Lo psicologo militante in classe, e i danni che ci becchiamo

scuola-4di SERGIO BIANCHINI – Scuola :La colonna è ferma e tutte le parti litigano.

La figura dello psicologo “militante” che nella scuola abbiamo conosciuto per decenni viene finalmente delegittimata da un alto livello intellettuale. Della Loggia parla dei bambini arbitrariamente sottratti ai genitori in Emilia e descrive quella che secondo lui è la causa di questa dolorosissima e gravissima prepotenza.

Nell’editoriale del 28 luglio sul Corriere dice: Nella vicenda di Bibbiano, infatti, non è difficile vedere uno dei tanti effetti di quel grande fenomeno della modernità contemporanea che è una malintesa e indebitamente estesa «psicologizzazione» della vita. Vale a dire la tendenza sempre più forte – per comprendere i comportamenti dei singoli e definire quanto accade in molti ambiti della vita sociale — a ricorrere non già a una spiegazione fondata su una qualche concreta evidenza — ad esempio nel caso dei bambini di Bibbiano l’eventuale difficile condizione economica delle loro famiglie – bensì a ricorrere a un’interpretazione di tipo traumatico-psicologico, evocando per l’appunto l’abuso sessuale….

Prosegue approfondendo l’analisi dell’eccessiva pretesa degli psicologi :”Cioè l’inclinazione a trovare se non prove almeno sintomi o spie di un problema psicologico in qualunque comportamento che appena appena si discosti dalla normalità. Alla quale ricerca torna assai utile — e da qui dunque il suo uso smisurato — un termine chiave, «disagio»: che per l’amplissima scala di comportamenti che può coprire, si presta bene ad essere riempito della più varia molteplicità di contenuti, a essere espresso dalla più varia molteplicità di sintomi.”

E così si riscopre finalmente la valenza dei concetti di evidenza e di normalità. Che per decenni erano stati banditi dal linguaggio scolastico.
Ma non si trattava di psicologi rozzamente militanti bensì di un’intera generazione che aveva fatto della lotta alla normalità l’orizzonte fondamentale delle proprie azioni. La denuncia, a volte sicera a volte strumentale, degli “immobilismi dominanti” delle “ meschine indifferenze” delle omertose accettazioni del male facevano parte della musica dominante incapace però di costruire e governare cambiamenti concreti del funzionamento della scuola. Ricordo benissimo una riunione dei presidi di Milano convocata dal tribunale dei minori dove il relatore si lamentava delle poche denunce fatte dalle scuole sugli abusi in famiglia. Come ricordo benissimo episodi specifici in cui gli inviati del tribunale operavano baipassando i presidi visti perfino come possibili complici della famiglia nell’occultare realtà di oppressione e di abuso sul minore.

Ma in generale abbiamo visto intere legioni di intellettuali e di addetti che si posizionavano coi minori CONTRO gli adulti dando sempre interpretazioni dei comportamenti anomali come un disagio generato da adulti inadeguati. Quali adulti? Quasi tutti, dai genitori, agli insegnanti, ai vicini di casa, ai compagni di classe.
Spesso parlando con gli psicologi che esaminavano gli alunni e non davano quasi mai indicazioni ai docenti ed ai presidi io personalmente leggevo nei loro occhi questa accusa: il bambino sta male perchè i familiari e l’ambiente anche scolastico sono fatti male. Il bambino sta male perché il mondo è fatto male. Quindi la loro era quasi sempre una continua esortazione a comprendere, a sopportare, a perdonare senza mai dare suggerimenti concreti per migliorare la gestione quotidiana dei casi segnalati.

Un approccio generalizzato (salvo una sola eccezione nella mia esperienza) di questo tipo generava la sfiducia e spesso perfino il rigetto delle scuole.

Anche i servizi comunali gradualmente si adeguarono a questa tendenza cadendo nella passività.
Anche in casi gravissimi dove la sottrazione del minore alla realtà familiare poteva essere davvero e unanimemente benefica e necessaria le procedure erano farraginose e lente e si muovevano solo in evidente prossimità del dramma a causa dei grandi problemi economici ed organizzativi che la sottrazione del minore ovviamente induce.

DICE ancora Galli d Loggia:
-È degno di nota che all’attenzione verso questi temi si sono sempre più indirizzati anche i «Servizi Sociali», i quali, nati con scopi istituzionali molto più pratici e concreti di monitoraggio e soccorso nei confronti dei bisogni concreti della parte più disagiata della popolazione, hanno ampliato le loro competenze trovando ormai la maggiore ragion d’essere per la loro attività, per l’appunto nella rilevazione del «disagio» e nella sua cura all’insegna di un ovvio utilizzo dell’armamentario psicologico del caso. Il tutto soggiacendo spesso alla tentazione di avallare una costruzione ideologica in cui il concetto di normalità tende a perdere il suo ovvio carattere maggioritario e alla fine svanire nella quasi illimitata moltiplicazione delle patologie. Ciò che del resto sembra corrispondere in pieno a quella tendenza alla «medicalizzazione», invariabilmente sotto l’egida dello Stato assistenziale e dei suoi apparati, che si registra ormai in moltissimi settori della vita individuale e collettiva.-

E così per decenni non è stato lodato, ammirato, imitato, chi sapeva trovare soluzioni concrete nella gestione del disagio ma solo chi ardentemente lo denunciava. Nella mia esperienza è rimasto esemplare il fatto che le maestre anziane, capacissime di gestire le classi e le relazioni con alunni e genitori, si sentivano a disagio davanti alla richiesta di come gestissero i casi di dislessia, di disgrafia, di discalculia, e di ogni altro «disagio» . Spesso dicevano di non avere alunni di quel tipo. E allora l’accusa veemente dei militanti della “lotta al disagio” era:” non li avete in classe perché non sapete vederli o peggio non volete vederli”.
Al contrario il “militante” era tranquillo quando nella sua classe, magari preda di continui schiamazzi e confusione ci fossero due o tre alunni seguiti con particolare interesse nella bolgia quotidiana.
Due estremità entrambe immobilizzanti.

Come al solito la splendida analisi di Galli non dà indicazioni. Anche la riscoperta della normalità e dell’evidenza non aiutano molto perché sono due concetti per ora totalmente annientati.
Più adeguato sarebbe il sostenere, senza complessi, la necessità di mettere fine alla “difesa delle minoranze” e alla guerra contro le maggioranze pericolose. Ed anche alla lotta in difesa degli ultimi. In Italia oggi mancano legioni di intellettuali e dirigenti organizzativi equilibrati capaci di guidare i processi reali senza contrapporre alcuna parte al tutto e facendo evolvere il tutto in armonia con le diverse parti.

Oggi l’intera colonna è ferma per cui non è più possibile distinguere primi ed ultimi. Rimettiamola in moto con passi adeguati, facendo esperienze e proteggendo tutti in modi e quantità ragionevoli e storicamente sostenibili. Non è impossibile, anzi è molto più facile che restare sotto il dominio degli unilaterali spesso isterici.

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