Lingua veneta, il modello che non invecchia mai

lingua venetadi Alessandro Mocellin* – Perché parlare qui e oggi della lingua veneta?
La lingua veneta non sarà il “testo” del mio intervento, ma in realtà un PRETESTO, per proporre d’iniziare a maturare una VISIONE DIVERSA sulle lingue e sul multilinguismo.

La lingua veneta conta almeno 5 comunità madrelingua nel mondo:
– parlata in Italia da circa 4mln di persone (Istat 2007)
– [ex Serenissima] parlata in Slovenia e in Croazia (specialmente Istria: festival dell’Istroveneto)
– [emigrazione] parlata in Messico (Chipilo) e in Brasile (discendenti di Veneti in Brasile sono ca 5mln)

 

Sono dunque 5 comunità madrelingua in 5 diversi Stati, interfacciandosi con 5 diverse lingue ufficiali (italiano, sloveno, croato, spagnolo e portoghese). Vi sono poi altre comunità di emigrati (principalmente Australia, Canada, Argentina, Francia, ma non solo), che però ormai non generano più madrelingua, dunque hanno conteggio a parte.

 

Caratteristiche della lingua veneta
La lingua veneta ha valore internazionale: per le sue caratteristiche grammaticali, per il grande contributo che ha dato al lessico internazionale (qui un video con 7 delle più famose parole venete che sono diventate internazionali, disponibile in lingua inglese (https://youtu.be/qenbAmkb5HM ) ed in lingua veneta (https://youtu.be/wo6LsW_SyoQ), ma anche per il suo essere oggi “lingua di respiro internazionale”.

 

Ragionare di lingua Veneta in termini di “Regione Veneto” è riduttivo e limitante, perché si parla Veneto anche in provincia di Trento, di Pordenone e di Trieste.

 

Anche ragionare di lingua veneta in termini di “Repubblica Italiana” è riduttivo e limitante, perché si parla Veneto anche in Slovenia ed in Croazia.

 

Ma, a ben vedere, persino ragionare di lingua veneta in termini di “Unione Europea” è riduttivo e limitante, perché si parla Veneto anche in Messico ed in Brasile, ove il veneto-brasiliano è dallo scorso novembre considerato lingua co-ufficiale dell’intera Federazione Brasiliana.

 

L’arena in cui la lingua veneta si muove già oggi è l’arena internazionale, ed anzi, meglio, globale.

 

La prospettiva assunta dal modello veneto.
Vi parlo in
base all’esperienza maturata in questi primi 10 Corsi di Lingua Veneta che l’Academia de a Bona Creansa ha ideato e realizzato negli ultimi 15 mesi in Veneto, diplomando circa 200 persone in tre diverse province. La lingua veneta non ha una codificazione scritta condivisa da tutti, ma ha certamente diversi modelli.
La prospettiva che abbiamoassunto per questi Corsi è una prospettiva a doppio fuoco:
prospettiva intralinguistica: le varianti non sono “ridotte all’unità” come si è fatto in molte lingue, ma vengono fatte comprendere come patrimonio necessario di vitalità della lingua. Si dimostra che la “costituzione linguistica veneta” è fatta di regole spontanee che hanno una doppia funzione: comunanza interna e discretività esterna (il sistema di regole comuni a tutte le varianti mostra l’autonomia rispetto alle altre lingue);
prospettiva interlinguistica: verificata la “costituzione linguistica veneta”, si notano singoli fenomeni che si interfacciano con le altre lingue e si inizia a conoscere anzitutto e poi anche a e sfruttare la biodiversità linguistica veneta come una sorta di “chiave” d’accesso privilegiato ad altre lingue.

 

Questi due punti focali della nostra prospettiva, dunque, non sono stati impiegati solamente per proporre a livello glottodidattico certi tipi di soluzioni ai problemi che normalmente riscontra il venetòfono che desidera consolidare e razionalizzare le sue competenze implicite nella lingua, ma per definire una vera e propria teoria linguistica veneta, che esprime la Weltanschauung veneta, che è quella della spontaneità e della naturale flessibilità, della goccia che scava la pietra e delle gocce che, pur assolutamente autonome (prive di autorità centrale: l’autorità è in ciascuna di esse), sanno mettere a sistema in certi casi come una placida laguna o in altri come un impetuoso torrente montano: è l’acqua l’elemento dei Veneti. Se cercate nell’Oxford Dictionary of English il termine “venet”, molto antico, trovate che esso è un aggettivo e significa “del colore grigio-blu dell’acqua”. E’ quello il colore dei Veneti, è quello l’elemento dei Veneti.

 

Nel mercato delle merci (e delle idee) la potenza dei Veneti è sempre stata il multilinguismo. I veneziani non hanno mai imposto la loro variante a nessuno, né agli altri veneti, né a croati, sloveni, greci… Sono questi ultimi, piuttosto ad averla assunta comelingua franca del commercio nel Mediterraneo Orientale.

 

Lo ripeto: Mai i veneziani hanno imposto né il veneziano agli altri veneti, né il veneto ai non venetòfoni. Internamente, nessuna imposizione: ma quando si passava alla politica “estera”, il motto diventava un altro. A chi veniva nominato Bàilo (il console o l’ambasciatore, potremmo dire semplificando) e si accingeva a prendere mandato a Costantinopoli, il Doge usava dire: “anca al Sultan, parleghe in venesian”. Mi piace poter recuperare qui la similitudine dell’acqua: dall’interno, si vedono milioni di autonomissime gocce; dall’esterno, si vede un torrente in piena. Questo modello vale per la lingua veneta come vale per l’economia veneta, come è valso anche per la gestione politica veneta (la polis è la comunità) cioè per la gestione della Res Publica Veneta.

Ma torniamo alla lingua:dicevamo, prospettiva intralinguistica e prospettiva interlinguistica.
In sostanza, sfruttiamo le caratteristiche (intralinguistiche) di varietà e ricchezza della lingua veneta per catalizzare l’apprendimento (interlinguistico) delle altre lingue. Questo modello può essere facilmente usato da qualunque lingua neolatina, nel circuito dell’intercomprensione romanza e indoeuropea più in generale: nei Corsi, interfacciamo continuamente il Veneto e le sue varianti con le altre lingue europee: francese, spagnolo, portoghese, catalano, italiano, ma anche lombardo, toscano, napoletano e siciliano, oltre che a inglese, tedesco, latino e greco quando ciò sia opportuno in funzione comparativa o contrastiva.

 

Conclusioni.
Lo scopo linguistico, che ci accomuna tutti, è sconfiggere il più falso dei miti che gli Stati giacobino-napoleonici abbiano mai diffuso: il mito del cervello monolingue.

 

Quando in Italia ci insegnano l’italiano, ci inculcano l’idea che per imparare l’italiano bisogna dimenticare “i dialetti” (termine scientificamente errato, oltretutto). La pericolosità di questa visione, giustificabile solo il prospettiva nazionalistica, sta nel fatto che si insinua nella mente dello studente giovanissimo l’idea che il cervello sappia gestire una sola lingua, e che impararne una nuova richieda dimenticare quella vecchia. Niente di più falso, niente di più assurdo, niente di più distruttivo.

 

La stessa convinzione, indurrà lo studente a non voler imparare l’inglese per paura di dimenticarsi l’italiano.
C’è un dato che voglio riferirvi in conclusione: la Regione Veneto è l’unica Regione italiana in cui coesistono due fenomeniche per la “teoria monolingue” dovrebbero essere incompatibili:

 

1. altissima resistenza della lingua storica locale e contemporaneamente
2. alto tasso di apprendimento di lingue straniere

 

In Campania, per esempio, esiste il primo fenomeno, ma è assente il secondo.

 

In Lombardia, al contrario, esiste il secondo fenomeno ma non il primo, e questo vuole essere uno sprone ai nostri amici lombardi a fare di più per la propria lingua.

 

Come si spiega “l’anomalia linguistica veneta”? Si spiega solo in un modo: con la teoria dei benefici del cervello bilingue. I veneti, in sostanza, che entro il 6° anno di vita apprendono il veneto in famiglia e con gli amici, e poi l’italiano in tv e a scuola (già dal nido), sono cerebralmente bilingui. Ciò significa, dice la neurolinguistica, che il bambino bilingue veneto-italiano (o siciliano-italiano, o veneto-siciliano, è lo stesso) imparerà meglio le altre lingue e, pensate, avrà un grande bonus sia in materie scientifiche (perché sa gestire codici diversi) che in materie artistiche (per il premio emozionale che ogni nuova lingua sa portare): migliorerà dunque ogni sua performance diapprendimento su tutta la linea.

 

Concludendo, la nostra varietà veneta non ci disturba, anzi ci piace, e con questi Corsi di Veneto stiamo dimostrando che “vario è bello” ma sopratutto che “vario è anche utile”. Altri popoli amici hanno seguito strade diverse, cercando l’uniformità e l’unificazione. Noi ci sentiamo di poter e dover imboccare una via diversa, anche assumendoci il rischio di un’impresaquasi intentata.

 

D’altronde, se i Veneti avessero ragionato sempre “sull’esempio degli altri”, Venezia sarebbe
stata costruita sulla terraferma
.

 

Alessandro Mocellin
Intervento al Forum dei Popoli d’Europa – Varese, settembre (tratto da www.insorgente.com)

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