L’incidente fra Renzi e Fassina? Solo riposizionamento tra fazioni

di PAOLO MARINI

E’ vero: l’«incidente Renzi-Fassina»  ha già una solida chiave di lettura politica (schermaglie di ri-posizionamento tra fazioni) e forse è superfluo aggiungervi qualcosa. Nondimeno reputo che qui, come in molti altri ambiti della vita, ragionare di ciò che ho provvisoriamente definito “superfluo” non sia esercizio inutile. Quel “Fassina chi?” prontamente replicato dal leader PD ad un cronista nella conferenza stampa di sabato scorso, dice assai di più della (eterna) lotta tra fazioni dentro quel partito. E’ latore di uno stile, di una “estetica” del rapporto con gli avversari che da un lato precede logicamente le ragioni o il merito dello scontro, dall’altro  pare la sublimazione di questo drammatico ventennio: nella sua essenza sardonica e sbrigativa, la risposta-domanda retorica è una sanzione di irrilevanza coram populo di quelle persone e posizioni politiche che sono finite in minoranza. Ha le fattezze della ridicolizzazione, che da sempre è l’anticamera della delegittimazione.

La circostanza che la vicenda origini dalla dialettica interna ad un partito al quale non appartengo, non è per ciò stesso ragione di indifferenza. Le dimissioni irrevocabili del vice-Ministro non rappresentano soltanto una mossa nella scacchiera da parte della fazione perdente ma diventano, per la qualità della provocazione, una necessaria ri-affermazione di dignità, anche personale. Chi minimizzi o non voglia considerare questi aspetti, si è probabilmente già unito o si appresta ad accodarsi alla marea montante di un nuovo conformismo che, in modo del tutto analogo a quelli che lo hanno preceduto, ha i propri riti, tabù e parole d’ordine.

La promessa di rinnovamento incarnata dal giovane leader del PD, lanciato verso la conquista di Palazzo Chigi, rischia di risolversi – entro una logica permanentemente collettivista – soprattutto in una resa dei conti  e – come tutta la politica del ventennio – fa rimpiangere i tempi in cui alla durezza dello scontro non era mai estraneo un certo fair play. Siamo una volta di più avvertiti, anche da episodi come questo, che la democrazia è (o è divenuta) nient’altro che una forma sempre meno simulata di tirannia che una pretesa maggioranza esercita, a vari livelli, sopra gli altri consociati.

Inevitabilmente concludo che i modi e lo stile non sono affatto il ‘superfluo’ della politica, bensì gli elementi costitutivi e insieme rivelatori della sua anima profonda: un’anima che, anche nei suoi contrappunti dialettici e nelle promesse palingenetiche, reca i segni inconfondibili della decadenza.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

3 Comments

  1. Albert Nextein says:

    Troppi galli in un pollaio non vanno bene.
    Tra i due non saprei dire chi sia il peggiore.

  2. ingenuo39 says:

    “Fassina chi?” Se il buon Fassina ha dato le dimissioni per una affermazione così, vuol dire che non ha mai lavorato per necessità in quanto la quasi totalita dei lavoratori dipendenti è sempre stata trattata in quel modo e non avendo possibilità, per necessità, di protestare ha dovuto deglutire e proseguire come se niente fosse e dare sempre il massimo dell’ impegno per mantenere il lavoro e cosi la famiglia. Tutto il resto sono capricci che non possono essere accettati da un deputato che vuole raggiungere gli obbiettivi con la tenacia e la caparbieta che deve avere chi effettivamente ha a cuore l’ interesse per il proprio paese. La conclusione di queste dimissioni, giudicatela Voi.

  3. Giuseppe d'Aritmaticea says:

    Sì, abbastanza d’accordo. Rilevo che evidentemente Renzi-McKinsey, l’amerikano bis del PD, non può comunque apparire d’andar minimamente a braccetto con gli eredi della criminale ideologia comunista. Tutta gente che vuole perciò eliminare, uno ad uno, non dissimilmente da quanto fece il brutal (e brutto) Togliatti nei confronti dei suoi “compagni”. Fassina non deve lamentarsi, e nemmeno rivendicare una dignità che è a priori inesistente nei costumi e nella celebrata storia di coloro.

Leave a Comment