Da Maastricht a Lisbona, fare debito all’ombra dei trattati

di MATTEO CORSINI

“L’art. 104 c) del Trattato per l’Unione europea (i famosi parametri di Maastricht) fissa il rapporto tra indebitamento e Pil al 3%… Se si constata la presenza di fattori produttivi inutilizzati o che si possono meglio utilizzare, lo Stato per avvalersene deve disporre di un margine di capacità di indebitamento… Il Fiscal Compact non solo ribadisce ma aggrava il vincolo della parità del bilancio… Gli Stati hanno il dovere di avvalersi del margine del 3% nella spesa annuale garantito dal Trattato”. Con quest’affermazione, Giuseppe Guarino rilegge il Trattato Ue (prima di Maastricht, poi di Lisbona) allo scopo di dichiarare nullo il “Fiscal Compact” e l’obbligo di ridurre in vent’anni la parte di debito eccedente il 60 per cento del Pil (che peraltro mi sembra un risultato che non verrà raggiunto). La sua critica parte dall’obiettivo del pareggio di bilancio che, a suo dire, sarebbe in contrasto con l’articolo 104 c) del Trattato, che “fissa” il rapporto deficit/Pil al 3 per cento.

Leggendo Guarino parrebbe che lo Stato abbia il dovere di andare in deficit al 3 per cento del Pil se “si constata la presenza di fattori produttivi inutilizzati o che si possono meglio utilizzare”. Si tratta della classica visione keynesiana in base alla quale quando ci sono risorse (forza lavoro in primis) inutilizzate, lo Stato deve spendere in deficit per dare uno stimolo all’economia. Il tutto in base al presupposto che se i privati non utilizzano quelle risorse è perché non sono sufficientemente capaci di farlo o, se si preferisce, i loro “spiriti animali” sono in stato depressivo. Sono ormai ottant’anni che gli statalisti ripetono questa litania, e il risultato è che i debiti pubblici si sono ingigantiti, mentre la crescita del Pil è ormai sempre meno sensibile, anche nel breve termine, al deficit spending. Ciò nonostante, ancora nessun keynesiano ha avuto il dubbio che ci sia qualcosa che non funziona in tutto l’impianto teorico. A mio parere, si tratta di casi irrecuperabili. Chi è nato nei primi tre-quattro decenni del Novecento ha avuto modo di vedere le prime applicazioni del keynesismo dal vivo, e se non ha cambiato idea tanto tempo fa, dubito che abbia l’onestà o le capacità di farlo adesso. Al tempo stesso, chi è più giovane avrebbe potuto rigettare l’idea keynesiana fin dai banchi dell’università, dove tale idea viene somministrata in dosi non certo omeopatiche. Sarebbe bastato dare un’occhiata retrospettiva a ciò che ha comportato l’applicazione del keynesismo e avere un minimo di curiosità per altre teorie economiche.

Ciò detto, la lettura che Guarino fa dell’articolo 104 c) del Trattato ne distorce completamente il significato. Il rapporto tra deficit e Pil al 3 per cento è un limite massimo, non il livello a cui tendere se si ha un deficit inferiore. La preoccupazione era quella di evitare deficit eccessivi, non il contrario. Altrimenti non avrebbe senso l’altro parametro fissato sempre nello stesso articolo del Trattato, quello relativo al debito/Pil, che non dovrebbe superare il 60 per cento. Chissà perché Guarino non lo menziona… Il problema è che, a forza di accumulare deficit, lo stock di debito finisce per rendere gli interessi sempre più pesanti, anche a tassi relativamente bassi. E la soluzione non è – come vorrebbero i fautori della moneta stampata direttamente dal Tesoro – annullare gli interessi rendendo irredimibili e infruttiferi i titoli di Stato, perché la conseguenza sarebbe un’accelerazione verso l’implosione dei sistemi monetari.

Credo sarebbe meglio prendere atto dell’insostenibilità (per il sottoscritto, anche indesiderabilità e dannosità) degli attuali livelli di spesa pubblica e tassazione, decidendo finalmente di ridimensionare entrambe. L’unico grande limite del Fiscal Compact, che peraltro potrebbe essere rimediato a livello statale, riguarda la neutralità del concetto di pareggio di bilancio. Io penso che andrebbe stabilito un limite alla spesa pubblica (sotto la metà di quella attuale, anche se immagino sarebbe arduo arrivarci in tempi brevi), altrimenti continuerebbero a susseguirsi manovre fatte per il 60-70 per cento da tasse, come quelle a cui siamo purtroppo abituati in Italia. Manovre dolorose e non troppo efficaci, a cui rispondere con la cura keynesiana vorrebbe dire passare dalla padella alla brace.

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7 Comments

  1. Mercanzin Marco says:

    Il debita italico, caro Corsini, e’ composto per l’80% , da interessi, la spesa non c’entra nulla.
    Dovete mettervelo in testa.
    È gli interessi sono dovuti al fatto che lo stato dal 1981 deve chiedere i soldi al mercato e pagare gli interessi.
    E con questa puttanata voluta da Andreatta e soci, Keynes non c’entra una mazza.
    Meno disinformazione prego.

    • gianluca says:

      Posso farle una domanda: se la spesa non c’entra nulla – sto alle sue parole – perché non assumiamo tutti i disoccupati come dipendenti statali (anche solo figurativi) e così risolviamo il problema della disoccupazione e riavviamo la spirale dei consumi?

      • Mercanzin Marco says:

        Buongiorno, se lei è il direttore, onorato della sua attenzione, davvero, altrimenti non importa.
        Nel merito, l’assunzione di personale al solo scopo di garantire stipendi, e’ quello che finora è stato fatto, e causa parassitismo oltre a elevare il potere dei politici, grazie alla possibilità di distribuire quei posti.
        Altra cosa e’ porre la spesa dello stato come colpevole dell’attuale stock del debito.
        Ripeto, pur se in itaglia ( paese invasore governato da criminali e sostenuto da giornalisti e magistrati altrettanto criminali) la spesa sarebbe totalmente da riallocare su obbiettivi più utili, non è responsabile dell’attuale stock del debito.
        La componente degli interessi e’ oltre l’80%,, e questo grazie alla strampalata teoria secondo la quale uno stato non possa emettere direttamente moneta, ma debba indebitarsi per chiederlo.

        Da dove viene il debito italiota :
        http://leprechaun.altervista.org/debito_pubblico_italiano.shtml

        • gianluca says:

          Sono proprio io. Dunque secondo la vostra teoria lo Stato fa debito e poi stampa moneta e tutto va a posto? Scusi, ma della materia sono profano…

          • Mercanzin Marco says:

            Non credo che lei sia profano, ma credo nella sua buonafede e onesta’ intellettuale.
            Comunque, il mio intervento era diretto a contrastare il luogocomune che pone la causa dell’attuale stock del debito nella spesa pubblica.
            I dati, non io, mostrano che ciò non è vero.
            Ripeto, la spesa andrebbe sicuramente gestita molto, ma molto meglio, ma la causa del debito risiede nel meccanismo di reperimento di liquidità , cioè il doversi finanziare attraverso i mercati, i quali, giustamente dico io, chiedono interessi.
            Poi, per rispondere alla sua domanda, e quindi entrare nel merito di una visione post keynesiana moderna, ritengo che lo strumento di un post non sia sufficiente, se non per risposte didascaliche e poco organiche, che genererebbero più domande di quelle a cui potrebbero rispondere.
            Ben lieto, comunque, di proporle approfondimenti esaustivi in qualunque altra sede.
            Grazie di nuovo della sua attenzione, per me, mi creda, molto importante.

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