viaggiano in ritardo, siamo arrivati buon ultimi all’Alta Velocità. Lasci il treno e prendi l’autostrada? Peggio che andar di notte.

L’Italia delle frane e delle inondazioni ha accompagnato i centocinquant’anni della vita unitaria. Come nell’Asia devastata dai  tifoni, le nostre difese sono egualmente insufficienti per una pioggia ordinaria, benché insistente. Fanno assomigliare l’Italia – quello sfasciume pendulo, come la chiamava Giustino Fortunato – a un qualunque agglomerato tropicale impreparato e senza mezzi adeguati di difesa. L’Italia dello sfascio fisico e morale, antica piaga del paese di Pulcinella, si rivela in ogni aspetto della vita pubblica. Può stupire che nella zona vesuviana, in provincia di Napoli, la caserma dei carabinieri sia abusiva? Può meravigliare che il tribunale di Bari sia stato costruito senza licenza edilizia e che la sentenza di condanna sia stata emessa dal medesimo tribunale che siede in un edificio abusivo?

L’Italia repubblicana ha un elenco impressionante di catastrofi ambientali. Nel Polesine,nel novembre 1951,furono inondati 100 chilometri di territorio e 2.170.000 persone rimasero senza tetto.Nel Salernitano, nell’ottobre 1954, e a Firenze, nel novembre 1966, l’alluvione sconvolse l’ambiente e, specie nel capoluogo toscano, produsse danni incalcolabili al patrimonio culturale e artistico. Nel novembre 1970,a Genova,si contarono più di venti vittime e più di 50 miliardi di danni per l’alluvione che interessò l’intero arco ligure centrale. L’alluvione in Piemonte, nel novembre 1994, ha causato danni in più di 500 comuni.Eventi distruttivi, quali quelli verificatisi in Vajont, nel 1963, nella Val di Stava, nel 1985, in Valtellina, nel 1987, erano una sorta di combinazione tra una frana e un’onda di piena. Ma alla base di parecchi disastri c’è la responsabilità diretta dell’uomo.

Solo nel 1989 il Dipartimento della Protezione Civile, sollecitato dalla Commissione Grandi Rischi, ha commissionato al Consiglio Nazionale delle Ricerche, un censimento sulle aree storicamente colpite da frane e inondazioni allo scopo di tenerle sotto controllo senza la pretesa di eliminare i rischi contingenti.Non è bastato.

E’ di questi giorni la notizia del crollo di un cavalcavia sulla statale 36 Milano-Lecco. Era già stato dato l’allarme, ripetutamente. Nessuno si è mosso fino al compimento della tragedia.

Il Vesuvio ha eruttato l’ultima volta nel 1944; l’Etna lo fa invece spesso e volentieri. I terremoti colpiscono il paese da Sud a Nord: dal terremoto di Messina, nel 1908, al terremoto del Friuli, nel 1976. A Messina e Reggio Calabria esistono ancora le vestigia e fino a pochi decenni fa la gente abitava nelle case sinistrate. In Friuli si è ricostruito in fretta.

In Giappone contro il pericolo ricorrente dei terremoti hanno costruito case antisismiche ed evitato di costruire grattacieli dove il buon senso lo sconsigliava. In Italia se ne parla, poi non se ne fa niente.

La causa di tutto questo è sempre la stessa. La cattiva qualità della direzione politica, un difetto di autorità, la rissa continua tra partiti e istituzioni che paralizzano il paese e lo rendono vulnerabile.

 

 

 

 

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