L’Interdetto di Venezia. La scomunica cattocomunista sul Nord tra tasse e sacrestia

di STEFANIA PIAZZOInterdetto,_1606

Ci manca solo la scomunica poi il Nord è a posto. La prudenza è scambiata per intolleranza, l’amor proprio per egoismo. L’avversione alla gogna fiscale è contraffatta per eversione. Dire che non c’è più religione rende l’idea. Con la differenza che oggi non ci sono più papa Giulio II o papa Paolo V a minacciare i popoli del Nord con l’interdetto, la scomunica a tutta la comunità (su Venezia per ben due volte!) ma l’apparato Stato-Chiesa, partiti cattocomunisti quindi statalisti e tassatori uniti nel medesimo disegno di controllo della società assieme ad una Curia equamente cattocomunista, che ci fa porgere l’altra guancia all’invasore per carità cristiana mentre con altre mani prende per Divina Provvidenza, tra ciellismo, compagniaoperismo e cooperativismo.

Oggi tuttavia i fatti ci devono ricordare che questo Nord, molto più luterano che da sacrestia, per spirito d’iniziativa e fede nelle proprie forze, ha già subito e superato certe angherie ideologiche in passato.

La prima volta fu con papa Giulio II. Alleato a Francia, Spagna e Inghilterra, assetato di fondi e terre, impose ai veneziani di cedere le terre di romagna. Al diniego, ne scaturì il primo interdetto: il papa ricevette l’offerta da Venezia della restituzione di Rimini e Faenza, ma la rifiutò e scagliò la scomunica contro la Serenissima, se quest’ultima non avesse reso tutti i possedimenti delle Romagne. Capito? Solo quattro anni dopo,  il papa liberò i Veneziani dalla scomunica, che di certo se la legarono al dito.

Il riscatto avvenne con papa Paolo V, un secolo dopo. Il Vaticano  reagì all’arresto di due membri del clero da parte della Serenissima. Con la Spagna alleata, fulminò Venezia con una nuova scomunica collettiva: non si potevano più celebrare battesimi, matrimoni, funerali, dire messa. Venezia si affidò nella sua coraggiosa difesa a Paolo Sarpi, un domenicano, che fronteggiò le teste vaticane. Alla fine, la spuntò la Repubblica di Venezia, che però, attenti bene, cacciò i gesuiti dalla città. Gli ordini religiosi che avevano abbandonato Venezia vi furono riammessi, con la vistosa eccezione dei gesuiti, appunto.  Gesuiti come papa Francesco.

Alla fine, temendo il passaggio dei territori del Nord alla riforma luterana, il papa scese a più miti consigli. Lo scontro tra Roma e un territorio che vuole autodeterminarsi anche nella gestione delle proprie risorse, fermando il rischio di un annientamento identitario e sociale, continua. L’Europa non è la periferia di Buenos Aires.

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4 Comments

  1. caterina says:

    brava Stefania! hai fatto bene a ricordarcela la nostra storia con la chiesa di Roma!…
    e questo papa se la dovrebbe ricordare anche lui la sua storia familiare di famiglia emigrata dal Piemonte dopo che con l’aiuto della massoneria inglese i Savoia da Torino finirono per piazzarsi a Roma…
    ora che fa Bergoglio diventato gesuita? si crede di dettar legge in tutto senza rispetto della popolazione e accodandosi come, sempre ha fatto la chiesa di Roma diventata italiana tricolorata, al potere politico del momento… faccia quel che può sul suo territorio che non è piccolo, perchè ha branchie ovunque… e non solo in Italia!

  2. luigi bandiera says:

    Quindi..??

    LA STORIA CONTINUA e noi: stiamo soccombendo perche’ NON lo sappiamo che quelli la’, banda dei quattro, ci vogliono DOMINARE..!
    Amen

  3. Paolo Sarpi, non Domenicano, ma Servita.

  4. Padano says:

    Cloro al clero!

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