L’imprenditore lamentoso frequenta il circo barnum dei talk show

di CLAUDIO ROMITI

In psichiatria si intende per delirio un evidente scollamento tra un dato di realtà e la percezione che ne ha un individuo. E sotto questo profilo dobbiamo riconoscere che non c’è programma televisivo di approfondimento politico che riesca a mantenere solidamente i piedi per terra, evitando di rifugiarsi nelle fantasie mistiche di chi si aspetta l’instaurazione di una società e di un mondo fondato sui principi della desiderabilità. Tra questi l’idea che il sistema politico, a prescindere dal colore di chi occupa la stanza dei bottoni, possa finalmente fare gli interessi delle imprese e dei ceti produttivi. Da questo punto di vista, per come vanno le cose in Italia da molti decenni, nemmeno un novello Erasmo sarebbe in grado di esprimere un elogio adeguato ad una simile follia collettiva.

Eppure, in quella sorta di circo dei pagliacci dei nostri attuali talk in cui si parla di politica e di economia, l’imprenditore lamentoso – al pari dei prezzolati professionisti del bene e dei tanti giornalisti del pensiero unico – rappresenta oramai un personaggio fisso quasi insostituibile. Ed a questo proposito mi ha particolarmente colpito, rinforzando ulteriormente le mie idee sul citato delirio collettivo, la titolare di una azienda lombarda la quale, ospite dell’ultima puntata di “Piazzapulita” condotta da Corrado Formigli, ha manifestato ai politici presenti in sala tutto il suo disappunto per la grave situazione delle attività economiche del Bel Paese, invocando con durezza un maggiore impegno da parte della classe politica nel suo complesso.

In sostanza questa donna coraggiosa – perchè ci vuole molto coraggio a restare sul mercato con l’attuale pressione fiscale e burocratica – ha mostrato una ottima conoscenza dei mali profondi che soffocano il mondo delle imprese, andando però a chiedere aiuto proprio ai soci vitalizi di un sistema che, come ci ricorda sempre dall’alto la compianta Lady di ferro, toglie a Paul per dare a Peter, ottenenndo da quest’ultimo eterna riconoscenza e, soprattutto, consenso elettorale. E nella parte di Paul, ossia di chi viene costantemente depredato con la violenza del fisco, c’è proprio la nostra imprenditrice lamentosa e tanti altri produttori privati di questo fallimentare regime democratico di Pulcinella. Ora, pur rispettando il diritto di tribuna – mediatica – di questi soggetti economici, non è forse delirante aspettarsi da chi, esemplificando il concetto, utilizza il 55% del reddito nazionale per garantirsi la poltrona azioni volte ad alleggerire il fisco e la burocrazia? Ciò in considerazione del fatto che proprio il fisco e la burocrazia costituiscono le leve privilegiate per tenere in piedi quell’immenso baraccone redistributivo che chiamiamo Stato?

Tra l’altro, ci si potrebbe persino imbattere in un venditore di fumo il quale, folgorato sulla strada di Damasco, promettesse in diretta tv il massimo impegno per aiutare con ogni mezzo le aziende ad uscire dall’attuale, gravissima crisi. Tuttavia, il valore di un simile proponimento, dato che ci troviamo di fronte ad un enorme problema di sistema, sarebbe prossimo allo zero assoluto. Se non si comprende che gli interessi di chi vive sulla libertà degli scambi sono diametralmente opposti a chi su questi scambi esercita una crescente pressione estorsiva si è pronti per sedersi sul lettino dello psicoanalista. In particolare, un sano principio di realtà, giunti oramai sull’orlo del baratro, dovrebbe aiutare a far comprendere ai nostri imprenditori di mercato che il coccio rotto di un Paese, devastato in primis da un eccesso di politica, non potrà mai essere riattaccato dalla politica medesima. E dunque, preso atto di ciò, l’unica richiesta ragionevole, espressa a muso duro, che il titolare di una azienda privata dovrebbe rivolgere non ad uno, bensì al complesso dei professionisti del bene eletti è quella di limitare il più possibile il loro paterno intervento.

Ridurre drasticamente il perimetro dell’intervento pubblico a 360 gradi dovrebbe rappresentare l’esclusivo paradigma di chi ancora tira la carretta. Ed è ovvio che se si continua a pensare che sia principalmente un problema di buon governo, anziché di insanabile dicotomia di interessi, le classi produttive non riusciranno mai ad esercitare una adeguata pressione nella giusta direzione. Soprattutto nel Nord, cuore economico dell’Italia e luogo in cui più forte è l’estorsione legalizzata esercitata dall’attuale regime politico, senza una coscienza diffusa di tale dicotomia d’interessi tra produttori e percettori di spesa pubblica non si farà mai un passo nella direzione di una maggior libertà economica. Lega docet.

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One Comment

  1. Dan says:

    La democrazia si realizza quando la gente la esercita direttamente. Purtroppo tanta gente ha il vizio di delegare il proprio potere ad altri che li tradiscono ed invece di svegliarsi e capire che lo sbaglio sta proprio nell’atto di delegare, vanno a cercare altri delegati da portare in alto, spesso e volentieri consigliati dalla prima generazione di delegati stessi.

    Il primo problema è la gente e visto come vanno le cose si merita, ci meritiamo tutti, il ritorno di una vera dittatura non solo economica

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