LINCOLN, L’UOMO AL QUALE DELLA SCHIAVITU’ IMPORTAVA BEN POCO

di REDAZIONE

Comincia in questi giorni una campagna di beatificazione mediatica di Abramo Lincoln, per mezzo del film di Spielberg, che arriverà nelle sale domani. La cosa è in evidente rapporto con il 150° anniversario della guerra civile americana  (un 150° non si nega a nessuno) e in particolare della ricorrenza della proclamazione dell’emancipazioni degli schiavi negri. Ma non può neppure sfuggire il collegamento con una più generale ondata di utilizzo di temi legati all’integrazione all’interno di un disegno di multiculturalizzazione mondialista. L’America di Obama non poteva certo tirarsi indietro in questa crociata di progresso che ha bisogno di potenti uomini-simbolo.

Lincoln è perfetto per questa parte: chi oserebbe anche solo contestare la santità laica di chi ha combattuto contro l’odiosa istituzione dello schiavismo sacrificando in questa nobile causa la vita di molte centinaia di migliaia di persone, compresa la sua? Nessuno naturalmente, se non fosse per un piccolo ma non trascurabile dettaglio: a Lincoln la liberazione degli schiavi importava davvero ben poco ma non gli è parso vero – da politico consumato – utilizzarla per i suoi ben più complessi disegni.

A un certo punto della guerra, quando questa stava volgendo al peggio per la sua parte, il presidente – mostrando una straordinaria abilità, grande fiuto e una dote impressionante di cinismo – ha trasformato uno scontro fra due visioni opposte dei rapporti istituzionali ed economici in una crociata per la libertà. Una guerra fatta per contrasti ideologici (sul rapporto fra governo centrale e poteri periferici e sull’interpretazione della Costituzione),  economici (industria contro agricoltura, protezionismo daziario contro liberismo di mercato) e culturali  (una società capitalista e puritana contro una più tollerante e tradizionale) è diventata una lotta per l’emancipazione dell’umanità grazie all’astuzia di Lincoln, alla dabbenaggine di una parte dell’opinione pubblica e alla forza dei nuovi mezzi di informazione americani.

Naturalmente anche il tema della difesa del diritto dei singoli Stati a regolare il problema della schiavitù era in gioco ma è difficile credere che alcuni milioni di persone, di cui neppure il 10% erano proprietari di schiavi, abbiano potuto combattere una guerra drammatica e sanguinosa per proteggere un diritto anche piuttosto odioso di una piccola minoranza. Era un problema di principi, ma soprattutto di autonomia e di libertà.  Sicuramente secondario  – se non addirittura inesistente – era il tema razziale: con il Nord combattevano uomini di colore organizzati in reparti speciali guidati da ufficiali bianchi, a Sud un numero analogo di neri combatteva frammischiato ai bianchi. Numerosi neri erano essi stessi proprietari di schiavi. Nel Sud non ci sono state rivolte di massa di neri: i soli massacri razziali (contro neri e contro indiani) sono avvenuti a Nord.

Queste e molte altre informazioni interessanti su vari argomenti attinenti la guerra americana si trovano nel volume Unità o libertà. Italiani e padani nella guerra di secessione americana che Gilberto Oneto ha appena pubblicato con la casa editrice Il Cerchio. Come dice il titolo, l’argomento principale e il filo conduttore della ricerca è rappresentato dalla presenza di connazionali nella storia americana appena precedente e successiva la guerra e nelle schiere dei due eserciti contrapposti.  Gli interpreti di questo straordinario affresco sono alcune migliaia di uomini e qualche donna, molti dei quali hanno scritto pagine straordinarie di eroismo e potrebbero essere ciascuno il protagonista di incredibili romanzi o pellicole di cappa e spada. Ci sono esploratori, commercianti, avventurieri, missionari, idealisti, soldati di ventura ma anche poveracci coinvolti loro malgrado in una vicenda più grande di loro.

C’è anche uno straordinario riflesso delle coeve vicende italiane, una sorta di storia speculare del Risorgimento rivisitata con bandiere e uniformi diverse ma con passione ed energie vitali anche superiori. Vi si trovano garibaldini alla ricerca di altre glorie su entrambi i fronti, sacerdoti che diventano combattenti, pacifici immigrati trasformati in guerrieri, fior di cialtroni e di vigliacchi, torme di eroi sconosciuti. Sul tutto si innesta la vicenda di Garibaldi cui sarebbe stato offerto un comando nell’esercito unionista: nel libro la storia (strombazzatissima  dalla retorica patriottica) viene analizzata nel dettaglio con tutta una serie di documenti poco conosciuti e a volte imbarazzanti per il biondo eroe. Il quale, per inciso, faceva il nordista davanti all’opinione pubblica e poi mandava prigionieri napoletani a combattere con i sudisti.

Così anche oltre oceano la nuova Italia si è subito fatta conoscere con la sua faccia migliore.

TITOLO: Unità o libertà; SOTTOTITOLO: Italiani e padani nella guerra di secessione americana; AUTORE: Gilberto Oneto; EDITORE: Il Cerchio; PAGINE: 280; PREZZO: 28 euro 

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8 Comments

  1. xyzxyz44 says:

    in misura minore e nella veste macchiettistica tutta italiota, ma non meno pericolosa nel caso si attuasse, possiamo non notare un collegamento con certe tesi sinistronze e terzomondiste?

    E cioè, Il voto agli immigrati e il diritto di cittadinanza automatico per chi è nato in Italia (ius soli)?

  2. paolo says:

    Se i nordisti erano la padella, i sudisti erano la brace… Saranno pur vere -ma opinabili- molte delle tesi sostenute nell’articolo, pero’, PERO’, P-E-R-O’ mi vengono i brividi a pensare se avessero vinto “gli altri” (quelli del sud). A “san Lincoln” importava ben poco degli schiavi? Puo’ essere, ma da sempre i processi di beatificazione -ancorche’ laici- sono cosi’: si illuminano le luci e si oscurano le ombre. Mi torna in mente “san CheGuevara” a cui importava assai dei vietnamiti, ma dei tibetani non gli importava proprio un cazzo di niente eppure la sua “beatificazione” se l’e’ presa lo stesso (ancor prima di diventare martire…). Con tutti i limiti connessi all’essere tutti quanti umani, sono grato alla STORIA del fatto che oggi si girino piu’ film su Abramo Lincoln piuttosto che su Jefferson Davis. Con rispetto.

  3. Paolo says:

    Luca, ti risulta c’è un solo paese sudamericano dove la lingua ufficiale non sia una lingua europea principale o esclusiva?

  4. Paolo says:

    Mettiamola così: per riprendervi un’indipendenza persa con le armi, bisogna che ritrovarla con le armi. Cioè essere disposti a morire, a migliaia, così come molti veneti, italiani, americani ecc. hanno fatto.

    Questo libro di Oneto appartiene alla collana revisionismo: come ti revisiono la storia come se fosse un’auto usata, in base al mio comodo antistorico.

  5. Stefano says:

    Basti citare la famosa lettera di Lincoln a Greeley:
    http://showcase.netins.net/web/creative/lincoln/speeches/greeley.htm

  6. Luca says:

    Hollywood sembra ormai diventata la macchina di propaganda ufficiale dela sinistra d’oltreoceano. Ultimamente il tema più gettonato è l’infangamento dell’America tradizionale, quella costruita dai coloni europei. Il film “Lincoln” è un buon esempio, ma uno ancor più eclatante è Django Unchained” di Tarantino, in cui tutti i bianchi sono dei bastardi razzisti e il protagonista (Jamie Foxx) si diverte ad impallinarli a dovere. In un intervista addirittura Foxx ha affermato “I save my wife and I kill all the white people in the movie. How great is that?”, ossia, per chi non mastica l’inglese: “Salvo mia moglie e uccido tutti i bianchi nel film. Quanto è bella questa cosa?” con tanto di risate e applausi del pubblico. Forse questa cosa da noi non è ancora ben nota, ma negli USA sta succedendo qualcosa di estremamente pericoloso: le sempre più numerose minoranze etniche sono ormai convinte del fatto che l’America tradizionale sia una specie di macchina infernale studiata dai bianchi razzisti per opprimere le minoranze etniche. Di conseguenza bisogna distruggerla e creare una specie di mega-stato di ispirazione socialista che ristabilisca l’uguaglianza (a colpi di affirmative action, redistribuzione fiscale, abbassamento dei requisiti di ammissione alle università ecc ecc) e che vigili attentamente su tutto ciò che i cittadini fanno, pronto ad intervenire al minimo segnale di “razzismo” (parola che racchiude qualsiasi atteggiamento politicamente scorretto). L’America come la conoscevamo sta sparendo e i primi segnali già si vedono: nel 1988 gli USA erano classificati come miglior posto al mondo in cui nascere. Oggi sono precipitati al sedicesimo posto. E la cosa non stupisce, visto che ormai gli Stati Uniti sembrano sulla strada giusta per assomigliare più ad un paese sudamericano piuttosto che ad uno di matrice europea. Tutto ciò non può che finire molto molto male.

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