Lingue regionali, battaglia identitaria e risposta al burocratese

di MICHELE GHILARDELLI

Leggendo un bollettino per il pagamento delle tasse, un disegno di legge o un verbale delle forze dell’ordine si ha l’impressione che l’italiano contemporaneo si sia definitivamente diviso in due lingue distinte: la lingua colloquiale, chiara ed immediata, e un insieme di termini arcaici e circonvoluzioni di costrutti grammaticali che porta il nome di burocratese.
Nel corso degli anni non sono mancate le iniziative volte a eliminare o quanto meno limitare l’utilizzo di questa varietà di italiano e quindi fare sparire termini incomprensibili ai più come “sugellare”, “all’uopo” o “inopinato”. Addirittura, nel 2001 venne introdotta una norma che obbligava gli enti pubblici a scrivere in un linguaggio comprensibile senza avere bisogno del vocabolario della Crusca. Ovviamente fu ampiamente disattesa fino alla definitiva abrogazione nel 2013.
Non c’è nulla da fare: l’italiano ha ormai sviluppato un linguaggio burocratico che è una sorta di “marchio di fabbrica” della pubblica amministrazione della Repubblica. Come se non bastasse, la scrittura ampollosa è diventata prassi comune anche presso molti enti privati.
Esiste una soluzione sorprendente a questo problema: mettere a disposizione dei cittadini la documentazione in forma bilingue italiano/lingua regionale.
La cosa può sembrare paradossale, in quanto siamo cresciuti all’idea che i “dialetti” non possano essere utilizzati in contesti ufficiali perché non hanno sviluppato un registro formale. Quello che viene creduto un difetto è in realtà un enorme pregio, poiché significa che nelle nostre lingue del territorio non esiste qualcosa di paragonabile al burocratese e quindi i documenti in lingua locale non potranno che essere scritti con uno stile semplice utilizzando parole e costrutti della lingua viva.
Devo confessare che fino a poco fa ero dubbioso sull’uso ufficiale delle lingue regionali. Pensavo che introdurre una nuova lingua in una pubblica amministrazione ingolfata avrebbe accresciuto la bolgia di carte di quello che è già di per sé un inferno burocratico. Mi sono dovuto ricredere leggendo alcuni documenti bilingui italiano-lombardonella sua variante bergamasca che mi ha passato il formidabile Gioancarlo Giaàss, un attivista di notevole spessore da sempre all’avanguardia nelle sperimentazioni sociolinguistiche. Naturalmente non sono testi ufficiali in senso stretto, ma sono un ottimo esempio di come le lingue regionali ci possano aiutare nella decifrazione del burocratese.

Il primo esempio riguarda il titolo di un certificato.

ITALIANO: Certificato di collaudo statico per opere in congromerato cementizio armato normale
LOMBARDO: colaudo stateg per ovre in ciment armad normal

Finalmente sappiamo che il “conglomerato cementizio armato normale” non è altro che semplice cemento armato!

Altro esempio, sempre relativo a una concessione edilizia.
ITALIANO: […] dichiara, inoltre, che gli elaborati depositati sono sufficienti ad individuare l’opera da eseguire, e che i materiali di cui si prescrive l’impiego sono idonei in relazione alle sollecitazioni di calcolo.
LOMBARDO: a l dis in fì, che i relassiù e i disègn depositàcc i è assé per definì l’òpera de mèt impé, e che ‘l fèr, ol bötöm e i óter materiài per i strütüre i è bù e necessare a tègn bòta ai valùr ch’i vé fò del càlcol.

Non basta? Facciamo un terzo esempio.

ITALIANO: concordare con l’ingegnere le riprese di getto
LOMBARDO: mètes decórde prima col inzegnér ‘ndo fermà la getada.

Dopo aver letto queste righe sono sempre più convinto che la battaglia per vedere le nostre lingue riconosciute a livello ufficiale non è solo di natura culturale o identitaria, ma ha anche un risvolto pratico che potrebbe permetterci di risparmiare tempo e denaro.

 

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13 Comments

  1. che baggianata di articolo, se voleva confondere le idee c’è riuscito.

  2. luigi bandiera says:

    Mah, io parto da -il pricipio-: fare gli itagliani.

    Se tutte le lingue naturali che nell’area del continente, della penisola e delle isole sono state declassate a dialetti non era certo perche’ erano brutte e poco pratiche.

    L’intento vero era appunto fare gli itagliani o talibani.

    Una volta unita la lingua era piu’ facile tener uniti i vari popoli anche se scrissero UNA E INDIVISIBILE.

    Ando’ bene con la religione che come la lingua era di stato: tutti erano e si dichiaravano di religione komunista. Oh kax, ho sbagliato. Intendevo dire di religione cattolica.
    Pensatevi se al nord si era cattolici e al sud musulmani.

    A quel tempo non c’era di sicuro unita’ e nemmeno adesso.

    Non si puo’ dire la stessa cosa politicamente: al nord komunisti di DX e al sud komunisti di SX… il cnt va col vincitore solitamente.

    Sarebbe stato come una Corea o un Vietnam…

    Tuttavia, l’itagliano usato negli uffici di stato o parastato e’ sicuramente di significato o tendente al modo di parlare e agire sudista.

    Un esempio, noi diciamo:
    queo me xe antipadego…

    Gli itagliani:

    quello mi sta antipatico.

    Noi si usa il verbo essere e loro il verbo stare.

    Noi diciamo e pensiamo: lo stato siamo noi… e su con le maniche…

    Loro dicono e pensano: lo stato ci deve aiutare e aspettano l’aiuto di stato. Beh, roma da sempre predona insegna anche al dì d’oggi.

    Che si parli o no tutti in itagliano queste differenze di modo di pensare (costruire un discorso) porta che uno sta o e’ sopra e l’altra sta o e’ sotto.

    Se il nord sta o e’ sotto non lo dico io ma i FATTI.

    Conclusione: per essere liberi e indipendenti si parte, a parte il disk sul dialetto o lingua, come fu scritto qua in passato, dalla LINGUA.

    nON INVENTO MAI NULLA COME SI PUO’ BEN CAPIRE.

    …continua…

  3. Biagio says:

    Lingua autoctone e inglese. I maltesi parlano il maltese e l’inglese, perché non possiamo farlo anche noi?

  4. Roberto Porcù says:

    Non sono d’accordo. Forse pèrché per me è il veneto la lingua madre, mi è più congeniale l’italiano unificante o, sarebbe ancor meglio accordarci tutti per l’inglese e mandare l’italiano in soffitta.
    Premesso ciò, il linguaggio burocratico ampolloso non è a causa della lingua italiana, ma della stessa burocrazia che si arrocca nel suo mondo escludendo o accettando gli altri a discrezione.
    Renzo chiede a Don Abbondio che si esprima senza il “suo latinorum”, l’avvocato Azzeccagarbugli può tirar fuori grida a volontà per dimostrare tutto e l’incontrario di tutto.
    Penso che non sia l’italiano il nostro nemico, ma i politici ed i burocrati che lo deformano a loro piacere per dire tutto senza dire nulla e poi vantarsi di averlo detto ed incolpare il pistola di Cittadino che non si è adeguato.
    Mi chiedo se qualcuno di voi sia in grado di fare un riassunto di ciò che Renzi ha ultimamente detto nelle sue lunghe apparizioni televisive: poteva parlare in toscano, in lombardo od in veneto, sempre il nulla ne sortiva.

  5. Gianfrancesco says:

    Brào Michele!!!!! E brào pò ‘l mé amìs Gioancarlo Giaàs!!!!!!

    Gianfrancesco Ruggeri

  6. maverick1 says:

    Ricordando che il siciliano, il calabrese, il toscano, il veneto, il piemontese, il romano ecc ecc sono riconosciute dall’ONU e dall’UNESCO come lingue. Mentre per lo Stato Italiano sono solo “dialetti”

  7. maloenton says:

    Il mondo parla inglese e voi ancora col dialetto…considerando poi che nel Nord i bambini che nascono sono quasi tutti stranieri,non sarebbe meglio adottare come seconda lingua l’arabo ? il futuro è quello…

  8. nik says:

    Italo Calvino diceva che il burocratichese era un’anti lingua che soffriva di terrore semantico (= paura del significato). Se non ricordo male portava come esempio un verbale dei carabinieri 😉

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