L’Indipendenza catalana vista con gli occhi di Alghero

di PAOLO BERNARDINI

Avrei tanto desiderato essere presente a Barcellona, l’11 settembre. Ma le circostanze mi hanno condotto piuttosto a Barceloneta, la piccola Barcellona sarda, Alghero, che la capitale catalana ricorda perfino nel Gonfalone. Mi accoglie una giornata piovosa, cupa, annunzio dell’imminente fine dell’estate, e dunque lascio la città per raggiungere Bosa lungo la splendida strada costiera, un saliscendi chiusi tra le colline brulle e il mare, un mare nudo, privo dell’edificazioni turistiche della Costa Smeralda, per fare un esempio solo, e fermandosi su una delle numerose piazzole panoramiche parrebbe ancora di vedere, all’orizzonte, avvicinarsi le navi corsare o pirate, giusto il tempo per cercare rifugio sulla Costa. Ma i pirati, i saccheggiatori, sono già tra noi e neppure l’interno è più sicuro.

Questa sera anche ad Alghero si celebrerà, sia ufficialmente sia all’interno di movimenti politici, come il Progres, con relativo intervento di Michela Murgia, la festa dell’indipendenza catalana, che si declina piuttosto qui in ricordo della schiavitù vicina ad interrompersi, il fatidico 11 settembre 1714 quando a seguito della vittoria di Filippo V la Spagna divenuta borbonica, centralista e pachidermica, toglierà ai catalani ogni residuo di autonomia, in un modo molto simile a quello franchista. In questo modo la Spagna firmerà il suo testamento, come ci ricorda lo splendido volumetto attribuito a Melchor de Macanaz che liberilibri ha appena pubblicato, con l’ottima cura di Alessandra Battistelli. E dire che il novero dei convertiti alla verità è veramente altissimo, nella Storia: Macanaz fu un convinto difensore delle pretese e politiche di Luigi XIV, comprese quelle in Catalogna, salvo poi amaramente pentirsi (e pagare con il carcere la sua tardiva agnizione). L’aver soffocato le nazionalità è una delle cause della miseria spagnola nel Settecento e oltre, ma anche sotto Franco, e oltre. E’ venuto il momento, e milioni in Catalogna lo urleranno, stasera, di por fine a tutto questo.

Certamente, la libertà della Catalogna fu nel passato la schiavitù della Sardegna, o almeno di gran parte di essa. Nel complicato Medioevo sardo vi erano quattro giudicati in competizione, la Sardegna era divisa, e in lotta. Lo era anche la Venetia, ma in Sardegna non emerse mai un potere egemonico legato ad una città, come nel caso di Venezia. Quando la Serenissima portò sotto il suo controllo, spesso con libere dedizioni, gran parte della Terraferma, da Treviso, la prima, al Friuli, passando attraverso tutta la riva sinistra d’Adda, Verona, Vicenza, Padova (in modo violento), per la Sardegna, con la fine del regno di Arborea e la nascita di un regno di Sardegna che (come ben mostra Casula in “Italia. Il grande inganno”), durò fino al 1948 solo con altro nome, la fine della libertà sarda era già stata celebrata, complice anche il giudicato di Arborea. Eppure, oggi, 11 settembre 2013, festeggiare l’auspicio del ritorno della libertà per gli oppressori di un tempo significa sognare la libertà per la propria terra, sono indipendenze necessariamente parallele. La storia è fatta di intrecci, non di linee parallele.

Negli anni della mia gioventù si intonavano le allegre melodie di Giuni Russo, siciliana innamorata della Sardegna (ne esistono), e dunque chi non voleva andarsene ad Alghero “in compagnia di uno straniero”, o, per noi ragazzi, di una straniera, possibilmente bionda nordica e disinibita? Qualcuno ci riusciva, la strada da Palau è lunga ma bellissima, per chi sappia cogliere tutte le alternanze di un paesaggio che pare omogeneo, ma non lo è davvero, e struggersi alla spiaggia candida di Badesi o alla Basilica di Saccargià. Mirabilia di una terra bella senza pari. Alghero è preda disputata di identità e pretese, ovviamente. E’ vero che la Generalitat di Catalogna vi ha i propri uffici, ma è anche vero, che in un hotel cinque stelle a picco sul mare, dal nome decisamente castigliano, ed altisonante, e che mi pare ora alquanto deserto, ha sede il Consolato onorario di Spagna, che troneggia almeno nella targa, immensa e stonata. E’ vero che molti parlano il catalano, nella versione locale codificata tra gli altri da Josep Sanna, ricordato in una targa, in catalano, affissa alla sua casa natale, in pieno centro (e da un premio letterario). Ma è anche vero che le identità pretendenti sfoggiano ovunque tricolori, così anacronistici qui, dove è piantata l’altra bandiera sabauda dal 1720, se mai, identica a quella dei Cavalieri di Malta, poi modificata relegando la croce su sfondo bianco in un cantone, e riempiendo il campo di azzurro. Poi la croce divenne stilizzata, in modo molto moderno, tra il 1816 e il 1848. Una bella bandiera dimenticata, forse non bella per i sardi. Nel 1720 subirono il primo oltraggio sabaudo con la recinzione forzata delle terre libere. Vi è poi un hotel di lusso dedicato a Carlo V, che Alghero visitò e lodò, notoriamente, e un ristorante di charme dedicato ai quattro mori, trasformati, giustamente, in “Four Kings”, ad uso turistico. Tra varie polemiche poi Alghero ha avuto anche un’università, la cui sede, in via di completamento, occupa l’ex-convento di Santa Chiara, tragicamente legata al “patrono d’Italia” San Francesco d’Assisi (mai patrono fu più adatto ad una nazione inesistente progressivamente sempre più miserabile, e ad uno stato ridotto ad una selva di lupi affamati più che allupati, difficilmente ammaestrabile, però). Luogo splendido, affacciato sul mare, ma che ha il piccolo particolare di essere stato costruito per gran parte sopra il vecchio quartiere ebraico, abitato prima dell’espulsione del 1492. Che cosa si ritroverà? Che danni verranno fatti, o sono già stati fatti?

Alghero è città disseminata di rovine urbane. Ad un passo dall’hotel di lusso con annesso consolato onorario spagnolo un edificio appiattato sugli scogli, che, mi dice un locale, fu molti anni fa una discoteca, sembra un fortino simbolo della mancanza di fantasia delle pubbliche amministrazioni, potrebbe avere mille usi, e sale invece dai suoi cancelli sbarrati il classico odore di orina ed altri escrementi. Eppure guarda in faccia le bianche scogliere di Dover dell’isola, il terrifico, sublime Capo Caccia. E’ pur vero, mi dice un altro, che ora Alghero vanta il lungomare più lungo d’Italia (ahimè, rimane sempre il riferimento), avendo battuto Reggio Calabria con l’inclusione del tratto fino a Fertilia, ma vi sono edifici abbandonati ovunque. La Sardegna abbandonata è la storia dei suoi ultimi duecento anni di feudo ignorato, dal 1720 ad oggi. Splendido il sito che alcuni giovani sardi hanno dedicato ai luoghi sinistri dell’abbandono: www.sardegnaabbandonata.it ; visitarlo è penetrare negli strati geologici e ed antropologici dell’isola, una guida insolita e bellissima, anche triste.

Stasera, 11 settembre, anche Alghero si unirà all’auspicio per la libertà catalana, che sarà grande. Però i giornali, anche qui, non sembrano farci gran caso. In una via dal nome sinistramente coloniale, Carrer La Marmora, acquisto “L’Unione Sarda” e “La Nuova Sardegna”. Parlano ovviamente delle solite miserie d’Italia, nelle prime pagine. “La Nuova Sardegna” parla della visita del Papa del 22 p.v.. Sotto c’è una foto di Balotelli e non dubito che molti dei turisti che girano per Alghero in questo scorcio d’estate, sapendo l’italico amore per il calcio, credano che il calciatore sia assurto al Soglio di Pietro. Alla fine, pochi protesterebbero. Siamo nel medesimo calderone. Ma mi colpiscono altre notizie, ad esempio il “Flagello della Lingua Blu”, che evoca leggende medievali, ma riguarda invece una terribile malattia dei bovini. Ugualmente di gran interesse l’iniziativa dei comunisti di Pattada, patria dei celebri coltelli, per salvare “l’anglo-arabo”, che non è una mirabile e peculiare glossa, figlia auspicabile del mondo globale, ma una razza di cavallo, con radici sarde, si vede. Buoi con la lingua blu, puledri anglo-arabi, festa della “strangia” a Perdasdefogu. Di questo è bello parlino i giornali sardi, non della spazzatura italiana, oltre tutto a loro tendenzialmente ostile. Però della Diada neanche una parola.

Meglio con “L’Unione Sarda”? Già il trafiletto iniziale di prima pagina, “Papà Bergoglio viaggerà su una 500”, fa cadere le braccia e quant’altro non sia caduto in precedenza. Povero papa, gli presterò la mia Mercedes! E’ un po’ scomoda ma è uomo abituato ai patimenti…Però poi si dice che auspichi l’apertura dei conventi ai rifugiati. Previa conversione? Tristia… Neanche una nota sull’indipendenza catalana. Sulla Diada. Si parla solo di vecchi ravatti (parola genovese) italici, mummie più morte delle mummie vere, che almeno queste ultime fanno volare la fantasia. Eh sì, la Sardegna avrebbe tanto bisogno di libertà, ma, come in Veneto del resto, vi è uno strato pervicace di traditori del proprio popolo, anche qui, che l’ostacola e la ignora, la deride e l’allontana. Non ci riuscirà per molto. A Bosa Marina vedo una bella scritta indipendentista. Mi consola. Forse è arrivato un leader, una giovane donna, che metterà a posto le cose. Che il 2014 sia un anno di libertà per tutti. Siamo tutti stanchi, ma veramente stanchi, di essere schiavi di una congrega di pagliacci, corrotti e corruttori, siano essi madrileni o romani.

La libertà è a portata di mano, basta solo allungare le dita. 

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3 Comments

  1. Giancarlo says:

    Peccato per il prof. Bernardini che i pagliacci di cui siamo schiavi provengano in primis dalla Padania, con alla testa il clown n. 1 in versione de luxe superaccessoriata, noto delinquente insubre che non ne vuole sapere di staccare le chiappe dalla poltrona, da cui il miserevole spettacolo a cui siamo costretti ad assistere tutti i giorni. A seguire i pagliacci versione basic a prezzi superscontati, sempre made in Padania ma in tutta probabilità prodotti in Cina, che hanno reso impossibile portare avanti in modo civile e serio ogni legittima politica liberal-conservatrice, tipo quella fautrice dello jus sanguinis, ormai sputtanata dopo gli insulti al ministro Kyenge. E quanto al papa, il prof. Bernardini se la prenda con la mancata riforma protestante, che “in questo paese” rende impari qualsiasi discorso pubblico con la chiesa cattolica, non importa se in Sardegna o nella pedemontana orobica.

    • giorad says:

      Farnetichi….

    • La riforma protestante? Eh no, ci mancava anche questa. La riforma protestante fu una cosa seria — anche troppo: si veda ‘La lettera scarlatta’ di Nathaniel Hawthorne — nei paesi protestanti e nel Nordamerica, ma qui da noi un’iniezione di protestantesimo sarebbe esiziale. Già oggi ci sono gruppi di cattolici che con spirito postconciliare leggono per conto proprio certe barbariche figurazioni del Vecchio testamento, ci capiscono poco, ma quanto basta per diventare più cattivi di quanto già fossero, prima della lettura.
      L’aziendalismo oggi imperversante è una sottomarca dell’etica protestante del capitalismo. Ebbene, i danni che ha provocato, innestato in Italia, paese del familismo amorale, sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo conservato la struttura mafiosa, con l’aggravante che si è trovata una giustificazione ideologica per la sopraffazione, un sottoprodotto della teoria della predestinazione. Manager (o piuttosto monager: si scrive manager, ma si pronuncia monager) del piffero rovinano le aziende medio-grandi e rimangono al loro posto, in Italia, per giunta superpagati. Cose inconcepibili negli Usa e nei paesi nordici dove prevale l’ideologia aziendalista, anche lì, è vero, ma non hanno la struttura mafiosa, perciò gl’incapaci sono sanzionati.
      In concreto: non si ha bisogno di protestantesimo, semmai di un ritorno all’etica della carità cristiana, quella del Nuovo testamento (a prescindere — direi, da laico — dal fatto che si sia credenti, o meno).
      La Chiesa di Paolo VI fallì proprio dove pretendeva di essere “moderna”, non capì lo spirito del tempo e, per inseguire il “secolo”, finì per aprire squarci e lasciare vuoti, che sono stati riempiti da altre religioni, da farneticazioni religiose e altro.

      Se quello che lei ha scritto nella prima parte del messaggio è riferito alla Sardegna, credo che il problema principale dell’isola sia stata non la miopia, come si dice, della classe dirigente (che purtroppo in Sardegna più che altrove è soprattutto politica, direttamente, o intrecciata con la politica), ma la sua presbiopia. Cioè, hanno guardato troppo in là, si sono compiaciuti di megaprogetti, si sono persi nella convegnistica. Mentre bisognava considerare l’esistente, fare i conti con quello e valorizzarlo quanto basta, in rapporto alle risorse economiche e intellettuali di volta in volta disponibili.
      Il “delinquente insubre” che dice lei non ha in Sardegna colpe maggiori che nel resto dell’Italia. Ha fatto sognare g’italiani, ma li ha lasciati con le mutande in mano. Ma è storia di tutti.

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