L’indipendenza parte sempre da Milano

diocesi milanodi ROMANO BRACALINI

I motivi di incompatibilità li aveva intravisti lucidamente Filippo Turati, capo dei socialisti lombardi, pochi decenni dopo l’unità. La crisi di fine secolo, le sconfitte militari in Africa, il discredito dello Stato italiano favorivano le tentazioni separatiste sia al Nord che al Sud.

La “questione morale” scuoteva il Paese. Si conveniva che non potesse durare una nazione divisa in due: una agiata e colta, con minima criminalità, con industrie fiorenti; l’altra povera, con alte proporzioni di analfabeti, con forte delinquenza, con una agricoltura feudale e  sofferente. Con la consueta franchezza, ai limiti della brutalità, Turati scriveva che se non si correva ai ripari il corpo malato del Sud avrebbe contagiato anche la parte sana. Si pensava, contrariamente a ciò che credevano certi paladini del Sud, che il Mezzogiorno pagasse meno imposte di quel che doveva e che vivesse quasi da pigro e misero accattone, abituato alle elemosine dello Stato, parassitariamente, alle spalle delle regioni settentrionali.

Al Nord c’era una coscienza civica che premeva e sollecitava il governo a fare le riforme, le ferrovie, le strade, le scuole, i canali. Il Sud invece aspettava che tutto piovesse dal cielo. Il progresso veniva reclamato da tutte le classi del Nord. Ai latifondisti del Sud, che tenevano i terreni in abbandono, conveniva invece l’immobilismo e l’apatia. C’era una diversa concezione dello Stato. Per i meridionali, che lo stavano occupando in ogni organismo pubblico, lo Stato doveva pensare a tutto: Stato padrone e datore di lavoro. Per i settentrionali lo Stato doveva intervenire il meno possibile, come in Svizzera, dove il cittadino era rispettato e libero, non oppresso dallo Stato come in Italia. Prevaleva al Nord una concezione liberale che si scontrava con l’assistenzialismo e il paternalismo statale.

Di conseguenza il Sud produceva di meno e consumava di più. Un solo esempio fra tutti. Mentre nel 1886 Milano pagava 25 milioni e mezzo di imposte dirette, Napoli, allora più popolosa di Milano, ne pagava 18. Viceversa nelle tasse di consumo Milano dava 37 milioni e Napoli 58. Secondo uno studio di Giustino Fortunato, meridionalista liberale, da cui queste cifre sono tratte, risultava che il Mezzogiorno continentale e la Sicilia pagavano 414 milioni di imposte erariali e 220 milioni di imposte comunali: ossia le imposte comunali di consumo erano più della metà di quelle erariali. Inoltre, c’era una sperequazione tariffaria fra Nord e Sud.

Le ferrovie dello Stato avevano anche la quarta classe, per dare modo a quelle più povere, gli operai e i contadini, di viaggiare in treno. Ma al contadino meridionale si concedeva di fare 94 chilometri con sole 3,20 lire, mentre il lavoratore del Nord, non più ricco, era costretto a pagare 5,30 lire per la stessa distanza. Criteri validi ancora oggi, con le autostrade del Sud pressoché gratuite e quelle del Nord a pagamento. Fu in questo clima di scontro e di rivalità tra i due capi della penisola, che Turati concepì lo “Stato di Milano” che voleva dire Lombardia governata dai lombardi.

“Stato di Milano” voleva dire amministrazione e finanza di casa, fatta da gente che conosceva il paese. Voleva dire giustizia amministrata dai lombardi e magistrati reclutati sul territorio, come in Svizzera, voleva dire leggi e regolamenti vicini alla sensibilità degli abitanti e al carattere del territorio. Si sperava di giungere così a una graduale autonomia nella forma vagheggiata da Carlo Cattaneo, il quale immaginava una federazione dell’Alta Italia che aveva il suo perno vitale nella Lombardia. Nella crisi dello Stato sabaudo, in cui avevano prevalso tutti i caratteri della corruzione e del malgoverno, si riscopriva il ruolo di Milano, capitale morale, in contrapposizione con l’immoralità e l’inadeguatezza di Roma.

Milano era l’avvenire, prefigurato dallo “Stato di Milano”. Roma era il passato remoto, un deposito di detriti e di stanchezza. Le due città esprimevano due stili antitetici e nello scontro dei caratteri c’erano le premesse del fallimento unitario. L’aveva capito il napoletano Eugenio Torelli Viollier che, il 5 marzo 1876, aveva fondato a Milano il Corriere della Sera per essere il più lontano possibile dai miasmi e dagli intrighi della politica romana. Non uno dei motivi della contesa è venuto meno in un secolo e mezzo. Anzi i contrasti economici ed etici sono aumentati. Sia il lettore a trarne la conclusione logica.

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5 Comments

  1. Paolo says:

    A milano avete troppo la mania di grandezza, che tutto debba passare da voi. Siete solo dei provincialotti arricchiti. A me interessa solamente il Veneto, quello pre 1 guerra mondiale o meglio pre 1866. Voi lombardi fatevi uno stato a parte, magari con i savoiardi, ma smettetela di credere di essere coloro intorno ai quali il nord debba ruotare.

  2. luca says:

    “Carlo Cattaneo, il quale immaginava una federazione dell’Alta Italia che aveva il suo perno vitale nella Lombardia….”
    Ma quand mai !
    Cattaneo condannava l’idea dell’ Alta Italia ,ed accusava i piemontesi di essere il pricipale ostacolo all’Unità dell’intera Penisola:

    « Sì, l’ultimo dei Trasteverini mostra oggidì più sagacia politica e più intendimento dell’Italia e
    dei tempi, che non l’Azelio e il Gioberti, e le altre stelle del cielo subalpino.
    Molte acerbe parole sono in questo libro scagliate contro Carlo Alberto, non come a uomo bensì come a simbolo e specchio di tutti i cortigiani suoi.
    Perocchè tra Carlo Alberto, e i Salasco, i Pinelli, i Ricci, i Collegno, i Pareto, i Montezemolo, i Bava, i Durando e tutti quanti, non è differenza alcuna. E grande e fatale è pure la similitudine ch’ è tra quei reprobi, artefici della nostra ruina, e li Azeglio, i Balbo, i Gioberti.
    Sono tutti impedimenti all’unità d’Italia, impedimenti alla libertà, impedimenti alla guerra passionata, veemente, vittoriosa. In somma, sono tutti appigli e amminicoli alla potenza straniera » https://play.google.com/books/reader?id=DPv1wnE2BFIC&pg=GBS.PA10

    « Ma secreti contrordini di Torino tennero immoti i Bresciani, anche in questa prova minori del loro nome, e ottusi al segno di non comprendere ancora che in Torino è il più duro ostacolo all’Italica Nazionalità .»

    « Il sogno dei cortigiani e dei sofisti, il sogno dell’Italia Boreale, dell’Alta Italia, dell’Italia non Italia, è miseramente dileguato.
    Ogni stato d’Italia deve rimaner sovrano e libero in sè. Ogni famiglia politica deve avere il suo separato pa trimonio, i suoi magistrati, le sue armi »
    https://play.google.com/books/reader?id=DPv1wnE2BFIC&pg=GBS.PA9

    • luca says:

      Come i veneti ed i loro amici fecero di tutto per convincere i piemontesi a fare l’Unità:

      Il veneto Daniele Manin:
      -“Cavour è una grande capacità, ed ha una fama europea. Sarebbe grave perdita non averlo alleato , sarebbe gravissimo pericolo averlo nemico.
      Credo bisogni spingerlo , e non rovesciarlo.
      Conviene lavorare incessantemente a formare l’opinione. Quando l’ opinione sarà formata ed imperiosa , sono persuaso che ne farà la norma della sua condotta.
      Evitiamo sopratutto qualunque atto che possa dare il menomo sospetto che si faccia una guerra di portafogli. Guai a noi se dessimo appiglio ad una simile accusa!
      La nostra influenza sarebbe perduta per sempre. Se in seguito la pubblica opinione domanderà imperiosamente l’impresa italiana, e Cavour vi si rifiuterà, allora vedremo.
      Ma io credo Cavour troppo intelligente e troppo ambizioso per rifiutarsi all’ impresa italiana quando la pubblica opinione la domandasse imperiosamente. Sono convinto che la sottoscrizione al proposto simbolo di fede politica non riuscirebbe , almeno per ora.
      Le ragioni di questa mia convinzione sono molte , e sarebbe lungo e faticoso esporle partitamente.
      Lo farò quando la mia testa sarà un po’ meno ammalata.
      Oggi mi limiterò a dirti che, a mio avviso, prima di occuparsi del novero dei neofiti , bisognerebbe continuare attivamente la predicazione [ a Torino , a favore dell’unità ndr ], e moltiplicare gli apostoli, e procurarsi pergami opportuni.
      Finora i soli apostoli eravamo noi due : se ne aggiunse un terzo eccellente , La Farina [siciliano]. Non basta: conviene trovarne altri. Pergami, non ne abbiamo.
      Nessun giornale italiano finora ci aperse incondizionatamente le sue colonne : io sono costretto servirmi della stampa inglese, tu dei fogli volanti.
      Quindi la nostra dottrina politica non è ancora con sufficiente larghezza esposta, svolta, discussa, diffusa. Quindi i neofiti non possono essere abbastanza numerosi , né sufficientemente istrutti nella fede che fossero disposti ad abbracciare.
      Un uomo che non posso nominare, ma che è in posizione d’ essere molto bene informato , mi disse alcuni giorni sono : « Vous ètes dans le vrai , mais je crains que vous ayez commencé trop tard : il faut beaucoup de temps pour que les idées neuves et hardies puissent ètre répandues et acceptées.» Spero che fra breve tornerai a Torino.
      Là potrai più agevolmente occuparti della predicazione [ a favore dell’unità ndr ], degli apostoli e dei pergami. E potrai pure con mezzi indiretti esplorare i progressi della nostra fede senza allarmare gli orgogli e le vanità de’ nostri uomini politici , che non vogliono riconoscere capi , né assoggettarsi a discipline, e senza esporsi a rifiuti poco onorevoli , e alla trista umiliazione di un fiasco” https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n81/mode/2up/search/apostoli
      ———————————————————-
      Il milanese Giorgio Pallavicino al veneto Daniele Manin:
      -“Noi abbiamo nel piemontesismo un nemico sommamente pericoloso, un nemico implacabile. I Piemontesi, tutti i Piemontesi dal conte Solaro della Margherita all’avvocato Angelo Brofferio , sono macchiati della stessa pece.
      All’Italia con una metropoli: Roma, essi preferiscono un’ Alta Italia con due capitali: Torino e Milano.
      Camillo Cavour è piemontesissimo ! …
      Allora solo noi potremo avere speranza d’incatenarlo al nostro carro, quando gli avremo posto il coltello alla gola.
      Ma tu mi dici che la nostra dottrina politica non è ancora con sufficiente larghezza esposta , svolta, discussa, diffusa;… che quindi i neofiti non possono essere abbastanza numerosi , nè sufficientemente istrutti nella fede che fossero disposti ad abbracciare. Ciò è possibile.
      Facciamo dunque di diffondere sempre più il nostro vangelo , continuando la predicazione, moltiplicando gli apostoli e procurandoci pergami opportuni.” https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n299

      -“Nell’ ultima mia lettera io ti dicea che tutti i Piemontesi sono municipali. Tu puoi obbiettarmi : « Se tutti i Piemontesi sono municipali, sarà egli possibile l’abbattere Camillo Cavour, il Piemontese per eccellenza , come tu dici?»
      Rispondo: Lo Stato subalpino, per buona sorte, non si compone soltanto di Piemontesi: si compone anche dell’elemento italico; perciocchè non sieno piemontesi, quantunque aggregati al Piemonte , i Liguri , i Sardi , gli abitanti di Novara, di Casale e d’Alessandria; non sono piemontesi i cinquantamila fuorusciti , operai , artisti , ingegneri , medici , giureconsulti , uomini letterati ed uomini militari che oggi hanno stanza in Piemonte.
      Ecco l’ elemento su cui può far disegno il « Partito Nazionale Italiano».
      Quanto ai Piemontesi puro sangue credo giusta la mia sentenza.
      Per averli con noi , dovremo trascinarli , non essendo sperabile ch’essi ci seguano volontariamente.” https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n301

      -“La Farina non mi ha consultato prima di metter fuori la sua idea d’annessione della Sicilia al Piemonte. Ma io non partecipo a’ tuoi timori su questo proposito.
      La Farina , emettendo questa idea , volle combattere nel tempo stesso il municipalismo siculo ed il murattismo napoletano.
      Questa idea suona in Napoli : « Se scegliete Murat , noi ci separiamo. » E suona in Palermo : « Se vi separate da Napoli, dovete unirvi al Piemonte. » La Farina, uomo di senno e uomo d’onore, è tutt’ altro che murattista; ma non mi stupirei che lo fosse **•; io ho di costui una tristissima opinione. https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n331

  3. Lucano says:

    Se il nostro autorevolissimo “storico” non ci fosse dovremmo inventarlo.
    E nel reinventarlo, dovremmo avvertirlo, sommessamente, che le Ferrovie dello Stato sono nate nel 1905, in seguito alla nazionalizzazione voluta a Giolitti.
    Prima i trasporti ferroviari erano di proprietà di cinque compagnie, tutte private, diverse secondo i territori, le quali prevedevano ed applicavano tariffe distinte.
    Al nord esisteva una compagnia ferroviaria diversa da quella che gestiva i trasporti ferroviari in Sicilia e che applicava prezzi diversi.
    Quando, dopo la nazionalizzazione, vennero create le Ferrovie dello Stato, le tariffe vennero unificate per tutto il territorio nazionale, così come sono ora.
    Poiché il nostro “storico”ripete le sue “inesattezze” ferroviarie all’infinito, lo invito ad approfondire l’argomento.
    https://it.m.wikipedia.org/wiki/Storia_delle_ferrovie_in_Italia

    Non è mai tardi nella vita.
    Cordialmente

  4. caterina says:

    è tutta colpa dell’unificazione dell’Italia sotto i Savoia, che neppure italiani erano, e dei massoni , degli accordi di Cavour con gl’inglesi che volevano piazzarsi in Sicilia per contrastare i francesi che avevano appena aperto il canale di Suez, della voracità del governo che dal Piemonte svuotò le casse dei Borbone… i quali dopo aver fatto la prima ferrovia avevano già pronti tutti i progetti per collegare il Tirreno all’Adriatico ma quelli calati dal nord poi si portarono via soldi e progetti e per dieci anni puntando sui mafiosi massacrarono i popoli del sud perché li fecero diventare tutti briganti…e intanto i Piemontesi restarono presto senza re che se ne andò a Firenze in attesa del salto a Roma con l’aiuto dei massoni nostrani confinando infine il papa nel Vaticano, e Francesco II che era riparato nel palazzo Farnese che aveva in eredità dalla nonna se ne andò senza un soldo a Parigi per finire poi la sua vita ad Arco di Trento ma la sua moglie, la regina Sofia la troviamo negli ospedali del nord-est in incognita a portare conforto ai soldati napolitani chiamati a combattere nella prima guerra mondiale… Ora abbiamo un’Italia tutta da rifare insieme agli italiani, che alla fine si sono stufati dell’inganno e finalmente forse convengono che se non si riprendono loro in mano i destini delle loro terre non se ne viene a capo… dobbiamo dividerci, tornare alle origini e poi confederarci… lombardi veneti sardi toscani e duosiciliani un po’ alla volta lo stanno capendo che con Roma siamo solo cornuti e mazziati, checchè ne dicano tutti i politici che si sono piazzati su scranni ben pagati e i media che ne sono i megafoni prezzolati… …

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