L’indipendentismo leghista secondo Oneto. Lombardia, per iniziare…

di GILBERTO ONETO

Il Gruppo consigliare leghista della Regione Lombardia è una inesauribile fonte di esplosive trovate indipendentiste. In coerenza con il primo articolo dello Statuto del suo partito, giorni fa si è maschiamente espresso contro lo spostamento del Reggimento Artiglieria a cavallo da Milano a Vercelli. Il suo fuoco di distruzione sullo Stato italiano non si limita a quisquiglie amministrative ma da il meglio di sé nella gestione dei simboli identitari, nel processo di nation building che è obiettivo primario di ogni indipendentista. Il Gruppo al completo ha ripresentato due proposte di legge sulla “Istituzione ed adozione della bandiera della Regione Lombardia” e “Istituzione della Festa regionale Lombarda”. Sono due fatti fondamentali per ogni comunità che si voglia costruire istituzioni proprie ma anche una sorta di necessario ed entusiasmante suggello di un processo di emancipazione finalmente completato. Qui invece si vuole partire dalla coda, si vuole costruire un pomposo fastigio sul tetto di un edificio di cui non si sono neppure tracciate le fondamenta.  È il solito gioco delle finzioni roboanti che da quasi tre decenni sta riducendo l’indipendentismo padano a una burletta, a una pantomima  carnevalesca.

Una prima considerazione riguarda l’opportunità di queste iniziative in una situazione in cui chi le ha prese non sembra molto impegnato in iniziative più sostanziose circa il programma sul quale si è fatto eleggere: prima di affrontare questioni di rifinitura simbolica, sarebbe bene che questi signori si occupassero di risorse sottratte alla Lombardia, della qualità di vita dei loro concittadini e – soprattutto – del progetto di maggiore autonomia, regionale o macroregionale, del Nord o della Padania poco importa: purché si diano una mossa su fatti concreti.

La seconda considerazione riguarda il merito delle due proposte di legge, che sono basate su presupposti culturali piuttosto abborracciati e su conoscenze araldiche e storiche da “Figurine Lavazza”. Bandiere e simboli identitari sono elementi molto importanti e vanno trattati con cura: bisogna soprattutto evitare di lanciarsi in interpretazioni facilone.

Si vuole sostituire l’attuale signacolo regionale, quello che Miglio aveva definito “la manopola di un servizio idrosanitario”?  Si ritiene che l’istituzione regionale meriti di meglio in fatto di qualità delle immagini di riconoscimento? Va tutto bene, ma non si possono rimescolare i simboli come se fossero  tollini della birra.

Proporre l’impiego della bandiera crociata (spesso chiamata Croce di San Giorgio per convenzione, anche se nel caso specifico il riferimento agiografico è un po’ stiracchiato: la Regione Lombardia non è l’Inghilterra, la Catalogna o la Serenissima Repubblica di Genova, dove il collegamento con il Santo è invece consolidato) che è simbolo condiviso e riconosciuto della Lombardia storica, quelle delle Leghe Lombarde che associavano comunità che andavano da Vercelli a Rimini, che erano perciò una alleanza compiutamente padana. Questa confusione fra Lombardia storica e Lombardia amministrativa è alla base degli attuali pasticci araldici ed è piuttosto inquietante che a commettere l’errore sia una forza politica che dell’identità fa la sua ragione di esistere. La bandiera crociata (di San Giorgio, o “Carroccio”) è simbolo della Padania, della Lombardia storica e non di quella amministrativa che ne rappresenta solo una piccola parte. Utilizzare il segno del tutto per una sua parte è un errore sanguinoso. Quale sarà la bandiera della Padania libera e indipendente indicata al primo articolo dello Statuto della Lega se la sua  bandiera vera e antica è già stata utilizzata per  una sua regione interna? Davvero si vuole insistere con lo psichedelico Sole verde?

La Regione attuale è una invenzione e merita un simbolo inventato: tanto vale tenersi la Rosa camuna. Se invece gli si vuole trovare un glorioso riferimento araldico che soddisfi la quasi totalità del suo territorio attuale, allora si usi il Ducale: bello, nobile e carico di storia.

Anche per la Festa nazionale l’incipit è piuttosto strampalato: ancora una volta si fa riferimento alla prima Lega Lombarda e alla sua vittoria a Legnano. Vicenda gloriosa ma con qualche macchia “ideologica”: racconta infatti anche di profonde divisioni all’interno della comunità lombarda (storica e amministrativa), ricorda una straordinaria occasione sprecata e uno strano accanimento contro un nemico “sbagliato”, e – soprattutto – si porta addosso una sgradevole tara di patriottismo risorgimentale. Legnano è citata nella vibrante estasi del testo  dell’Inno di Mameli e questo dovrebbe bastare a ogni buon indipendentista per rivolgere altrove le sue attenzioni.

Una straordinaria amenità storica si trova addirittura nel primo articolo della proposta di legge, quando si dice che a Legnano “si sconfisse l’Impero Germanico”, che per la cronaca è nato nel 1871: una straordinaria attribuzione di preveggenza.

Non c’è scritto da nessuna parte che una Regione debba dotarsi di una festa: le  ricorrenze civili sono una invenzione giacobina e hanno qualche senso solo se posseggono un forte e motivato radicamento nell’animo popolare. Rabberciarne una tanto per farlo è una balossata: a quando l’istituzione di un inno, di un animale o di un fiore di riconoscimento, come per gli Stati americani?

Se invece si vuole utilizzare una festa a fini politici, per farne uno strumento di consapevolezza identitaria e di lotta indipendentista, si deve scegliere qualcosa di più significativo. Un bel riferimento alla lotta popolare lombarda potrebbe essere trovato nelle giornate di rivolta e della repressione italiana del 1898. Il messaggio avrebbe in questo caso molto più forza: il ricordo unisce le anime cattolica, socialista e indipendentista; il nemico era un feroce militare italiano rappresentante di uno Stato ladro e di un monarca cialtrone (e non un imperatore svevo-bavarese  amato da metà dei lombardi e riconosciuto nella sua autorità da tutti); non si celebra una vittoria militare minore ma una repressione (come la  Diada catalana ricorda una sconfitta, l’11 settembre  1714) che è un segnale più opportuno per l’attuale condizione lombarda; non è una data condivisa con il nazionalismo mameliano ma è un forte segno di anti-italianità. Bava Beccaris era un mortale nemico, il Barbarossa un amico con cui c’erano delle divergenze e con cui si è trovato un accordo con padano pragmatismo. Con Bava e con quel che rappresenta nessuna convergenza è possibile. É così, vero amici del Gruppo consigliare?

Si stabilisca che la prima domenica di maggio di ogni anno sia la festa lombarda: non si perde un’ora di lavoro e si ha modo di celebrare contemporaneamente la primavera e la voglia di libertà. La data piacerebbe anche ai nostri antenati celti. Sono un po’ passati di moda nella Lega 2.0, ma non inquietatevi troppo amici consiglieri: non c’entrano con l’Impero germanico né con la Merkel. Ma neanche con l’Inno di Mameli.

 

(articolo pubblicato nel giugno 2013)

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