Linkiesta, riforma pensioni. Donne pari agli uomini quando pari non sono…

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di FLAVIA PERINA –

L’anno prossimo, cioè fra quattro mesi, l’Italia aggiungerà ai suoi poco invidiabili primati in materia di donne il record dell’età pensionabile: nessuna, in Europa, andrà a riposo tardi quanto le italiane, a 67 anni e sei mesi. Non le tedesche, che pure hanno salari superiori di un terzo, occupazione femminile al 71% (noi siamo al 48,8) e asilo nido garantito come diritto costituzionale. Non le francesi, occupate per il 60 per cento, con sostegni alle madri lavoratrici invidiati da tutte (infatti sono le più prolifiche d’Europa). Non le irlandesi, non le slovene e manco le greche: nel Paese-simbolo dei tagli al welfare l’età pensionabile di uomini e donne è stata unificata a livelli molto alti (67 anni) ma le deroghe sono tali che quasi tutte le anziane riescono ad arrivare al traguardo prima.

Governo e sindacati sono preoccupati per gli effetti della notizia (siamo pur sempre in campagna elettorale). Ieri hanno cominciato a discutere alcune ipotesi di “limatura” delle norme, aggiustamenti che potrebbero limitare l’impatto almeno per le più sfortunate, quelle senza lavoro e reddito che rischiano di morir di fame aspettando l’Inps.

Perché dovrebbero arrancare alla pari degli uomini fino al traguardo dei 67 e sei mesi quando pari non sono, in quasi niente e oltrechè farsi carico dell’ufficio, della fabbrica, dello studio, devono mettersi sulle spalle, tutto intero, pure il welfare domestico?

Ma, al di là dei dettagli, ci si chiede se non sia il momento di mettere in discussione tutto intero il “patto” stipulato nel lontano 1993, quando la riforma Amato avviò in Italia il percorso della parificazione pensionistica uomo-donna, incardinandolo a una “promessa” politica: avrete più doveri ma uscirete dalla serie B del lavoro con salari, opportunità, carriere più simili a quelli degli uomini, e tutti i servizi utili a mantenervi attive anche se avrete un figlio, oppure dei nipotini quando invecchiate. Il patto non è stato rispettato. Le donne italiane sono sotto la media europea riguardo a tutte le voci citate. Perché dovrebbero arrancare alla pari degli uomini fino al traguardo dei 67 e sei mesi quando pari non sono, in quasi niente e oltrechè farsi carico dell’ufficio, della fabbrica, dello studio, devono mettersi sulle spalle, tutto intero, pure il welfare domestico? C’è qualcuno, in politica, che ha il coraggio di far suo un ragionamento di buonsenso sull’invecchiamento?

Come ha ricordato la blogger Simona Bonfante su Fb, la vecchiaia non è un dato contabile. È una realtà fatta di stanchezza, demotivazione, riflessi più lenti, minor resistenza, talvolta malattia. E una donna che per metà della sua vita è stata “anche” guardarobiera e autista, maestra e pulitrice, cuoca e infermiera per i figli, i nipoti, i genitori anziani – perché in Italia, a differenza di gran parte d’Europa, tutte queste cose gravano sulle donne – non può essere incatenata al lavoro da considerazioni statistiche.
Tantomeno da considerazioni statistiche che non contemplano differenze con gli uomini. Anche per un motivo di efficienza imprenditoriale, che hai voglia a raccontarci della “formazione permanente” o del “lifelong learning” ma a un certo punto, nella maggior parte dei casi, è la biologia che che ti dice: “fermati”.

Ad una certa età si “deve” andare in pensione, non solo per generici motivi di equità ma anche e soprattutto per ragioni di efficienza. Questa certa età è diversa per gli uomini e per le donne, ed è senz’altro inferiore a 67 anni e sei mesi, tantoché nessuno in Europa prevede un limite così elevato

Nel vecchio mondo della Prima Repubblica questo dato “biopolitico” era riconosciuto: la tradizione cattolica aveva in odio la cosiddetta “cultura nordica” sostitutiva della famiglia ed esaltava il modello del welfare affidato alle donne, però lo ricompensava.
Le nostre madri hanno avuto la pensione a 55 o 60 anni, una cosa che adesso sembra incredibile. Ora, ne’ “cultura nordica” ne’ benefit mediterranei. Uguali agli uomini per le pensioni, sempre diverse per tutto il resto, anzi forse pure messe peggio che in passato: su chi credete abbiano pesato i tagli al fondo per le politiche sociali, al fondo disabili, e le riduzioni di spesa progressive di tutti i Comuni italiani su asili nido, mense e trasporti scolastici, assistenza agli anziani?

“Limature” a parte, e con tutto il rispetto per governo e sindacati che ci stanno provando, forse sarebbe il caso di dirci la verità, peraltro confermata dalle scelte dell’intera Unione (a cominciare dal suo paese-leader, la Germania, che “regala” due anni di contributi alla nascita di un figlio). C’è una soglia massima del lavoro che si può svolgere in una vita, e ad una certa età si “deve” andare in pensione, non solo per generici motivi di equità ma anche e soprattutto per ragioni di efficienza.

Questa certa età è diversa per gli uomini e per le donne, ed è senz’altro inferiore a 67 anni e sei mesi, tantoché nessuno in Europa prevede un limite così elevato. La prospettiva di un mondo del lavoro ridotto a ospizio e popolato da persone esauste, piene di acciacchi, annoiate di tutto, va bene per un romanzo di fantascienza distopica, non per gestire economie avanzate. Si deve trovare un altro modo, e in fretta.

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/09/08/non-scherziamo-le-donne-devono-andare-in-pensione-prima-degli-uomini/35435/

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One Comment

  1. Padano says:

    Il problema pensionistico in Italia è l’altra faccia della bassa percentuale di popolazione attiva (la terza più bassa dell’Ue, se non erro): quei pochi che lavorano devono farlo fino a tardissima età.

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